Archive for the ‘Buone novelle’ Category

Facce da schiaffi (primarie edition)

24 novembre 2012

Il politico di centrosinistra in tempo di primarie

Il politico di centrosinistra vuole partecipare alle primarie e però non vuole, ma il suo è un grande partito con ambizioni americane, ci vuole un grande confronto all’americana, anche un grande confronto televisivo all’americana, e sottrarsi a tutto ciò vorrebbe dire essere conniventi con quella cosa del morire democristiani, come se invece non…
Comunque.
Il politico di centrosinistra sa che per partecipare alle primarie ha bisogno di poche cose: un pezzo di Concita De Gregorio da mostrare come endorsement; un paio di pubblicazioni con titoli che vanno da La mia politica – Da John Fitzgerald Kennedy a Pietro Folena a L’Italia di domani spiegata a mia figlia Sveva; passaggi televisivi assortiti, si comincia da Ballarò, che discorsi, ma poi ci vuole pure un salto a Uomini e donne edizione ottuagenari, gli ultimi vent’anni hanno insegnato che bisogna essere nazionalpopolari.
Alle primarie del centrosinistra si presentano un politico della Vecchia Scuola in quanto rappresentante di Massimo D’Alema, un politico donna vegetariana in quanto rappresentante delle donne vegetariane e un politico del Sagittario in quanto rappresentante degli elettori del Sagittario.
Il compito più difficile per un politico di centrosinistra che partecipa alle primarie è trovare i nomi da mettere nel famigerato Pantheon. Va a finire che ogni ballottaggio diventa una straziantissima scelta di Sophie. Nelson Mandela o Nelson Piquet? Jimmy Carter o Lola Falana? Don Milani o Eleonora Giorgi?
Il politico di centrosinistra che partecipa alle primarie non sa che la Grande Occasione Democratica delle primarie sveglia ciò che davvero chiunque ha voglia di fare in democrazia: dare schiaffi. All’americana, si capisce.

(Sta per uscire l’ebook del libercolo del mio omonimo. Stéi tiùnd.)

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Little blue star that offers light – e se va bene finirà in un pressbook

26 ottobre 2011

Ho incontrato Patti Smith quest’anno, a Venezia. Per mezz’ora mi sono chiesto se fosse una bambina troppo grande o un’adulta rimasta piccola. Non son riuscito a metterlo a fuoco. Mi faceva tenerezza, e mi faceva incazzare. Parlava ancora di lotta dura senza paura, sprofondata in una poltrona di pelle, sopra la testa il logo della casa automobilistica che faceva da sponsor a quello spazio per le interviste, fuori il mondo che sapete. Non avevo letto la sua autobiografia, che si chiama Just Kids, e i bambini sono lei e Robert Mapplethorpe, ma queste cose le sapete. E niente, ora l’ho fatto. E non è scritto bene come mi avevano detto. E non è indispensabile come mi avevano detto. E, visto che mi toccava l’edizione italiana, c’ho pure trovato Katherine Hepburn scritto così e Rockfeller scritto così. Ma ho pensato che – quando ci faranno un filmetto qualsiasi, e io sarò a parlare con il tal regista e la tal protagonista (che non sarà Charlotte Gainsbourg, come sarebbe fisiognomicamente giusto: è il direttore di casting mancato che è in me a parlare), e sopra avranno il logo della stessa casa automobilistica che ancora farà da sponsor a quello spazio per le interviste, e fuori il mondo che sapete – be’, anche se sono un fighetto, io sarò dalla loro parte. Di Patti e Robert.

E indifferente sorvola già tutte le accuse, boschi e città

28 giugno 2011

Echi di romanzo americano davanti a Google Maps aperto sulle strade del quartiere Isola, Prenzlauer Berg mancato. L’amico Vincenzo ha scritto un gran bel libro, per la nostra generazione di colombe cattive o falchi a metà (parafrasi della distinzione socio-etologica che trovate a metà romanzo circa); e bello pure per tutti gli altri. C’è dentro un sacco di economia come “luogo” delle truffe anche sociali, amicizie virili molto tradite, amori vissuti tra aeroporti e iPod, responsabilità scansate o travisate, kebabbari albanesi e piccoli Madoff che crescono male. C’è dentro Harvard, e Francoforte, e Berlino, ma soprattutto c’è Milano. La Milano accademica e quella fabriziocoronizzata, la Milano dei palazzinari e quella dei giovani ronci. Dei parchisempioniverdiemarroni (cit.) di quartiere che cedono il passo ai cantieri di Ligresti; degli appalti truccati (cit. dagli stessi) che forse le nuove giunte ci faranno dimenticare. E sapete che sono felice, quando qualcuno racconta bene Milano. No: quando la capisce.

Rio casa mia, Capitolo aggiuntivo: Dove si torna giusto un attimo, per un bicchiere d’acqua

14 giugno 2011

La prima volta che ho sentito parlare di Matheus Braga, e di Sarah Clarice, e del Drago (che non è il Silvio delle intercettazioni), e dell’indimenticabile domestico nippopaulistano Mario Ono è stato quasi un anno fa, appena arrivato a Rio, e albeggiava, e avevo i pappagalli sopra la testa e le papaye davanti a me per colazione. Poi mi sono trascinato il primo, pesante manoscritto per le strade del Rajasthan, zittendo tutti, i palazzi dei maharaja non mi avrebbero distratto dalle assai intricate vicende della famiglia Johanssen. Poi m’è arrivato a casa, con la sua bella copertina da libro vero. Ora il romanzo di Alberto è uscito. Ne parlo perché è un amico, sì. E perché è un thrillerone come non ne scrive nessuno in questo paese (mi candido già a fare il direttore di casting per la versione cinematografica, sarebbe roba grossa davvero, è un appello a tutti i Weinstein eventuali). Ne parlo soprattutto perché c’ho trovato dentro più cose incrociate nei miei quindici giorni carioca (qui e a seguire) che in qualsiasi City of God (ho già litigato con varia gente a proposito della pretenziosità di quel brutto film, non costringentemi a farlo di nuovo, grazie). E poi perché c’è stato questo referendum piccolo piccolo, e il romanzo è (anche) di acqua che parla. Privatizzata, alterata, corrotta, sottratta. Poliacqua, quando si è appena capito che di acqua ce n’è una sola. S’intitola Sete, e non per caso.

Gentrificate, gente, gentrificate

12 marzo 2011

Ho comprato Freedom l’estate scorsa, in un aeroporto chissà dove, ho iniziato a leggerlo avidamente, poi l’ho piantato non perché non mi piacesse (anzi) ma perché son diventato un pessimo lettore. Ma tutto ciò quando me l’avete chiesto. Ora, l’intervista a Franzen in cover sul Venerdì di ieri è interessante per almeno quattro motivi. Il primo: i Grandi Scrittori Americani se ne fottono dei giornalisti italiani che li vanno a intervistare e poi scrivono attacchi “emozionali” sul loro essersi tolti le scarpe, sul loro scambiare lo scazzo che chiunque avrebbe all’ennesima intervista per «smorfie un po’ impressionanti, segno di estrema concentrazione», eccetera eccetera. Il secondo: noi leggiamo Tolstoj quando ancora non abbiamo dato nemmeno lo scritto della patente, i Grandi Scrittori Americani lo mettono nei loro grandi romanzi, da grandi. Il terzo: i nuovi short cuts, insomma l’America oggi, passano inevitabilmente per la gentrification; una mentalità, direbbe qualcuno, a cui Franzen dedica un intero libro. Che dovrebbe leggere pure Elisabetta Canalis. (Ah, dimenticavo il quarto: ora riprendo Freedom. Ma anche questo, quando me l’avete chiesto.)

Montagne e Maometti, o: del non venirsi incontro

3 novembre 2010

Io non è che posso prendermela sempre con gli interpreti della Rai, con il doppiaggio, con la gente che «a me guardare i sottotitoli mi distrae dal film». Perché poi, se alla notizia di una riedizione rititolata del sommo capolavoro di Thomas Mann, che ora finisco il post in fretta perché devo correre a rileggerlo, be’, se accanto ci piazzano una scheda tutta sbagliata – perché «mockingbird» non vuol dire «usignolo», «to the» non si traduce con «il», «catcher» è qualcosa di più di un semplice «giocatore di baseball» –, be’ allora tenetevi tutti i «facciamoci un toast» di questo mondo.

Le macchie umane e gli omini bianchi

2 novembre 2010

«Ma scegliere di prolungare lo scandalo perpetuando la protesta?»

C’era un tempo – ieri l’altro – in cui l’impeachment era di sinistra, io ci avevo pure scritto un tema in quarta ginnasio e non mi ero mai sentito tanto liberal. C’è un tempo – oggi – in cui vien giù il teatro ad ogni colmodeicolmi, ma in che paese viviamo, ma che vergogna, ma insomma i diritti civili, ma qui ci vogliono le dimissioni, ma qui ci vuole Vendola presidente a scatola chiusa, mobbasta coi festini e le puttane, e tutti che espatriamo, tutti in Erasmus civico, no ma stavolta davvero, stavolta è troppo. E possiamo pure discuterne, c’avete ragione, d’accordo, ma levatevi quell’aria di finta indignazione dalla faccia, lo capisco che volete essere senza macchia, ma almeno risparmiatemi gli inviti ai gruppi più autogol della Storia («Meglio gay che Berlusconi», che è come dire: io mica posso buttarmici da solo, giù dalla torre). C’era un tempo – ieri l’altro – in cui la versione dei fatti te la forniva Philip Roth, e potevi pure litigarci. C’è un tempo – oggi – in cui finisce che sei d’accordo con Guzzanti (l’altro), e metti le camicie in lavatrice col rossetto sul colletto, sperando che la macchia resti.

If you give the Oscar to the likes of “Ordinary People” and “Chariots of Fire” often enough, won’t your prize be worth a bit less?

11 ottobre 2010

Io Vargas Llosa non l’ho mai letto. No, neanche La città e i cani. No, neanche Conversazione nella cattedrale. E non alzate gli occhi al cielo, che vi vedo. Non sto qui a fare le liste del tipo e però Philip Roth, e però Tom Wolfe, e però. Il punto è quello sollevato dal solito New Yorker. Ché ormai se penso al Nobel mi vengono in mente solo il famoso cartello al finestrino della macchina, e la sosta in autogrill, e Milano-Roma, insomma Dario Fo-Ambra Angiolini. E forse è per questo che ho smesso di leggere – quando ho chiuso Guerra e pace, quella volta, sul metrò. (E però Chaplin. E però Hitchcock. E però…)

«E di chi è il romanzo?» «Mah, uno giovane, americano, credo si chiami Adelphi.»

27 agosto 2010

Lo so che è il libro in cui nelle prime tre pagine leggi, in sequenza: «Martha’s Vineyard»; «Squibnocket Beach»;  «Technicolor»; «DNA protestante»; «Albert Payson Terhune»; «Perry Como»; e soprattutto: «22 novembre 1963». Lo so che è stato pubblicato da Adelphi; anzi, da Adelphi prima dell’estate. Lo so che è stato scritto per vendere in una settimana i diritti alla Working Title, no: alla Focus Features; no, alla Paramount Vantage. Lo so che l’autrice esordiente ma con alle spalle «numerosi riconoscimenti per la sua attività giornalistica» (si citasse almeno un pezzo di carta su cui abbia mai scritto) non sarà mai il nuovo Peter Cameron. Lo so che ci son dentro frasi ad altissima citabilità – no: bacioperuginabilità – come «Le storie che raccontiamo agli altri corrispondono mai a quelle che raccontiamo a noi stessi?». Ma se avete qualche ora, da qualche parte, in cui leggere qualche cosa, be’, potreste pure scegliere questo libro.

Some enchanted evening, che ora non c’è più

29 luglio 2010

Si dà il caso che il migliore a scrivere negli ultimi anni si chiami Peter Cameron. Si dà il caso che ieri sia andato a vedere l’anteprima di un film che uscirà chissà quando per l’unica ragione che è tratto da un suo romanzo (non il più bello; il più bello è Un giorno questo dolore ti sarà utile). Si dà il caso che libro e film si intitolino Quella sera dorata (molto più pertinente il titolo originale, che te lo dico a fare: The City of Your Final Destination), e ci sono Anthony Hopkins (quanto lo odio, quanto è bravo) e il più grande caso di cessafiga della storia, e cioè Charlotte Gainsbourg, e a dirigere c’è James Ivory molti (molti) anni dopo Camera con vista e Quel che resta del giorno, e pure La figlia di un soldato non piange mai, che abbiamo visto in tre e invece era bellissimo. Non staremo qui a fare il giochino del quanto sono belli i libri e quanto sono deludenti i film. Penso solo a Cameron che guarda la polvere sulla pellicola, il suoi personaggi rimasti senza le sue parole, lo schermo da riempire, così, per colmare i vuoti e i silenzi.

Pete posò gli arnesi e si avviarono sullo sterrato. Senza parlare. Due persone possono spostare la propria attenzione sul paesaggio in un modo che, se simultaneo, può diventare un sostituto efficace e soddisfacente della comunicazione.


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