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Coglionis Act

16 gennaio 2014

Alcune cose da chiarire sugli spot pro-creativi (o, insomma, anti-sfruttamento dei freelance) che circolano in rete in questi giorni con l’hashtag #coglioneNO (qui i tre video).

1) È un concorso di colpe: da una parte c’è il Sistema iniquo e disumano che penalizza il lavoro del libero professionista (vero, con ampio margine di correzione sugli aggettivi utilizzati), dall’altra velleitari armati di reflex non pacificati, a 37 anni, di fronte all’idea di non essere diventati i nuovi Henri Cartier-Bresson (più vero).

1bis) Spiegando meglio. È una semplice questione di domanda e offerta: se hai 37 anni e nessuno ti ha ancora offerto un lavoro da fotografo, non sei un creativo incompreso: è che forse non lo sai fare, punto.

2) Direte: in questi tre spiritosissimi video si parla di gente ingaggiata per un impegno professionale che non ottiene il pagamento pattuito. Pattuito, appunto. Il libero professionista che svolge un incarico senza sapere prima che cosa avrà in cambio (foss’anche solo «una grande occasione di visibilità», eventualità che il libero professionista medesimo quasi sempre accetta) è il primo nella lista dei coglioni. Molto affollata, di questi tempi.

3) Direte: è una metafora, è una provocazione, è satira sociale (vero, con ampio margine di correzione sui sostantivi utilizzati). Ma le sceneggiature sono importanti, anche se in questo paese l’ha capito solo Checco Zalone.

4) Non ho mai visto nessun idraulico, nessun muratore, nessuno di nessuno (in questo genere di professioni, in Italia) chiedere con tanta solerzia: «Le faccio ricevuta o le serve la fattura?».

5) Questo resta il paese in cui il genitore medio (e la classe dirigente di riferimento media) ancora si augura che il figlio da grande faccia il medico o l’avvocato. Possibilmente senza emettere fattura.

6) Premiamo le intenzioni. Premiamo i Jobs Act, perché se in cambio, nel 2014, abbiamo solo le zazzere sindacaliste alla Camusso, allora tutti renziani per forza. Premiamo gli sforzi, sempre. Detto questo, quando di lavoro si parlerà comprendendo meglio la materia (anche senza una sceneggiatura di Paul Laverty), allora saremo tutti un po’ meno coglioni (senza hashtag).

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