Archive for the ‘Nostalgie’ Category

Massimo D’Alema dovrà pure finire su «Forbes», un giorno

24 luglio 2012

«Ma la campagna di Bersani alle Feste Democratiche, no, dico, l’hai vista?»
«Ma dai, è il paese reale, le sciure emiliane col grembiule, i pensionati che grigliano costine…»
«Per favore. Ci hanno illuso per quarant’anni che quello fosse il paese reale, poi alle Feste de l’Unità ci venivano giusto per tre giri di liscio, e alle elezioni tutti a votare Lega.»
«Ma che negatività. È solo che i tempi sono cambiati, la gente è cambiata: non c’è più spazio per la pesca dove con una piccola sottoscrizione ti portavi a casa un tostapane, figuriamoci per i dibattiti politici.»
«Ci vuole qualcosa di nuovo. Un gadget.»
«Sì, una cosa un po’ vintage, la nostalgia funziona sempre.»
«Guarda J.Lo: ha rilanciato la Lambada ed è diventata la star più influente del mondo.»
«Ammazza, come sei sul pezzo, sicuro che ti occupi di comunicazione per il Pd?»
«Stupido. Piuttosto, pensa: ‘sta cosa di D’Alema che dice al Pdl di collaborare sulle riforme…»
«Eh.»
«Eh cosa. Non capisci? È solo una Bicamerale travestita.»
«Il gadget vintage!»
«Quando vuoi sei sveglio.»
«Ma sì, hai ragione, serve questo al popolo democratico. Bisogna solo trovare il modo di venderglielo.»
«Alleghiamolo a Italianieuropei, come fa Gente con le infradito. “La Bicamerale in quattro bellissimi colori moda”: non suona bene?»

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To Rome with Woody (e la pro loco)

13 aprile 2012

A Roma si comincia con Volare, oh oh.
A Roma la Mastronardi diventa protagonista di un film di Woody Allen.
A Roma si chiamano tutti Gina o Luchino. O Leonardo e Michelangelo, come la Tartarughe Ninja.
A Roma le guest star sono del calibro di Maria Rosaria Omaggio.
A Roma anche se sei di Pordenone parli romano.
A Roma gli americani mangiano salumi Beretta e vanno da Intimissimi.
A Roma Benigni è bravo quando è diretto da altri, sì, certo, come no.
A Roma si prendono soldi anche dall’Alta Moda Romana, se serve.
A Roma Carol Alt è in (no: a) Via Margutta, ma fa subito Via Montenapoleone.
A Roma le donne sono Pine Fantozzi, o vedove siciliane vestite di nero che tirano fuori coltellacci.
A Roma Ornella Muti rilascia interviste per un secondo di apparizione.
A Roma non siamo a Parigi, dove comunque pure la Cotillard sa recitare.
A Roma la cosa migliore è Alec Baldwin, ma questo lo sapevamo già, e non solo da Alice.
A Roma c’è quello che aveva fatto Manhattan, e Mariti e mogli, e anche solo La dea dell’amore. Ma questa – lo dico col cuore spezzato di chi ha visto e rivisto tutti i film, tutta la vita – è un’altra storia.

È Kate Winslet che è diventata piccola

3 aprile 2012

Gennaio 1998, un affollato cinema di provincia, gridolini e lacrime.
Aprile 2012, un’anteprima disertata dalla stampa, silenzio e lacrime diversamente piante.
Il 3D del nuovo Titanic appena varato non serve a niente, e forse è questa l’unica visione che Cameron ha toppato (non rispondete: anche lui ha un mutuo da pagare).
Titanic non è invecchiato di un’inquadratura, di un effetto speciale, e son così nerd che potrei stare a parlare della fotografia per sedici ore di seguito. Tra gli sguardi in avanti del regista/sceneggiatore, c’è soprattutto la narrazione che ha il respiro di un serial di oggi – è un complimento.
È cambiato l’approccio. Allora si piangeva sui vecchietti che si abbracciavano nel letto in attesa dell’onda che li avrebbe travolti; sull’inarrivabile fotogenia di DiCaprio inghiottita dalle acque.
Oggi si piange quando la vecchia smaschera il gioco in cui siamo cascati quasi quindici anni fa: l’archetipo kitsch della storia d’amore di Jack e Rose è il solo modo possibile per raccontare i ricordi di una vita, sempre merlettati, romanzati, idealizzati, selezionati da chi li ha (forse) vissuti. Probabilmente Cameron ha fatto un saggio di Jakobson, solo che all’epoca eravamo troppo piccoli per saperlo.
(Stacco. Leonardo in cima alle scale, non più in smoking ma in abiti shabby chic da terza classe di un kolossal, ci porge la mano, ci invita al viaggio, ce ne andiamo dalla sala su we’ll stay forever this way, è stato bello anche stavolta, ora che facciamo finta di avere trent’anni.)

Classifiche (to break the spell of aging)

30 marzo 2012

L’altra sera abbiamo convenuto con amici coscritti che gli album che hanno segnato quegli anni lì, quei nostri anni lì, i primi col suffisso teen, sono fondamentalmente: (What’s the Story) Morning Glory? degli Oasis, Jagged Little Pill di Alanis Morissette, Californication dei Redòt (come si diceva allora), quest’ultimo con relativi video. Che i singoli sono fondamentalmente: Don’t Speak dei No Doubt, Torn di Natalie Imbruglia, Bitter Sweet Symphony dei Verve (menzione anche a Nobody’s Wife di Anouk, da me non appoggiata). Tutti, tranne io e un altro, si erano dimenticati della dimenticabile Thunder degli East 17, ma passava così, mica l’avremmo mai classificata. Tutti eravamo d’accordo su un paio di cose: che i Blur non hanno un album solo, e che «amiamo l’Inghilterra» anche solo per Back for Good dei Take That. Poi c’era chi urlava «I Radiohead! I Radiohead!», perché certo, bisogna sempre infilare i Radiohead (gli altri devono, non io). Ne abbiamo scordati tanti. Tra gli album italiani fondamentali di quegli anni fondamentali io ho votato Dove c’è musica di Eros.

La strada per le stelle, o quello che volete

1 marzo 2012

Più di tutto, dover subito chiedere, confermare, specificare che sì, era vero per davvero. Non per la paura che fosse una di quelle bufale che hanno fatto morire Paolo Villaggio ventisei volte. Era, fin dai primissimi link, il segno che Lucio Dalla non poteva andarsene così, beffando tutti una mattina di marzo. Il social network è arrivato prima dei coccodrilli non ancora pronti, con la sua gara a condividere la canzone più off, mica si può andare di Caruso, ci vuole, che so, Corso Buenos Aires. C’è stata, fin dall’inizio, la retorica delle morti famose e immediatamente postabili, ma anche il fatto che mancherà a tutti: era transgenerazionale più degli altri, perché era un cantautore che non suonava le cose dei cantautori. Il suo giorno era il 4 marzo 1943, lo sanno tutti, il mio anno il 1983, non interessa a nessuno. Quando uscì Cambio, quello di Attenti al lupo, comunque non il più indimenticabile dei suoi dischi, io avevo iniziato da poco le elementari. Me lo ricordo più di molti altri. Ricordo la musicassetta nell’autoradio, e io che mi sgolavo su «Denis balla come un animale, è al centro esatto della musica».

Mille giorni di me e te (tu come stai? bene, io come sto? boh, me e te)

28 novembre 2011

Oggi esce il nuovo disco di Tiziano Ferro, s’intitola L’amore è una cosa semplice, e sono giorni che non ascolto altro.
Antefatto. Anni fa, in un’intervista a un’attricetta di cui manco ricordo il nome, ricordo però che si dava molte arie da intellettuale, insomma lessi con grande sorpresa la sua risposta alla domanda «Cantante preferito?». Era «Tiziano Ferro», e noi eravamo troppo giovani e troppo presi a darci un tono, per non stupirci. Ci dicevano che bisognava ascoltare i Danieli Silvestri, mica gli ex ragazzi grassi di Latina che r’n’bieggiavano «regalami un sorriso io ti porgo una rosa». Mentre noi ci davamo quel tono che muore nel momento esatto in cui muore l’adolescenza, lui senza farcelo sapere ci inculcava quel lessico tutto suo, che poi era la lingua che avremmo finito per parlare tutti. Lui, zitto zitto, diventava – dice un’amica mia – il Baglioni della nostra generazione. (Un’altra dice il Venditti, ma su questo si apre un dibattito più lungo di questa parentesi. Io team Baglioni, sia chiaro.) Non le piccole cose, le caffettiere sul fuoco e la domenica a letto insieme della canzone d’amore in tempi non più cantautoral-impegnati, ma sempre con quell’aspirazione annisettanta lì. Con lui s’è rinnovata l’epica dei sentimenti. Con lui «assenza» fa rima con «parvenza», se serve. Così è anche stavolta. Tra queste cose semplici, la mia preferita, ma è troppo presto per dirlo, è «la nostra fine non fu niente di speciale, rispetto al fatto che poi tutto sa passare», dentro una canzone che s’azzarda a ritornelleggiare «mare, mare, mare» – il Carboni della nostra generazione?
Oggi esce il nuovo disco di Tiziano Ferro, s’intitola L’amore è una cosa semplice, e nel frattempo la mia generazione è diventata tutta quell’attricetta là.

A hundred times

24 luglio 2011

Mi hanno detto: «Ora anche la tua generazione ha la sua icona morta». Avrei voluto dire che noialtri saremmo cresciuti meglio degli attuali trenta-quarantenni anche senza bisogno di certi janisjoplinismi di fine luglio. Avrei voluto dire che non era perché era mia coscritta; né perché era la più brava di tutti; né perché avevo appena scoperto di conoscere tutte le parole di tutte le sue canzoni, e mica lo sapevo; né perché era baraccona vera, altro che marketing, altro che Lady Gaga; né perché dietro quella qualsivoglia overdose c’era un suicidio tragicamente casuale; né perché tutti già ne scrivevano, tutti insieme, sul social network, gli stupidi giornali nostrani avrebbero detto «un undici settembre della musica»; né perché in pochi minuti avevo messaggiato e emailato a tanti, e m’avevano messaggiato e emailato in tanti. Non ho detto niente, ho solo pregato che la cena finisse presto. Dovevo correre a casa a controllare che su iTunes ci fosse tutto, a riascoltare cose, rivedere video, versare altre lacrime che non si sarebbero asciugate da sole, cercare altre parole con cui dire addio.

And I would still be on my feet

17 gennaio 2011

Ieri, giornata di globi d’oro andati in massima parte al film che meritava più di tutto e di tutti da molto tempo a questa parte, ho visto quella specie di Stanza del figlio starring Nicole Kidman. Il film – si chiama Rabbit Hole – che, si legge da un pezzo, l’ha fatta risorgere dalle ceneri e dalle plastiche, del regista del sottovalutatissimo Shortbus, dove lei è madre di figlio morto che non piagnucola, che si incazza con quelli che le dicono tuo figlio è diventato un angelo di dio, che insomma fa come Nanni Moretti. E ho pensato alla Kidman dei Da morire e dei Ritratti di signora. Quella che poteva fare tutto. Anche stonare la mia preferita di Joni Mitchell in un film orripilante. E niente, poi mi è venuto in mente che Annette Bening fa oggi la stessa cosa, e però il globo se lo porta a casa.

«It’s the Second Law of Thermodynamics: sooner or later everything turns to shit»

5 gennaio 2011

Cioè, è solo un problema di produzione? Di soldi insomma? Che ieri le commedie romantiche e oggi solo i cinecomic? È che è cambiato il famigerato gusto, manco fossimo in gelateria? Che tutto è più veloce, e insomma le chat mica I.A.L. Diamond? In poche parole, è colpa degli status di Facebook? Oppure no, ci sono, è generazionale, al solito. Ieri si era tenuti, ma che dico obbligati, a fare sfoggio di un esercizio intellettuale di livello, era pur sempre epoca di cineclub e gruppi extraparlamentari. Oggi la cultura è pallosa, c’è da spiegarlo? No, ecco: è pigrizia. E dire che è tanto più facile, ma proprio tutto, i film si scaricano, pure mio zio ti rendi conto ora rivede i film sul computer, se li fa mettere sull’hard disc da mio cuggino. Non so cosa sia. Però mi chiedo chi avrebbe il coraggio di produrre, oggi, non dico Mariti e mogli, che ho rivisto l’altra sera per la numero enne volta e vabbè. Ma anche, che so, Harry a pezzi, che l’amica P. ha visto per la prima volta ieri, ed era così contenta che mi ha offerto la birra. (Mi dispiace per l’amica P., ma io, visto che è stato da me citato, posterò, a gratis, Mariti e mogli.)

E allora passate

29 novembre 2010

Uno legge «Monicelli suicida» in uno status qualsiasi, e gli sembra troppo francamente onesto. Poi controlla e scopre che è vero. Poi pensa alle canottiere di Sordi e Gassman, all’insopportabile Totò che solo lui era riuscito a renderti simpatico, a quel film di donne con dentro la tenerezza di un concerto di Ron, a varie cose sparse. Agli italiani in cui, per decenni, ci si è meritati di immedesimarsi. Ho pensato anche a I sette piani, quel racconto del Migliore Di Tutti che iniziava e finiva dentro un ospedale, in modo diverso e uguale. Ho pensato anche a come muore, in modo diverso e uguale, Serge Reggiani ne La terrazza, che – per interposti sceneggiatori – era come se fosse anche roba sua. Ho pensato che l’avevano scritto Age e Scarpelli, questo finale: «Stanza dell’ospedale San Camillo, quinto piano, interno notte.» E poi ho alzato il volume, e dalle casse è uscita una canzone nuova che già mi piace tantotroppo, e l’ho visto volare giù, e ho pensato solo: ciao, eh.


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