Archive for marzo 2012

Classifiche (to break the spell of aging)

30 marzo 2012

L’altra sera abbiamo convenuto con amici coscritti che gli album che hanno segnato quegli anni lì, quei nostri anni lì, i primi col suffisso teen, sono fondamentalmente: (What’s the Story) Morning Glory? degli Oasis, Jagged Little Pill di Alanis Morissette, Californication dei Redòt (come si diceva allora), quest’ultimo con relativi video. Che i singoli sono fondamentalmente: Don’t Speak dei No Doubt, Torn di Natalie Imbruglia, Bitter Sweet Symphony dei Verve (menzione anche a Nobody’s Wife di Anouk, da me non appoggiata). Tutti, tranne io e un altro, si erano dimenticati della dimenticabile Thunder degli East 17, ma passava così, mica l’avremmo mai classificata. Tutti eravamo d’accordo su un paio di cose: che i Blur non hanno un album solo, e che «amiamo l’Inghilterra» anche solo per Back for Good dei Take That. Poi c’era chi urlava «I Radiohead! I Radiohead!», perché certo, bisogna sempre infilare i Radiohead (gli altri devono, non io). Ne abbiamo scordati tanti. Tra gli album italiani fondamentali di quegli anni fondamentali io ho votato Dove c’è musica di Eros.

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Lusi? Stava solo raccogliendo buoni spesa, sai, con la Crisi che c’è

29 marzo 2012

Ieri mi son preso paura. Ho visto mezz’ora di reality in cui – lo spiego come lo spiegherebbe un bambino di sette anni – delle tizie americane raccoglievano buoni spesa, organizzavano spedizioni ai supermercati con la precisione di chi ha in mente il delitto perfetto, compravano merce per migliaia di dollari, centinaia di vasetti di yogurt, e senape a chilate e pacchi di scottex da stipare poi dentro la doccia, e alla fine, di fronte alla cassiera incredula, tiravano fuori i loro coupon, e scontavano tutto, e al posto di quelle migliaia di dollari se la cavavano con pochi spiccioli. Era il loro modo di affrontare la Crisi. Perché mariti cassintegrati significano una cosa soltanto: «Non poter più fare shopping come lo facevo una volta», e crescere giovani obesi, e celebrare il Sogno Americano con un supermarket ricostruito nella cantina di casa.
Ieri mi son preso paura. Ho visto mezz’ora di D’Alema nel salotto buono di RaiTre, ed ero d’accordo su tutto o quasi, su cose come «Deve tornare la politica, dobbiamo ridarle dignità» (più o meno), e già questo m’inquietava. E poi ha detto che il capitalismo è stato il peggiore dei mondi possibili. Che il problema della nostra classe dirigente sono stati gli imprenditori in politica, di destra, sinistra, centro. E io immaginavo la politica che, se andiamo avanti così, non tornerà più, la dignità che peggio me sento, e Lusi, alla cassa del supermercato, a farsi scontare capitalisticamente migliaia di euri di finanziamenti.

Là dove c’era l’erba ora c’è un burger bar

26 marzo 2012

Prima è arrivato il sushi, e i milanesi che ancora dicono al resto del mondo che l’hanno inventato loro. Poi i brunch, e i milanesi che già si sono stufati, il rito domenicale l’hanno lasciato agli immigrati teróni che ancora ci cascano. Poi le bakery, ovvero panetterie travestite da Papeete di Milano Marittima, per prezzi e frequentazioni, e i milanesi che si sono dati alla nostalgia per le michette di una volta. Ora in città si veste burger, è tutto un burger bar, è tutta una serata burger. C’è (non farò nomi) il fast food in centro, ma non da poveri, «lì un cheeseburger costa più di dieci euri»; c’è quello dei giovani cuochi che se la tirano molto, che sono molto fighi, che ti infilano l’avocado anche nelle patatine che sono bruciate, ma cosa vuoi, se la tirano molto, loro, sono molto fighi, loro; c’è il posto sui Navigli col pavimento a scacchi, la birra d’acero o quel che è, e altre cose di cui l’Italia aveva un grande bisogno, ti parlano in inglese perché sai, Milano è vicina all’Europa, ma che dico: a Tribeca; c’è il burger migliore della città che è così à la page da essere ovviamente kosher, ovviamente ultraortodosso, te lo ricordano ad ogni parola, ad ogni ordinazione, ad ogni kippah.
Ieri sera in una trattoria di Brescia ho mangiato manzo all’olio, e coppa, e spinaci bolliti, e bevuto sassella, e speso venticinque euri.

Non succederà più (che mi alzo alle nove per andare a vedere Ozpetek)

13 marzo 2012

Dopo aver visto Happy Family meets «Vedo la gente morta» meets Midnight in Monteverde Vecchio; dopo aver visto il povero Elio Germano cantare Patty Pravo, la barbie di Raffaella Carrà sulle note di Claudia Mori, Platinette stravestita tra le travestite modello sartine cinesi di Gomorra; dopo aver visto saccheggiare Almodóvar e Wong Kar-wai, per citare solo i vivi; dopo aver visto fare il nome di Greta Garbo, Marlene Dietrich e Blanche DuBois nel giro di tre minuti; dopo aver visto ricette di polpettone con l’uovo della nonna e novelli Siddharta di Martina Stella lasciati sotto il tergicristallo; dopo aver visto la Proclemer pontificare sul valore della bellezza in un contesto che non si allontana di molto da I Cesaroni; dopo aver visto, insomma, Magnifica presenza, le conclusioni sono: che Ozpetek nei suoi cosiddetti “film della maturità” sfoggia i riferimenti culturali di un immigrato calabrese gay diciannovenne a Milano che va al Plastic tutti i sabato sera; che Il bagno turco al confronto era Bergman; che alla prossima anteprima sarò una magnifica assenza.

Moriremo democristiani, ma con un ordine del giorno perfetto

12 marzo 2012

All’affermazione dell’Alfano Angelino, secondo cui (sintetizzo) «con la sinistra al governo avremo i matrimoni gay», non è arrivata neanche stavolta la risposta che ci si aspetta da una forza progressista di un paese del G8 (che poteva essere, che so, «ma certo, continuiamo a fare i retrogradi; e comunque sì, nel programma si parla di coppie di fatto, che paura, eh?»), bensì il puntuale e bersanianissimo commento (sintetizzo) «ucci, ucci… sento toni da campagna elettorale». Laddove si vede il partito che punta alla modernità che ancora non siamo, e l’eterna sezione – con le sue paturnie sullo statuto, il linguaggio, i compagni – che rischiamo di restare per sempre.

È una catena, ormai (o forse è sempre stato un girotondo)

5 marzo 2012

Farò, sulla Tav, un discorso (brevissimo) che, non essendo io particolarmente originale, non si discosterà da quello che hanno detto in molti, specie la categoria “fighetti di sinistra” di cui secondo molti faccio parte, e soprattutto dall’elementare tema: il miraggio della modernità in questo paese. Dirò che non sarà quel po’ di ferrovia che cerca di collegare montianamente almeno il Nord all’Europa che resta così lontana a compromettere il nostro granitico status di luogo delle bellezze salvaguardate, di parco divertimenti del mondo intero, coi suoi Fori Imperiali, la sua Piazza San Marco, la sua Santa Croce. Non penso che sia giusto l’alzar di mani dei celerini, né il bloccar cortei, né il denigrare chi si vuole intralicciare da novello Cosimo Piovasco, né altro di quello che state per dire, e che fa schifo a me come a tutti. Dirò solo che, nel weekend in cui tutti cantavano Caruso, riecheggiava nella mia testa il Caruso quell’altro, il Francesco dei movimentismi da parlamento di un paese vecchio. Anche perché, finché i partiti di maggioranza staranno a sbranarsi internamente per voti di primarie malamente distribuiti in pubblico, c’è ben poco da sperare, in fatto di modernità – o anche solo di miraggi.

La strada per le stelle, o quello che volete

1 marzo 2012

Più di tutto, dover subito chiedere, confermare, specificare che sì, era vero per davvero. Non per la paura che fosse una di quelle bufale che hanno fatto morire Paolo Villaggio ventisei volte. Era, fin dai primissimi link, il segno che Lucio Dalla non poteva andarsene così, beffando tutti una mattina di marzo. Il social network è arrivato prima dei coccodrilli non ancora pronti, con la sua gara a condividere la canzone più off, mica si può andare di Caruso, ci vuole, che so, Corso Buenos Aires. C’è stata, fin dall’inizio, la retorica delle morti famose e immediatamente postabili, ma anche il fatto che mancherà a tutti: era transgenerazionale più degli altri, perché era un cantautore che non suonava le cose dei cantautori. Il suo giorno era il 4 marzo 1943, lo sanno tutti, il mio anno il 1983, non interessa a nessuno. Quando uscì Cambio, quello di Attenti al lupo, comunque non il più indimenticabile dei suoi dischi, io avevo iniziato da poco le elementari. Me lo ricordo più di molti altri. Ricordo la musicassetta nell’autoradio, e io che mi sgolavo su «Denis balla come un animale, è al centro esatto della musica».


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