Archive for the ‘Zapping’ Category

Ripartiamo dalla cultura (scarica il testo integrale della mozione in pdf)

18 giugno 2012

E proprio stamattina, mentre guardavo col mio solito tempismo la numero uno di Aniene 2 sputando il caffè sullo schermo del Mac, proprio dopo il pezzo sulle primarie del fantomatico Partito Democratico della fantomatica Torneggio, ecco, proprio in quel momento mi è arrivata la solita newsletter dei deputati del Pd-quello-vero, “tema caldo” (direbbe qualcuno) la legge anti-corruzione: «È vero che il Pd avrebbe approvato misure ancora più nette ed efficaci, ma non si può dimenticare che non abbiamo in questo Parlamento i numeri per far diventare legge tutte le nostre proposte»; e «Dobbiamo fermare la crisi finanziaria e questo possiamo farlo solo integrando la politica e l’economica dell’Europa: occorre un cambio di passo importante perché dobbiamo combattere per una diversa visione dell’Europa, occorre che l’Unione trovi una voce assertiva nei confronti dei mercati», subito seguito dal “ma anche” «Noi garantiamo l’azione del governo con piena e leale convinzione: ci siamo assunti la responsabilità di una mediazione molto difficile nel paese e non verremo meno al nostro impegno». E non dico un corso di comunicazione, ché le iscrizioni a parteciparvi sono chiuse dal 2007. Ci vorrebbe un ingaggio da parte di Beppe Caschetto, altrimenti si finisce come quell’altro personaggio là, il comico che, senza più il Silvio in circolazione, cosa vuoi che abbia da dire ancora.

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Lusi? Stava solo raccogliendo buoni spesa, sai, con la Crisi che c’è

29 marzo 2012

Ieri mi son preso paura. Ho visto mezz’ora di reality in cui – lo spiego come lo spiegherebbe un bambino di sette anni – delle tizie americane raccoglievano buoni spesa, organizzavano spedizioni ai supermercati con la precisione di chi ha in mente il delitto perfetto, compravano merce per migliaia di dollari, centinaia di vasetti di yogurt, e senape a chilate e pacchi di scottex da stipare poi dentro la doccia, e alla fine, di fronte alla cassiera incredula, tiravano fuori i loro coupon, e scontavano tutto, e al posto di quelle migliaia di dollari se la cavavano con pochi spiccioli. Era il loro modo di affrontare la Crisi. Perché mariti cassintegrati significano una cosa soltanto: «Non poter più fare shopping come lo facevo una volta», e crescere giovani obesi, e celebrare il Sogno Americano con un supermarket ricostruito nella cantina di casa.
Ieri mi son preso paura. Ho visto mezz’ora di D’Alema nel salotto buono di RaiTre, ed ero d’accordo su tutto o quasi, su cose come «Deve tornare la politica, dobbiamo ridarle dignità» (più o meno), e già questo m’inquietava. E poi ha detto che il capitalismo è stato il peggiore dei mondi possibili. Che il problema della nostra classe dirigente sono stati gli imprenditori in politica, di destra, sinistra, centro. E io immaginavo la politica che, se andiamo avanti così, non tornerà più, la dignità che peggio me sento, e Lusi, alla cassa del supermercato, a farsi scontare capitalisticamente migliaia di euri di finanziamenti.

Titoli per fiction future: «La rivoluzione e la sconfitta»

21 novembre 2011

Ieri, mentre ascoltavo rapito Nichi Vendola chez Fazio compiacersi della sobrietà del nuovo governo – usando frasi come al solito soberrime del tipo (vado a memoria) «al paese serve una musica nuova, e bisogna cominciare dallo spartito della patrimoniale». Ieri, mentre volavano parole come svolta decisiva, passaggio epocale, rivoluzione – per commentare uno Stato (vado a memoria) «finalmente governato da persone serie» (della Bocconi e della Cattolica, chiusa parentesi). Ieri, mentre quello sottolineava l’eleganza del nuovo corso della politica nazionale – detto da uno con militanti che solitamente s’avviano in Camper e borse di feltro. Ieri, mentre assistevo a tutto ciò, ho concluso non tanto che la sinistra ha perso – quello il fine notista politico che è in me l’aveva già capito. Ma che ha ragione il team “Tanto Berlusconi Può Vincere Ancora” – resuscitando come manco Gabriel Garko in una di quelle sue meravigliose fiction.

Date una carezza alla vostra cabina armadio, o: sulla sovrappopolazione, più che «Libertà» di Franzen poté la réclame

28 ottobre 2011

Il bunga bunga di se stesso

25 ottobre 2011

Se pensate che il momento di culto sia stato il tipo che, per definire la sua natura controcorrente, diceva «voglio essere il salmone di me stesso», allora è perché siete di quelli che si fermano al primo livello di lettura. Il fatto è semplicemente che quest’autunno il bunga bunga era in overbooking. Ma per fortuna i palinsesti Mediaset offrivano ai castisti di stanza alla rotonda di Segrate quella grande occasione di piazzamento di gnocca più nota come Grande Fratello. Ragazze prese dal pubblico, ragazze semplici: un po’ di silicone sparato in vena e via. Quando è arrivata un’igienista dentale, che non per niente era presentata come «una ragazza supermoderna», con la realtà che superava la realtà (la fantasia lasciamola alla sinistra, che deve inventarsi dei modi per evadere dalla tristezza), ecco, da quel momento è stata un’escalation di modernità. Strappone con sei metri di extension che per essere in controtendenza dicevano di leggere Schopenhauer «nei ritagli di tempo», perché «se lo fai di sera stai veramente messa male». Madri di famiglia così appagate dalla famiglia da presentarsi in società nude: è che fanno la spesa, loro; e subito dopo il burlesque. Donne carichissime all’idea che sarebbe arrivato un uomo ricchissimo e avrebbe scelto una di loro come moglie. Ventenni la cui unica ragione di vita è far casino nei locali. Non fate gli snob. È solo che per voi il reale e il suo specchio son troppo moderni. Supermoderni.

Amanda è libera, e noi non avremo neanche un plastico di Villa San Martino

4 ottobre 2011

Non tanto l’attesa dell’uscita dal carcere dei due used to be guilty come fosse quella dei concorrenti del Grande Fratello. Non tanto il «punto psicologico» di Crepet, sconvolto dal fatto che quegli stessi due, proprio quel pomeriggio lì, fossero andati a «comprare biancheria intima» in una «boutique del centro di Perugia» che probabilmente era Tezenis. Non tanto il fatto che no, non è la CNN – che in Rai non sanno neanche da dove trasmette. Soprattutto Bruno Vespa che non si tiene, che dice a tutte le Bongiorno di passaggio «complimenti per questo grande successo professionale», che gongola per l’efficienza della giustizia italiana. Proprio la sera in cui il suo amico Silvio ha preso un altro impegno.

Oggi, non a caso, li chiamano «debiti»

14 settembre 2011

Il segno dell’effettiva ripresa non è la riapertura delle scuole.
È la gente che torna a postare Crozza su Facebook.
È la Dandini che, dopo i soliti piagnistei agostani, è ancora lì sul solito divano dove l’avevamo lasciata.
È il Popolo di Sinistra che «oh, stavolta Silvio lo interrogano per davvero!», quando invece è l’ennesimo esame di riparazione.
Ora corro a comprarmi la Smemo e mi faccio fare una dedica dall’alunno Veltroni W., che ripete anche quest’anno.

«I’m as mad as hell», o anche: il quinto potere di Michele Santoro

10 giugno 2011

Tre minuti e qualcosa. Incastonati in una diretta ormai finita, io mi sono trovato davanti al Santoro Michele che non si teneva più a telecamere spente, come un qualsiasi visitatore di repubblica-punto-ittì. Tre minuti e qualcosa che non cambieranno la storia: la Rai resterà il solito risiko, i presidenti saranno dei prestanome senza mai la poltrona di pelle umana, i Castelli che verranno occuperanno le poltrone dei talk show che verranno. Ma, in un paese in cui è da sempre considerato «un grande momento di televisione» un qualunque Fabrizio Frizzi che saluta da un qualunque Teatro delle Vittorie una qualunque fanfara dei bersaglieri, questi tre minuti e qualcosa han tutta l’aria del fatto straordinario, destabilizzante, al di là dell’immaginazione. Sono come il monologo di Peter Finch in Quinto potere. Sbagliato, sbracato, psicotico, da «uso personalistico eccetera eccetera», come si usava dire una volta; e però bellissimo. Un Oscar, altrettanto postumo, pure a Michele. Stavolta se lo merita.

Watch Not

9 giugno 2011

Più per sfatare qualunque aldograssismo che per ansie d’accuratezza storica, mi son messo a vedere (in lingua originale) la prima puntata di The Kennedys. Tolto che nei primi otto minuti si vede il quasi presidente che s’impasticca per non fare la fine di Papa Michel Piccoli (Greg Kinnear as JFK); la quasi first lady che si preoccupa della nursery alla Casa Bianca (Katie Holmes, più nota come mamma di Suri, as Jackie, con una simil-Suri in grembo as Caroline); il fratello rosicone con una protesi al naso che manco Kidman/Woolf (Barry Pepper as Bobby). Tolto il padre che i critici definiranno «scespiriano» che in un flashback tutto fotografato in marroncino afferma perentorio: «This family is not going to disappear». Tolto che il clima è quello di una fiction di RaiUno sulla principessa Soraya o di un articolo commemorativo firmato Uolter Veltroni. Tolto tutto, volevo solo dire che la cosa più bella mai girata sui Kennedy e la loro abusata retorica l’ha girata Oliver Stone. E che le cose più belle mai scritte le ha scritte Thurston Clarke, qui e qui.

There’s three versions of this story: mine, and yours, and then the truth

7 giugno 2011

Ieri, sul social network, era tutt’un linkare, postare, scrivere status del tipo: «Bravo Santoro, era ora che te ne andassi!». No, era tutt’un: «La Rai molla Santoro: e questo sarebbe servizio pubblico?». Insomma, la solita storia: non ci si arrende mica all’idea di un «divorzio consensuale», in queste cose si deve per forza trovare un lasciato e un lasciatore. Il Michele starà gongolando: tra quelli che immaginano ci siano stati problemi con la fidanzata vecchia (what a shame we never listened, I told you through the television); e quegli altri che immaginano ce ne sia già una nuova (is this the sound of sweet surrender?). Il Michele che – narcisisticamente – got busy throwing everybody underneath the bus. E probabilmente ha solo fatto ciò che è tipico di quelli come lui: lasciare, sì; ma giusto un attimo prima di essere lasciati.


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