Archive for the ‘Àipod’ Category

Classifiche (to break the spell of aging)

30 marzo 2012

L’altra sera abbiamo convenuto con amici coscritti che gli album che hanno segnato quegli anni lì, quei nostri anni lì, i primi col suffisso teen, sono fondamentalmente: (What’s the Story) Morning Glory? degli Oasis, Jagged Little Pill di Alanis Morissette, Californication dei Redòt (come si diceva allora), quest’ultimo con relativi video. Che i singoli sono fondamentalmente: Don’t Speak dei No Doubt, Torn di Natalie Imbruglia, Bitter Sweet Symphony dei Verve (menzione anche a Nobody’s Wife di Anouk, da me non appoggiata). Tutti, tranne io e un altro, si erano dimenticati della dimenticabile Thunder degli East 17, ma passava così, mica l’avremmo mai classificata. Tutti eravamo d’accordo su un paio di cose: che i Blur non hanno un album solo, e che «amiamo l’Inghilterra» anche solo per Back for Good dei Take That. Poi c’era chi urlava «I Radiohead! I Radiohead!», perché certo, bisogna sempre infilare i Radiohead (gli altri devono, non io). Ne abbiamo scordati tanti. Tra gli album italiani fondamentali di quegli anni fondamentali io ho votato Dove c’è musica di Eros.

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La strada per le stelle, o quello che volete

1 marzo 2012

Più di tutto, dover subito chiedere, confermare, specificare che sì, era vero per davvero. Non per la paura che fosse una di quelle bufale che hanno fatto morire Paolo Villaggio ventisei volte. Era, fin dai primissimi link, il segno che Lucio Dalla non poteva andarsene così, beffando tutti una mattina di marzo. Il social network è arrivato prima dei coccodrilli non ancora pronti, con la sua gara a condividere la canzone più off, mica si può andare di Caruso, ci vuole, che so, Corso Buenos Aires. C’è stata, fin dall’inizio, la retorica delle morti famose e immediatamente postabili, ma anche il fatto che mancherà a tutti: era transgenerazionale più degli altri, perché era un cantautore che non suonava le cose dei cantautori. Il suo giorno era il 4 marzo 1943, lo sanno tutti, il mio anno il 1983, non interessa a nessuno. Quando uscì Cambio, quello di Attenti al lupo, comunque non il più indimenticabile dei suoi dischi, io avevo iniziato da poco le elementari. Me lo ricordo più di molti altri. Ricordo la musicassetta nell’autoradio, e io che mi sgolavo su «Denis balla come un animale, è al centro esatto della musica».

Mille giorni di me e te (tu come stai? bene, io come sto? boh, me e te)

28 novembre 2011

Oggi esce il nuovo disco di Tiziano Ferro, s’intitola L’amore è una cosa semplice, e sono giorni che non ascolto altro.
Antefatto. Anni fa, in un’intervista a un’attricetta di cui manco ricordo il nome, ricordo però che si dava molte arie da intellettuale, insomma lessi con grande sorpresa la sua risposta alla domanda «Cantante preferito?». Era «Tiziano Ferro», e noi eravamo troppo giovani e troppo presi a darci un tono, per non stupirci. Ci dicevano che bisognava ascoltare i Danieli Silvestri, mica gli ex ragazzi grassi di Latina che r’n’bieggiavano «regalami un sorriso io ti porgo una rosa». Mentre noi ci davamo quel tono che muore nel momento esatto in cui muore l’adolescenza, lui senza farcelo sapere ci inculcava quel lessico tutto suo, che poi era la lingua che avremmo finito per parlare tutti. Lui, zitto zitto, diventava – dice un’amica mia – il Baglioni della nostra generazione. (Un’altra dice il Venditti, ma su questo si apre un dibattito più lungo di questa parentesi. Io team Baglioni, sia chiaro.) Non le piccole cose, le caffettiere sul fuoco e la domenica a letto insieme della canzone d’amore in tempi non più cantautoral-impegnati, ma sempre con quell’aspirazione annisettanta lì. Con lui s’è rinnovata l’epica dei sentimenti. Con lui «assenza» fa rima con «parvenza», se serve. Così è anche stavolta. Tra queste cose semplici, la mia preferita, ma è troppo presto per dirlo, è «la nostra fine non fu niente di speciale, rispetto al fatto che poi tutto sa passare», dentro una canzone che s’azzarda a ritornelleggiare «mare, mare, mare» – il Carboni della nostra generazione?
Oggi esce il nuovo disco di Tiziano Ferro, s’intitola L’amore è una cosa semplice, e nel frattempo la mia generazione è diventata tutta quell’attricetta là.

A hundred times

24 luglio 2011

Mi hanno detto: «Ora anche la tua generazione ha la sua icona morta». Avrei voluto dire che noialtri saremmo cresciuti meglio degli attuali trenta-quarantenni anche senza bisogno di certi janisjoplinismi di fine luglio. Avrei voluto dire che non era perché era mia coscritta; né perché era la più brava di tutti; né perché avevo appena scoperto di conoscere tutte le parole di tutte le sue canzoni, e mica lo sapevo; né perché era baraccona vera, altro che marketing, altro che Lady Gaga; né perché dietro quella qualsivoglia overdose c’era un suicidio tragicamente casuale; né perché tutti già ne scrivevano, tutti insieme, sul social network, gli stupidi giornali nostrani avrebbero detto «un undici settembre della musica»; né perché in pochi minuti avevo messaggiato e emailato a tanti, e m’avevano messaggiato e emailato in tanti. Non ho detto niente, ho solo pregato che la cena finisse presto. Dovevo correre a casa a controllare che su iTunes ci fosse tutto, a riascoltare cose, rivedere video, versare altre lacrime che non si sarebbero asciugate da sole, cercare altre parole con cui dire addio.

Noi fuori non sappiamo cosa fare

18 giugno 2011

È come questa città, d’un tratto prima la perdi e poi la rivuoi (o anche: vorrei che questi giorni in attesa che si ballotti non finissero mai)

26 maggio 2011

Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice, avremo tutta l’eternità per stare in pace

14 maggio 2011

Poi, finito il concerto, su una terrazza che guarda i loft di via Tortona, ci si trova a discutere su La messa è finita. E allora quel dialogo che devi andare a ripescare perché non lo ricordi esattamente – «Stavo pensando all’amore universale: esisterà veramente? Voi preti cosa ne pensate?» «Noi preti pensiamo di sì. E io anche» – è uno dei modi per definire quello che si è visto qualche ora prima? Era l’ecumenismo di una messa cantata e infinita? Era amore vero? Il big bang, e l’elemento umano, e tutte quelle immagini – ché con Lorenzo va così: in testa ti trovi libellule sopra gli stagni e le pozzanghere in città e lucciole che tornano a Roma, e mica l’avresti mai detto – sono più che un ritornello? E cos’è l’ora che si sceglie? Votare per il candidato giusto? Sono tribù che ballano, nel Nord Africa della non sempre bella vita, nelle piazze nostre e straniere coi loro incroci possibili? Sono battiti di ali di farfalla a far ballare la fashionista anoressica e l’anonima cicciona benignamente accolta sul palco? Il designer con le scarpe borchiate e il novenne al suo primo concerto? È questa la notte dei desideri? E allora, l’amore universale esisterà veramente? Lorenzo pensa di sì. E io, ieri sera, anche.

Mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura

19 aprile 2011

O mamma, stasera escort (no, non mi viene in mente un’altra canzone sull’ultimo anno in Italia, no)

26 febbraio 2011

E ci complichiamo i sogni per non aver rughe sul viso

2 febbraio 2011

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