Archive for aprile 2012

Non credo nella maggioranza delle persone, ma anche sì

26 aprile 2012

Vocazione maggioritaria. Una cosa che ormai s’attaglia a un’epoca antica, come i gettoni d’oro, come il tamagotchi. Ci pensavo ieri, primo 25 aprile milanese di sinistra (senza virgolette) almeno per la mia generazione, manifestando tra compagni nostalgici e comencine con le Camper; dicevo, ci pensavo ieri quando un’amica ha detto, più o meno: «Ma adesso con chi ce la possiamo prendere?». Che è un po’ come quell’altro che scrisse, tempo fa, che su Facebook si stava meglio quando si era in quattro gatti. Che lo spritz era più buono quando si beveva solo nei bacari veneziani per un paio d’euri. Che le isole sperdute nell’Egeo eran più belle quando non venivano colonizzate nel giro di un’estate dai milanesi, che più che ouzo al baretto del campeggio ormai fa birrino in Ticinella (questo un po’ è vero, però). No. Si sta bene in tanti. Si sta bene quando si governa. Lo dice uno che nelle sue vite passate ha fatto il consigliere comunale: di maggioranza. Lo dice uno che si ritroverà sempre con una minoranza di persone, ma che il mainstream, quello se lo porterà fin nella tomba.

Io lo conoscevo bene

19 aprile 2012

È, quella del Trota, la saga dei giovani d’oggi? Della generazione post-Muro, ma soprattutto post-Cepu? Dei giovani uomini senza qualità per cui la cultura va sfottuta, la formazione oggi passa attraverso gli orecchini col brillocco alla Cristiano Ronaldo? Dei poveri cristi tenuti su poltrone che non dovrebbero occupare da ricchi squali che vogliono metterla in quel posto ad altri ridicolizzandone la prole? Delle giovani fidanzate belle e oche che vogliono fare le scioghèrl, e allora chiedono delucidazioni ad altre belle e oche, perché lo penso anch’io che in fondo è meglio nascere belle e oche? Dei soldi facili, del razzismo facile, delle macchine facili, delle parabole facili (citazione da quel film) dei matteocambi, dio ti prego non farmi finire come lui, che era ricco e c’aveva le belle donne e oggi è tornato a fare il fattorino? Di quelli irrecuperabili, perché se no il modello qual è, il Partito che ancora tromboneggia in sezione e le Camusso che vogliono mandare in paradiso le classi operaie che non ci sono più?
No. Probabilmente sono solo io che sto diventando un vecchio moralista a neanche trent’anni. E mi scuso con Pietrangeli per il titolo di questo post.

To Rome with Woody (e la pro loco)

13 aprile 2012

A Roma si comincia con Volare, oh oh.
A Roma la Mastronardi diventa protagonista di un film di Woody Allen.
A Roma si chiamano tutti Gina o Luchino. O Leonardo e Michelangelo, come la Tartarughe Ninja.
A Roma le guest star sono del calibro di Maria Rosaria Omaggio.
A Roma anche se sei di Pordenone parli romano.
A Roma gli americani mangiano salumi Beretta e vanno da Intimissimi.
A Roma Benigni è bravo quando è diretto da altri, sì, certo, come no.
A Roma si prendono soldi anche dall’Alta Moda Romana, se serve.
A Roma Carol Alt è in (no: a) Via Margutta, ma fa subito Via Montenapoleone.
A Roma le donne sono Pine Fantozzi, o vedove siciliane vestite di nero che tirano fuori coltellacci.
A Roma Ornella Muti rilascia interviste per un secondo di apparizione.
A Roma non siamo a Parigi, dove comunque pure la Cotillard sa recitare.
A Roma la cosa migliore è Alec Baldwin, ma questo lo sapevamo già, e non solo da Alice.
A Roma c’è quello che aveva fatto Manhattan, e Mariti e mogli, e anche solo La dea dell’amore. Ma questa – lo dico col cuore spezzato di chi ha visto e rivisto tutti i film, tutta la vita – è un’altra storia.

«Caterina va in città» dovevano girarlo a Milano

5 aprile 2012

Penserete che la domanda con cui un milanese classifica definitivamente chi ha di fronte sia la seconda che fa: «Che cosa fai?». Laddove ci si aspetta una risposta che va dall’interior designer al CEO di Macintosh.
(La prima è, banalmente, «Come ti chiami?», ma non fa testo, anche se ovviamente Federico è meglio di Carmelo, per dire.)
Penserete che la domanda con cui un milanese eccetera eccetera sia la terza: «Ma sei di Milano?» (con inevitabile appendice: «Milano Milano?»). Laddove rispondere cose come «Sì, son di Precotto» significa, agli occhi del milanese, Non Essere Di Milano.
No. La domanda con cui un milanese eccetera eccetera è la quarta: «Che liceo hai fatto?». Laddove non conta solo il fatto che ancora vinca sempre «classico» su «scientifico», conta proprio il liceo specifico: rispondere Tito Livio vuol dire una cosa, e Parini un’altra, e Berchet un’altra ancora.
(Ieri mi hanno ricordato che ho fatto lo stesso liceo di Bettino Craxi, con cui già condivido il giorno di nascita. Mi sono preso paura.)

È Kate Winslet che è diventata piccola

3 aprile 2012

Gennaio 1998, un affollato cinema di provincia, gridolini e lacrime.
Aprile 2012, un’anteprima disertata dalla stampa, silenzio e lacrime diversamente piante.
Il 3D del nuovo Titanic appena varato non serve a niente, e forse è questa l’unica visione che Cameron ha toppato (non rispondete: anche lui ha un mutuo da pagare).
Titanic non è invecchiato di un’inquadratura, di un effetto speciale, e son così nerd che potrei stare a parlare della fotografia per sedici ore di seguito. Tra gli sguardi in avanti del regista/sceneggiatore, c’è soprattutto la narrazione che ha il respiro di un serial di oggi – è un complimento.
È cambiato l’approccio. Allora si piangeva sui vecchietti che si abbracciavano nel letto in attesa dell’onda che li avrebbe travolti; sull’inarrivabile fotogenia di DiCaprio inghiottita dalle acque.
Oggi si piange quando la vecchia smaschera il gioco in cui siamo cascati quasi quindici anni fa: l’archetipo kitsch della storia d’amore di Jack e Rose è il solo modo possibile per raccontare i ricordi di una vita, sempre merlettati, romanzati, idealizzati, selezionati da chi li ha (forse) vissuti. Probabilmente Cameron ha fatto un saggio di Jakobson, solo che all’epoca eravamo troppo piccoli per saperlo.
(Stacco. Leonardo in cima alle scale, non più in smoking ma in abiti shabby chic da terza classe di un kolossal, ci porge la mano, ci invita al viaggio, ce ne andiamo dalla sala su we’ll stay forever this way, è stato bello anche stavolta, ora che facciamo finta di avere trent’anni.)

Vedere Piazza Giordana (pardon, Piazza Fontana) in un cinema del centro di Milano

2 aprile 2012

I film sono (anche) i luoghi in cui vengono proiettati? Non lo so. Non ho visto Manhattan in una sala del Village, né Fino all’ultimo respiro a Saint-Germain-des-Prés, né I vitelloni a Rimini. Ieri, però, vedendo Romanzo di una strage di Emme Ti Giordana in un cinema del centro di Milano molto snob, molto radical, molto effettopisapia, ho capito che la risposta alla domanda è: sì. Soprattutto ho riconfermato un dato inconfutabile: il milanese, che non può vantare quel gusto cartolinesco di indicare una giostra di Montmartre o un Teatro di Marcello, deve partecipare alla storia, ai caratteri, alla milanesità che si manifesta – non certo sotto forma di scorci o monumenti – sullo schermo. (Per questo dico da un pezzo che una delle cose più milanesi apparse al cinema negli ultimi cento anni è il personaggio di Gabriella Pession ne L’uomo perfetto, ma questo ora non c’entra.) E allora la storia di Piazza Fontana, che da noi ha formato e reso consapevoli almeno tre generazioni (il nonno d’estrazione comunista, il padre cresciuto nella sinistra extraparlamentare, io e la mia ingenuità liceale che manifestavamo negli opachi maggi del duemila), non può essere ridotta a una pagina di Wikipedia recitata da romani di passaggio. A quella storia raccontata in quella sala di quel cinema del centro non ha partecipato nessuno: non il signore che ha sollevato giusto un timido borbottio davanti alla piena assoluzione (almeno cinematografica) di Calabresi, non la sciura col foulard a cui Rulli e Petraglia cercavano di vendere la Cederna come una sciura col foulard, non il quasi trentenne che non ha avuto nemmeno le didascalie nei libri di scuola, figurarsi se le vuole sentire ora al cinema.


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