«La creazione di una grande compilation, così come una separazione, richiede più fatica di quanto sembri»/4

28 dicembre 2012

La Quarta Famigerata Classifica (film usciti in Italia tra l’1 gennaio il 31 dicembre 2012)

1. Amour, di Michael Haneke
2. The Avengers, di Joss Whedon
3. La guerra è dichiarata, di Valérie Donzelli
4. La talpa, di Tomas Alfredson
5. Io e te, di Bernardo Bertolucci
6. Skyfall, di Sam Mendes
7. Reality, di Matteo Garrone
8. Moonrise Kingdom, di Wes Anderson
9. J. Edgar, di Clint Eastwood
10. The Way Back, di Peter Weir

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Facce da schiaffi (primarie edition)

24 novembre 2012

Il politico di centrosinistra in tempo di primarie

Il politico di centrosinistra vuole partecipare alle primarie e però non vuole, ma il suo è un grande partito con ambizioni americane, ci vuole un grande confronto all’americana, anche un grande confronto televisivo all’americana, e sottrarsi a tutto ciò vorrebbe dire essere conniventi con quella cosa del morire democristiani, come se invece non…
Comunque.
Il politico di centrosinistra sa che per partecipare alle primarie ha bisogno di poche cose: un pezzo di Concita De Gregorio da mostrare come endorsement; un paio di pubblicazioni con titoli che vanno da La mia politica – Da John Fitzgerald Kennedy a Pietro Folena a L’Italia di domani spiegata a mia figlia Sveva; passaggi televisivi assortiti, si comincia da Ballarò, che discorsi, ma poi ci vuole pure un salto a Uomini e donne edizione ottuagenari, gli ultimi vent’anni hanno insegnato che bisogna essere nazionalpopolari.
Alle primarie del centrosinistra si presentano un politico della Vecchia Scuola in quanto rappresentante di Massimo D’Alema, un politico donna vegetariana in quanto rappresentante delle donne vegetariane e un politico del Sagittario in quanto rappresentante degli elettori del Sagittario.
Il compito più difficile per un politico di centrosinistra che partecipa alle primarie è trovare i nomi da mettere nel famigerato Pantheon. Va a finire che ogni ballottaggio diventa una straziantissima scelta di Sophie. Nelson Mandela o Nelson Piquet? Jimmy Carter o Lola Falana? Don Milani o Eleonora Giorgi?
Il politico di centrosinistra che partecipa alle primarie non sa che la Grande Occasione Democratica delle primarie sveglia ciò che davvero chiunque ha voglia di fare in democrazia: dare schiaffi. All’americana, si capisce.

(Sta per uscire l’ebook del libercolo del mio omonimo. Stéi tiùnd.)

Poi dice perché suo figlio usava la Batmobile

22 ottobre 2012

Ho una bicicletta ma ieri, per vari motivi, ho dovuto noleggiare per la prima volta una bici della Moratti.
Un abbonamento occasionale (che modi!), nella fattispecie giornaliero, costa 2,50 euri, più 2 di commissione.
Per prima cosa bisogna comodamente registrarsi al comodo sito lasciando nome, cognome, indirizzo mail, numero di cellulare (!), colore preferito, squadra del cuore, droghe provate nella vita, canzone del primo bacio, eccetera; soprattutto il numero di carta di credito. Lo si può fare comodamente in piedi dal proprio smartphone oppure chiamando un comodo numero verde. (5 minuti usando il telefono)
Delle due bici prese dopo aver inserito codice e password una non si sgancia dalla barra in cui è parcheggiata. Perso un po’ di tempo a bestemmiare (2 minuti), chiamo il numero verde. Solita attesa (1 minuto), quindi l’operatore risponde. Dice che non può fare la cosa più ovvia, ovvero annullare il noleggio di quella bici e permettere così di prenderne un’altra. Dice che un servizio di assistenza c’è, ma ci vogliono almeno quaranta minuti. Dice che alla fine la cosa più veloce è sbattere la bici tipo vandalo per far credere alla barra in cui è malamente riposta (non scherzo) di essere stata appena riparcheggiata. La psicologia delle bici della Moratti. Funziona. Ti guarda l’intero marciapiedi come se fossi uno scugnizzo di Forcella ma funziona. (6 minuti, tra telefonata e atto di vandalismo.)
Ora la bici che avevo noleggiato e che non sono riuscito a prendere è a posto, ma devo aspettare altri dieci minuti prima di poterne noleggiare un’altra. Arrivato a un’altra stazione delle bici della Moratti, giusto per far passare quei dieci minuti (e un paio in più, così, per sicurezza), finalmente ho le due bici che voglio. Che volevo. (12 minuti)
Tempo totale: 26 minuti.
Volevo andare alla galleria di via Palestro, che nel frattempo aveva chiuso.

Il Paese Reality (il cinema delle Comencini un po’ meno)

2 ottobre 2012

Reality di Matteo Garrone è un film sul bisogno di fama e i suoi derivati.
Un giorno speciale di Francesca Comencini è un film sul bisogno di fama e i suoi derivati.

Garrone è il cinema di costume, ovvero la giusta astrazione del – sintetizzando – Grande Fratello.
Comencini è il cinema di costume, ovvero la sbagliata didascalia di «wannabe olgettina con la french e mamma connivente che la mette tra le gambe di un onorevole leghista maroniano, ma poi l’olgettina si ravvede perché siamo donne, oltre le gambe c’è di più: c’è Se non ora quando».

Garrone co-sceneggia con gli unici due-tre capaci di scrivere oggi in questo paese.
Comencini co-sceneggia con la nipote.

Il protagonista di Garrone è un napoletano il cui modello di recitazione fortunatamente non è Totò.
Il protagonista di Comencini è un romano il cui modello di recitazione sfortunatamente è Riccardo Rossi.

Garrone è Fellini. Perché è moltotroppo Sceicco bianco, han detto i detrattori che han visto due film nella vita. No: perché, rispetto alla media italiana corrente, gioca nel campionato in cui giocavamo decenni fa.
Comencini vorrebbe essere la commedia romantica on the road. E non è né Frank Capra né Stanley Donen, per dire.

Garrone andava girato dieci (facciamo cinque) anni fa. O forse no.
Comencini è stato girato vent’anni fa. È una puntata di Chiara e gli altri. O forse no. Purtroppo.

Garrone andava chiuso un quarto d’ora prima.
Comencini l’ho chiuso un quarto d’ora prima. Nel senso che sono uscito un quarto d’ora prima.

Garrone ci ripensi il giorno dopo e diventa bellissimo.
Comencini… Comencini… Ecco, facciamo finta che Lo scopone scientifico non l’abbia mai girato un tizio con lo stesso cognome.

L’han deciso i ricchioni, e io devo accettarlo

28 agosto 2012

Ho preso coscienza della parola lobby la prima volta che ho visto Il presidente – Una storia d’amore. Michael Douglas era il personaggio del titolo, Annette Bening la lobbista (ramo ecologia) di cui si innamora con rischio d’impeachment. Avrò avuto undici anni, non esisteva l’internèt (quantomeno non nella misura in cui esiste oggi), era difficile scoprire prima le cose e tanto più gugolarle dopo.
Ho ripreso coscienza della parola lobby quest’estate a San Francisco. A San Francisco i lobbisti (ramo gay) hanno deciso che quello è il posto dei diritti, dell’emancipazione. Delle scelte. Non bisogna vedere i film con Sean Penn premiato con l’Oscar (dagli stessi lobbisti-ramo-gay) per sapere che è tutto storicamente piuttosto vero. E però non basta. La lobby – prima di andare, quando sei là, una volta tornato – ti vorrà convincere che: Questo È Il Posto Della Libertà Vera; Qui Siamo Over The Rainbow, E Sticazzi Se Il Tuo Cult D’Infanzia Era Die Hard; Devi Leggere Armistead Maupin, Cosa Ne Vuoi Sapere Altrimenti; Devi Andare In Giro Tuttonudo Anche Se Fuori Ci Sono Meno Diciotto Gradi, Solo Così Capirai La Libertà Vera Di Cui Sopra.
Coppie di omosessuali benestanti col cagnetto dietro i loro bovindi Vs. Tossici col bovindo dentro un carrello del supermercato ad ogni angolo di strada – la libertà, le scelte.
Ma direte, voialtri lobbisti, che è riduttivo. Nella misura in cui è riduttivo dire che a Los Angeles c’è sempre il sole, son tutti presi bene, corrono dalla mattina alla sera, le rifatte ti salutano dalle loro decappottabili e a Venice c’è un costante odore di maria.
Non faccio quello che è tornato e che ha capito tutto. Non ho capito niente, avete ragione voi. Ma ridatemi tutto l’ultimo capoverso e tenetevi le lobby. Io, del resto, fin da quella volta al cinema, non le ho mai capite.

PS: Il titolo è loro, non mio, anche se avrei tanto voluto lo fosse.

Sulle navi con Silvio, invece, era tutto uno stappare bollicine

11 agosto 2012

Al cinese maoista di Venice, bellissimo, non servono birra. Mi dicono che posso però comprarla nel negozio dietro l’angolo e portarla dentro. Il negozio dietro l’angolo non vende birra; o meglio: vende solo confezioni da sedici bottiglie, una più una meno. Il pakistano di fronte si è convertito all’organic, pure lui. Torno nella Repubblica Cinese. Ce n’è un altro dietro l’isolato, mi dicono. Si sono presi a cuore il mio etilismo, queste ragazze con le trecce e gli zoccoli. Due angoli, stavolta, e leggo «Liquor», non posso sbagliare. Mi mette la birra in un sacchetto di carta. Sono un alcolista degli anni ’20 del secolo scorso.

Una volta, tanti anni fa, quando servivo costine alla Festa de l’Unità, mi sono sbronzato di martini, e poi sono caduto, e mi sono rotto un sopracciglio. Ma non diteglielo, ai comunisti amerikani.

Massimo D’Alema dovrà pure finire su «Forbes», un giorno

24 luglio 2012

«Ma la campagna di Bersani alle Feste Democratiche, no, dico, l’hai vista?»
«Ma dai, è il paese reale, le sciure emiliane col grembiule, i pensionati che grigliano costine…»
«Per favore. Ci hanno illuso per quarant’anni che quello fosse il paese reale, poi alle Feste de l’Unità ci venivano giusto per tre giri di liscio, e alle elezioni tutti a votare Lega.»
«Ma che negatività. È solo che i tempi sono cambiati, la gente è cambiata: non c’è più spazio per la pesca dove con una piccola sottoscrizione ti portavi a casa un tostapane, figuriamoci per i dibattiti politici.»
«Ci vuole qualcosa di nuovo. Un gadget.»
«Sì, una cosa un po’ vintage, la nostalgia funziona sempre.»
«Guarda J.Lo: ha rilanciato la Lambada ed è diventata la star più influente del mondo.»
«Ammazza, come sei sul pezzo, sicuro che ti occupi di comunicazione per il Pd?»
«Stupido. Piuttosto, pensa: ‘sta cosa di D’Alema che dice al Pdl di collaborare sulle riforme…»
«Eh.»
«Eh cosa. Non capisci? È solo una Bicamerale travestita.»
«Il gadget vintage!»
«Quando vuoi sei sveglio.»
«Ma sì, hai ragione, serve questo al popolo democratico. Bisogna solo trovare il modo di venderglielo.»
«Alleghiamolo a Italianieuropei, come fa Gente con le infradito. “La Bicamerale in quattro bellissimi colori moda”: non suona bene?»

Come se al bar non sapessero tutti che Luca è ancora gay

3 luglio 2012

Chissà perché i coming out del vicino son sempre più verdi – si prenda ad esempio il postatissimo (ieri) «I love, and I am loved» di Anderson Cooper. Cioè, io lo so perché, tutti sappiamo perché. Perché di qua sarà sempre una chiacchiera da bar, di là un tweet di Ellen Degeneres, ché nei loro bar di provincia non si chiacchiera, non si legge niente, forse il glamour cosiddetto dipende anche da questo: di qua tutti ct, figuriamoci se non anche sociologi, di là l’autoreferenzialità delle conventicole newyorkesi.
Ma comunque. Il punto di partenza, quando si parla di diritti e leggi relative, anche in questo paese, sì, pensa un po’, altro che Vaticano; dicevo, il punto di partenza è sempre il fatto che nella realtà le cose vanno un po’ più veloci di quanto farebbe comodo a un Fioroni qualsiasi. Per dire: si contino i casi di figli ripudiati oggigiorno dai genitori perché conviventi e non sposati con il partner. Per dire: si contino i casi di figlie ripudiate oggigiorno dalle madri dopo aver abortito (i medici ciellini che invece non sono stati ripudiati mai, vabbè, quella è un’altra storia). Per dire: ai concerti di Tiziano Ferro ci sono ancora più etero che gay, non sarà il primo Cecchi Paone a sfollare i parterre.
Per dire: l’altro giorno, sul pullman che mi portava in campagna, due sciure che tornavano al paese parlavano di tutto ciò che era accaduto in settimana; l’Italia negra e fiera di Balotelli, certo, ma anche la copertina di «Oggi», settimanale Rcs per famiglie, con la figlia di Chiamami Ancora Veltroni (pardon: Vecchioni) e la sua fidanzata e le loro gemelline neonate. Ed era un endorsement vero e spontaneo, dalla Val Tidone, un «Come sono belle, com’è contento il nonno», pareva parlassero della vicina in cortile. Si chiudeva con un «Ormai capita di tutto, chissà che cosa vedremo in futuro»: ma una chiacchiera da bar, in fondo, bisognerà pur concederla ancora, a questo paese.

Ripartiamo dalla cultura (scarica il testo integrale della mozione in pdf)

18 giugno 2012

E proprio stamattina, mentre guardavo col mio solito tempismo la numero uno di Aniene 2 sputando il caffè sullo schermo del Mac, proprio dopo il pezzo sulle primarie del fantomatico Partito Democratico della fantomatica Torneggio, ecco, proprio in quel momento mi è arrivata la solita newsletter dei deputati del Pd-quello-vero, “tema caldo” (direbbe qualcuno) la legge anti-corruzione: «È vero che il Pd avrebbe approvato misure ancora più nette ed efficaci, ma non si può dimenticare che non abbiamo in questo Parlamento i numeri per far diventare legge tutte le nostre proposte»; e «Dobbiamo fermare la crisi finanziaria e questo possiamo farlo solo integrando la politica e l’economica dell’Europa: occorre un cambio di passo importante perché dobbiamo combattere per una diversa visione dell’Europa, occorre che l’Unione trovi una voce assertiva nei confronti dei mercati», subito seguito dal “ma anche” «Noi garantiamo l’azione del governo con piena e leale convinzione: ci siamo assunti la responsabilità di una mediazione molto difficile nel paese e non verremo meno al nostro impegno». E non dico un corso di comunicazione, ché le iscrizioni a parteciparvi sono chiuse dal 2007. Ci vorrebbe un ingaggio da parte di Beppe Caschetto, altrimenti si finisce come quell’altro personaggio là, il comico che, senza più il Silvio in circolazione, cosa vuoi che abbia da dire ancora.

«Meglio frocio che fascista» è un’invenzione della sinistra, del resto

13 giugno 2012

Posto che un calciatore, in campo, può dare del frocio a chi crede; o anche del negro, dello zingaro, del bastardo, dell’obeso, al massimo si prenderà una testata e pace. Posto che chiunque può insultare chiunque come vuole. Posto che prendere sul serio un’uscita di Cassano è come credere che Antonella Elia sia un fine economista (no, ho sbagliato esempio: io credo che Antonella Elia sia un fine economista). Posto che è sicuramente molto più infido e dannoso il cecchipaonismo del “chi si è fatto chi” da spogliatoio. Posto tutto ciò, è vero che dalle altre parti ci saranno i teocon, i picchiatori neonazi, tutto quello che volete, ma è altrettanto vero che, le cronache correnti alla mano, l’immagine dell’Italia esportata dalla Nazionale è quella di un paese dall’omofobia neanche troppo strisciante, dove – penso a interviste recenti a [chi le ha lette lo sa] – è ancora tutto un «perché dovrei fare coming out quando poi mi danno del frocio senza che io abbia fatto fallo a nessuno?». (Posto anche che di là l’endorsement pur elettorale ai matrimoni omosessuali, di qua i Fioroni che si candidano alle primarie del principale partito di centrosinistra. Ma questa è un’altra, ehm, insomma, storia.)


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