Archive for agosto 2012

L’han deciso i ricchioni, e io devo accettarlo

28 agosto 2012

Ho preso coscienza della parola lobby la prima volta che ho visto Il presidente – Una storia d’amore. Michael Douglas era il personaggio del titolo, Annette Bening la lobbista (ramo ecologia) di cui si innamora con rischio d’impeachment. Avrò avuto undici anni, non esisteva l’internèt (quantomeno non nella misura in cui esiste oggi), era difficile scoprire prima le cose e tanto più gugolarle dopo.
Ho ripreso coscienza della parola lobby quest’estate a San Francisco. A San Francisco i lobbisti (ramo gay) hanno deciso che quello è il posto dei diritti, dell’emancipazione. Delle scelte. Non bisogna vedere i film con Sean Penn premiato con l’Oscar (dagli stessi lobbisti-ramo-gay) per sapere che è tutto storicamente piuttosto vero. E però non basta. La lobby – prima di andare, quando sei là, una volta tornato – ti vorrà convincere che: Questo È Il Posto Della Libertà Vera; Qui Siamo Over The Rainbow, E Sticazzi Se Il Tuo Cult D’Infanzia Era Die Hard; Devi Leggere Armistead Maupin, Cosa Ne Vuoi Sapere Altrimenti; Devi Andare In Giro Tuttonudo Anche Se Fuori Ci Sono Meno Diciotto Gradi, Solo Così Capirai La Libertà Vera Di Cui Sopra.
Coppie di omosessuali benestanti col cagnetto dietro i loro bovindi Vs. Tossici col bovindo dentro un carrello del supermercato ad ogni angolo di strada – la libertà, le scelte.
Ma direte, voialtri lobbisti, che è riduttivo. Nella misura in cui è riduttivo dire che a Los Angeles c’è sempre il sole, son tutti presi bene, corrono dalla mattina alla sera, le rifatte ti salutano dalle loro decappottabili e a Venice c’è un costante odore di maria.
Non faccio quello che è tornato e che ha capito tutto. Non ho capito niente, avete ragione voi. Ma ridatemi tutto l’ultimo capoverso e tenetevi le lobby. Io, del resto, fin da quella volta al cinema, non le ho mai capite.

PS: Il titolo è loro, non mio, anche se avrei tanto voluto lo fosse.

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Sulle navi con Silvio, invece, era tutto uno stappare bollicine

11 agosto 2012

Al cinese maoista di Venice, bellissimo, non servono birra. Mi dicono che posso però comprarla nel negozio dietro l’angolo e portarla dentro. Il negozio dietro l’angolo non vende birra; o meglio: vende solo confezioni da sedici bottiglie, una più una meno. Il pakistano di fronte si è convertito all’organic, pure lui. Torno nella Repubblica Cinese. Ce n’è un altro dietro l’isolato, mi dicono. Si sono presi a cuore il mio etilismo, queste ragazze con le trecce e gli zoccoli. Due angoli, stavolta, e leggo «Liquor», non posso sbagliare. Mi mette la birra in un sacchetto di carta. Sono un alcolista degli anni ’20 del secolo scorso.

Una volta, tanti anni fa, quando servivo costine alla Festa de l’Unità, mi sono sbronzato di martini, e poi sono caduto, e mi sono rotto un sopracciglio. Ma non diteglielo, ai comunisti amerikani.


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