Well, I guess that is about it

C’è una scena in The Descendants, che sarà purtroppo rititolato Paradiso amaro, da cui si evince che l’etichetta «un film di George Clooney» ha valore – nella misura in cui ne aveva, per dire, «un film di James Stewart» o «un film di Joan Crawford». Variazione su uno stesso tema, carattere, copione; stessa visione del mondo, direbbe un elettore del Partito Democratico. Nella scena, che come si dice di questi tempi non spoilererò troppo, una donna si sfoga su un’altra donna, stesa in coma su un letto d’ospedale; George, alle sue spalle, sa che quel che sta facendo è cosa giusta e sconveniente insieme, e per dirlo fa le sue faccette, che però non sono mai state così convincenti. Il volto cinematografico della contemporaneità è, spesso, «un film di George Clooney». Lo è stato il sottovalutato Burn After Reading, e poi il precisissimo Up in the Air (Tra le nuvole), e pure il dimenticabile The Men Who Stare at Goats (L’uomo che fissa le capre), e anche il non riuscito “Machiavelli for dummies” più noto come The Ides of March (Le Idi di marzo) – d’accordo, c’è stato anche The American, ma quella è la famigerata eccezione che; o forse solo colpa della Canalis. Solitamente la traccia è: solitudine; relazioni coatte da cui si impara comunque qualcosa; scelta di giocare nella squadra dei così malamente detti liberal, pur riconoscendone i limiti; leggerezza, come la intendeva quel tipo che ha scritto le Lezioni americane. C’è tutto anche in The Descendants. Guardatelo. Annoiatevi, come mi ha scritto qualcuno stanotte, o caragnate, come ho fatto io. Poi tanto lo so che, nel caso, non userete mai quel titolo; direte, al massimo, quel film di George Clooney.

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