Archive for the ‘casa nostra’ Category

Ah, mi hanno detto che da McDonald’s assumono a tempo indeterminato

2 febbraio 2012

Dicevo l’altro giorno, a pranzo con avvocati, che in questo paese non conta granché l’intelligenza; conta avere il titolo di [inserire categoria a scelta tra medico, avvocato, giornalista, eccetera eccetera]. (Parentesi. Tutti mi davano ragione: i miei amici avvocati sono differenti.) Questo per dire che in un paese normale parlare di monotonia del posto fisso non dovrebbe aver nulla a che fare con la lotta al precariato, che è altra (e giusta) cosa e causa. E va bene, sarà salita la disoccupazione, ma l’aspirazione piccolo-borghese a crescere un figlio ìcs purché medico purché avvocato purché giornalista purché eccetera eccetera, senza tener conto del nuovo e magari pure stimolante stato delle cose, be’, quella non scenderà mai.

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E non ditemi che in fondo, a un certo punto, De Gregori aveva pure endorsato la Bindi

1 febbraio 2012

Caro Partito Democratico, sono un tuo ex iscritto, ho anche ricoperto una pur esigua carica a – diciamo – tuo nome, anzi ho proprio assistito alla meravigliosa creazione del Gruppo Unico, ho contribuito a stendere mozioni, ti ho difeso anche quand’eri indifendibile (be’, poi mi son stancato), probabilmente ti rivoterei anche oggi, per la stessa assuefazione alla perpetuità con cui ogni anno mi trascino a vedere i sempre più modesti film di Woody Allen. Epperò, quando leggo storie edificanti come quella del buon Lusi, ormai mi viene da associarti solo a quella canzone lì. Quella che strofa con «Tu sei seduto comunque, dovunque, qualunque cosa fai»; e con «Tu sei un ragazzo pulito, hai le orecchie piene di sapone. Sarà per questo che non distingui più la regola dall’eccezione». E potrei citare tutti i versi di tutta la canzone, sicuro troveremmo 13 milioni di metafore.

L’immagine dell’Italia in Italia: la pizza, il mandolino, il Vaticano che non paga l’Ici

30 gennaio 2012

«Ma lo sa che cosa si guadagna oggi con l’edilizia?», ma anche «La verità è che lei spende il doppio di quello che guadagna. Vada in bicicletta invece di andare in automobile! Fumi Nazionali! Faccia lavare i piatti a sua moglie!», ma soprattutto «C’è un terreno qui vicino, alla Camilluccia, mille lire al metro quadro, un terreno che dall’oggi al domani può valere ventimila lire, le dico come: noi regaliamo tre ettari ai frati di San Maurizio, loro ci costruiscono il convento, la foresteria, […] allora il Comune che fa, ci porta l’acqua, la luce, le strade, e il valore del terreno va alle stelle automaticamente». E niente, non è per dire che Zavattini aveva già detto tutto, che quel che valeva post Boom di ieri vale pure post miracolo italiano di oggi, che il meritarsi Alberto Sordi non passerà mai di moda, un po’ come il coordinato a Roma. Ma forse anche sì.

Che poi, caro viceministro, più che un’analisi del lavoro in Italia “Sfigati contro Secchioni” è una puntata di «Ciao Darwin»

25 gennaio 2012

Ho esattamente 28 anni (ancora per poco), sono riuscito a laurearmi, perdere la voglia di specializzarmi, trovare lavoro, cambiare lavoro, mettermi a fare due-tre lavori insieme. Ma non è questo il punto. Non sono meno sfigato di chi a 42 anni vuole studiare filologia romanza o fisica dei quanti – purché non mi venga a dire che ah, com’è difficile trovare un posto, una casa, una qualsivoglia stabilità, di questi tempi. Il punto è che in questo paese parla troppo spesso di meritocrazia chi il merito per trovare il posto di lavoro non l’ha avuto (o non del tutto, quantomeno) e di precariato che ammazza le nuove generazioni chi arriva da stagista a 35 anni con la spocchia dell’esperto di redazioni, studi, uffici, pronto a fare scioperi della fame random. La dirò facile facile. Facciamo che – per stare in un campo che più o meno mi è noto – sostituiamo ogni “figlio, nipote, secondo cugino di” piazzato a tempo indeterminato a un desk e incapace di fare una qualsiasi ricerca fotografica con uno stagista che non arrivi, dopo due articoletti firmati su una fanzine on line, con l’aria imparatissima del caporedattore di Newsweek. Facciamo così, per ogni caso che vi viene in mente. Che abbiano entrambi gli interessati 28 anni oppure no.

Tutti Tom Cruise, coi codici d’onore degli altri

18 gennaio 2012

Più del vano domandarmi chi mai vorrebbe salutare l’Isola del Giglio dal ponte di una nave in pieno gennaio, più dei servizi dei tiggì di prima serata con commenti musicali che manco Apocalypto, più di Brunone Vespa che dopo anni di plastici di villette minimizza (parafraso) «Sì, va bene che anche un solo morto fa una traggèdia, ma in fondo mica è così immane, eddai, suvvia, siamo seri», più di tutto mi resta l’eco del commento di un’amica mia, a questa tre giorni in cui la parola naufraghi s’è smarcata dall’Isola dei Famosi: «Che poi, vorrei proprio sapere quanti di questi che gridano allo scandalo sarebbero rimasti sulla nave a fare gli eroi patri. Che poi, prima i militari tutti fascisti, adesso di colpo tutti a fare quelli che ah, il codice d’onore.».

Che, se Gad Lerner rifacesse quella trasmissione oggi, forse la intitolerebbe «Milano, Svezia» (ma forse no)

12 gennaio 2012

Vivo a Milano, nella cerchia dei bastioni. Uso la bicicletta anche d’inverno, anche se fa un freddo porco e non c’ho i guanti, anche se le poche piste ciclabili che esistono sono molte volte occupate dai furgoni dei corrieri, molte altre dalle auto e dalle moto dei vigili urbani che chiacchierano come in CHiPs. Cammino molto, perché Milano è piccola, è il mantra che ci ripetiamo da una vita. Ho comprato una macchina a gpl, per sentirmi, proporzionalmente ai ritardi assortiti del nostro paese, un po’ DiCaprio. Fortunatamente ho la metro, come diciamo da queste parti, sotto casa: gli amici che abitano vicino a fermate del tram soppresse da tredici anni non si contano; ma se voglio uscire ad alcolizzarmi la sera, un qualsivoglia vagone che mi carichi per tornare a casa non lo trovo. Se chiamo un tassì arriva con otto euri così, cash, a mio carico, il che vuol dire che se va bene ne spendo il doppio per fare tre chilometri e mezzo.
Da lunedì Milano sarà sulla carta un posto civilizzato come Londra, o Berlino, o Stoccolma, o la cittadina lappone di Babbo Natale, con la differenza che in quei posti davvero civilizzati non c’è un isolato che non sia coperto da una stazione della metropolitana, del treno, delle slitte con le renne. Ai troppi passi avanti delle nostre pur illuminate amministrazioni arancioni corrisponderanno svariati passi indietro.
Io penso che sia tutto giusto. E che, in ogni caso, passerò quel che resta dell’inverno a farmi portare del sushi a domicilio – sperando che il mio giappo, come diciamo da queste parti, abbia un motorino quantomeno catalizzato.

E dal prossimo mese, solo interrogazioni programmate

9 gennaio 2012

Ed è stato in quel momento preciso che il buon Monti si è rivelato per quello che è: un professore retto, giusto, ma che non puoi interrompere durante la lezione. È stato quando il pur docile alunno Fazio, seduto in prima fila e con tutti i compiti delle vacanze fatti, gli ha chiesto qualcosa a proposito di Iva e ventitré percenti, e il prof ha replicato secco: «Ma che caduta di livello!». Non una domanda legittima e fin troppo cauta su quel che va legiferando il suo governo, solo un’interruzione della lezione. Sto qua a spiegarti la poetica di Virgilio, e tu mi dai noia coi tuoi problemi di metrica? La cosa buona è che in questo paese non si accettano più giustificazioni – specie quelle dei genitori.

«La tredicesima», stasera per il ciclo «I Bellissimi di Retequattro»

21 dicembre 2011

Cara Camusso e sindacati tutti, non è che la mia generazione ce l’ha con voi. È che a noi «sindacato» fa molto vintage, come le cabine telefoniche a gettoni, il servizio militare obbligatorio, il Lunedì Film di RaiUno, le videocassette de l’Unità. È che quando gridate contro i direttori intergalattici con la poltrona di pelle umana noi non ci crediamo: noi crediamo alla Crisi, quella per cui i direttori intergalattici possono permettersi giusto le poltrone dell’Ikea. È che le ministre piangeranno anche, ma la sindacaliste urlano troppo, e a noi c’hanno detto che dobbiamo essere neoromantici. È che noi siamo la generazione dell’articolo 21, non del 18. È che siamo stagisti, masteristi, co.co.isti; siamo quelli che vivono nell’«unica epoca dell’umanità in cui le persone tornano in Molise» (citazione da sottovalutato film della nostra generazione, appunto, che non si è mica formata con La classe operaia va in paradiso). È che i giovani d’oggi non sanno più che cos’è protestare: se non per una foto fuori da Abercrombie.

Ultim’ore

14 dicembre 2011

Ci hanno insegnato che era colpa dei giovani e del rock. Ci hanno insegnato che era colpa delle bossifini e dell’intolleranza. Ci hanno insegnato che si dice «morti bianche» e «xenofobia». Ci hanno insegnato a urlare, sempre, tutti, manco fossimo Sonny Wortzik, che era ispirato a un tizio vero, d’accordo, ma voi non avrete mica quell’esasperazione lì, tutti i giorni, quando vi alzate la mattina. E invece no. Ci hanno insegnato ad alzarci la mattina e a decidere contro chi dobbiamo gridare, a chi dobbiamo mettere le manette (questa la rubo a un attore intervistato tempo fa; parlavamo di questo e di un suo vecchio film: Febbre da cavallo). Prima ci hanno detto, in quell’orrido giornalistichese, che era sempre questione di «tragiche fatalità», e poi hanno ritrattato. Prima ci hanno detto che era colpa dei pazzi, e poi ci han fatto credere che saremmo tutti dei potenziali Breivik, se solo. E non è per ribattere a quelli che «la colpa è dei preservativi», perché vabbè, che cosa vuoi dirgli, è già difficile discutere con gli antiabortisti, figuriamoci con questi. È solo per dire che io non sempre ho voglia di urlare, anzi: quasi mai. È per dire la cosa più facile e più trasparente del mondo: «Le strumentalizzazioni sono fuori luogo», specie in questi casi. Che poi l’ha già detto uno molto più bravo di me.

Sicuro è che io dormivo, quando l’Italia si destava (che poi, parliamone)

14 novembre 2011

Quando ieri pomeriggio mi sono svegliato dalla pennica, raffreddato, in cerca di zerinol, ancora quella porta del Quirinale che s’apriva e si chiudeva e alla fine m’era entrata nel sonno, c’era il Silvione che mandava il suo rvm a reti unificate, che in questi casi vuol dire RaiTre e La7. Non era il Silvione di un tempo. Certo, c’era la solita cafoneria che s’addice a uno che deve lanciare la televendita dei materassi (per dire), foss’anche il buon Napolitano ancora impegnato a consultare (non per dire). Ma indugiava, specie su parole come riconoscenza, ché gli italiani, addormentatisi imprenditori di se stessi e svegliatisi precari di qualcun altro, gli avevano, almeno momentaneamente, tolto. Gli occhi erano due buchetti piccini, come cavati via da qualcuno; da un giramento di coglioni, forse. La retorica della libertà era shakerata col lascia-o-raddoppia, a inseguire ancora quel nuovo Boom mai messo a segno. Eppure sembrava il giorno della marmotta, e, mi dicevo, avevano ragione tutti quelli che, in questi giorni, «tanto torna, andrà com’è sempre andata: un bel governo di vecchi pallosi che rimettono i conti a posto ma figurati se cambiano la politica di questo paese, e poi di nuovo lui, e tutti quegli altri». Eppure era cambiata l’Italia, mi sforzavo di pensare, c’era il grigio Monti che non inneggiava a discese in campo ma a campi pericolosamente discesi – anzi no: franati – verso il baratro. E poi mi sono riaddormentato. Questo paese induce sonnolenza, anche più dello zerinol.
(Postilla. Poco fa un’amichetta mi ha girato il comunicato che annuncia l’uscita prossima ventura del film tratto dal romanzo del Uolter Veltroni La scoperta dell’alba. Solo per dire che, in questo paese, il problema non è che non c’è stato neanche stavolta il finale profetizzato dal Caimano: è che l’Italia di noialtri sarà sempre sceneggiata da quelli della Meglio gioventù.)


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