Archive for dicembre 2011

«La creazione di una grande compilation, così come una separazione, richiede più fatica di quanto sembri»/3

31 dicembre 2011

La Terza Famigerata Classifica (film usciti in Italia tra l’1 gennaio il 31 dicembre 2011)

1. Another Year, di Mike Leigh
2. Una separazione, di Asghar Farhadi
3. Habemus Papam, di Nanni Moretti
4. A Dangerous Method, di David Cronenberg
5. Carnage, di Roman Polanski
6. Sorelle Mai, di Marco Bellocchio
7. Faust, di Aleksandr Sokurov
8. I ragazzi stanno bene, di Lisa Cholodenko
9. Miracolo a Le Havre, di Aki Kaurismäki
10. Easy Girl, di Will Gluck

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Retweeted by GrammarNazi83

22 dicembre 2011

(Tweet sparsi cominciati qui.)

GiornalistaAuanagana
@VateDelDuemila Massì, continuiamo così, facciamoci del male, mettiamo l’apostrofo tra “qual” e “è”.

VateDelDuemila
@GiornalistaAuanagana che problema chai? rosichi perchè non vendi i miei milioni di copie? perchè ora a new york invitano a me?

GiornalistaAuanagana
@VateDelDuemila «chai», «perchè», «a me»… No, non voglio levarti il potere di quello che scrivi. Ma ti prego, la grammatica.

luigipirandello
@VateDelDuemila dice che anch’io scrivo “qual’è”: volevo solo dire che la colpa è di Svevo.

VateDelDuemila
@luigipirandello @coscienzadizeno e tutti quelli come noi che formano le generazioni, mica stanno qua a dire quanto sono bravi in italiano (e in inglese).

GiornalistaAuanagana
@VateDelDuemila La volta che ti vedrò pubblicato sul FT ti twitterò, promesso.

coscienzadizeno
@luigipirandello Ho smesso di fumare due giorni fa, sono molto nervoso, per favore evita di taggarmi. Grazie.

VateDelDuemila
@coscienzadizeno la sigaretta è un’altro simbolo delle infiltrazioni camorristiche nell’immaginario.

GiornalistaAuanagana
Va bene, ci rinuncio.

«La tredicesima», stasera per il ciclo «I Bellissimi di Retequattro»

21 dicembre 2011

Cara Camusso e sindacati tutti, non è che la mia generazione ce l’ha con voi. È che a noi «sindacato» fa molto vintage, come le cabine telefoniche a gettoni, il servizio militare obbligatorio, il Lunedì Film di RaiUno, le videocassette de l’Unità. È che quando gridate contro i direttori intergalattici con la poltrona di pelle umana noi non ci crediamo: noi crediamo alla Crisi, quella per cui i direttori intergalattici possono permettersi giusto le poltrone dell’Ikea. È che le ministre piangeranno anche, ma la sindacaliste urlano troppo, e a noi c’hanno detto che dobbiamo essere neoromantici. È che noi siamo la generazione dell’articolo 21, non del 18. È che siamo stagisti, masteristi, co.co.isti; siamo quelli che vivono nell’«unica epoca dell’umanità in cui le persone tornano in Molise» (citazione da sottovalutato film della nostra generazione, appunto, che non si è mica formata con La classe operaia va in paradiso). È che i giovani d’oggi non sanno più che cos’è protestare: se non per una foto fuori da Abercrombie.

Ultim’ore

14 dicembre 2011

Ci hanno insegnato che era colpa dei giovani e del rock. Ci hanno insegnato che era colpa delle bossifini e dell’intolleranza. Ci hanno insegnato che si dice «morti bianche» e «xenofobia». Ci hanno insegnato a urlare, sempre, tutti, manco fossimo Sonny Wortzik, che era ispirato a un tizio vero, d’accordo, ma voi non avrete mica quell’esasperazione lì, tutti i giorni, quando vi alzate la mattina. E invece no. Ci hanno insegnato ad alzarci la mattina e a decidere contro chi dobbiamo gridare, a chi dobbiamo mettere le manette (questa la rubo a un attore intervistato tempo fa; parlavamo di questo e di un suo vecchio film: Febbre da cavallo). Prima ci hanno detto, in quell’orrido giornalistichese, che era sempre questione di «tragiche fatalità», e poi hanno ritrattato. Prima ci hanno detto che era colpa dei pazzi, e poi ci han fatto credere che saremmo tutti dei potenziali Breivik, se solo. E non è per ribattere a quelli che «la colpa è dei preservativi», perché vabbè, che cosa vuoi dirgli, è già difficile discutere con gli antiabortisti, figuriamoci con questi. È solo per dire che io non sempre ho voglia di urlare, anzi: quasi mai. È per dire la cosa più facile e più trasparente del mondo: «Le strumentalizzazioni sono fuori luogo», specie in questi casi. Che poi l’ha già detto uno molto più bravo di me.

Io invece la spesa la faccio all’Esselunga – ma si sa che con l’età si diventa tutti un po’ di destra

12 dicembre 2011

Non tanto l’essere sopraffatte dall’emotività (non ho ancora parlato del ministro Fornero, ma ancora se ne parla, durante le prime cene di Natale, dunque: a me ricorda quelle preparatissime studentesse universitarie che crollavano all’esame di critica della letteratura e non strappavano il voto alto sperato, ma sono sempre in netta minoranza. Chiusa parentesi); dicevo, se non soltanto per gestione poco oculata delle risorse emotive, di questi tempi le donne in politica scatenano gli – inserire parola dell’anno; va bene, ve la dico io: indignati. Lo pensavo leggendo lo sfogone di Marina Sereni, vicepresidente piddina, aria contrita alla Se non ora quando ma risposte degne di una Canalis qualsiasi. Più che la frase che ha fatto alzare i soliti indici («Io non mi vergogno, sa? Io non penso di rubare il mio stipendio»), è un altro il passaggio cruciale, compreso di product placement: «Io faccio una vita normale, faccio la spesa alla Coop, quelli che mi conoscono lo possono testimoniare». Non è questione di Casta. È solo una ragazza di sinistra, costretta da anni di sezione a non farsi neanche due colpi di sole per essere presa sul serio, che finalmente si prende la sua rivincita. Dire: «Io sono rimasta quella di sempre: ho lo stesso gruppo di amici, vado ancora al supermercato in jeans e maglietta». Che poi una ragazza di sinistra per definizione non sia lì di fronte a voi a chiedervi di amarla, questo è un altro discorso.

Maddalene a Parigi

5 dicembre 2011

Provo tenerezza per le parole di certi amici che si danno quel tono da ferventi filoeuropei davanti a modesti bagel di California Bakery, dicendo del Woody Allen appena visto cose del tipo: è che ci sono troppe didascalie, è una Rosa purpurea for dummies; e poi la deriva Lonely Planet (temendo per Roma e Rio prossime venture), il product placement di Carla Bruni, il giochino del salto nel passato, che è bello finché dura un Fitzgerald e un Hemingway. Forse qualcosa di vero c’è. Ma la verità vera è che Midnight in Paris ha incassato più di 55 milioni di dollari negli Stati Uniti, con tutta probabilità riceverà una candidatura all’Oscar come miglior film, forse vincerà la statuetta per la sceneggiatura originale, dicono potrebbe essere nominato anche per la regia (l’ultima volta era successo per Pallottole su Broadway, era il 1994). E la verità vera è che ad alcuni allenisti della cerchia dei bastioni sembra che gli americani vogliano portar via quel Woody che ormai era diventato loro, e ora eccolo invece dare in pasto a gente del Midwest le sue facili fantasticherie su Zelda, e Gertrude Stein, e Buñuel; eccolo inanellare luoghi comuni su età dell’oro che quegli zotici non hanno neanche studiato nei libri di testo. Ecco, questo non è vero. Il salto nella Parigi anni Venti è l’omaggio e la sfida ai nostri luoghi comuni di abitatori snob di Vecchi Contenti; è la tenera invidia per i nostri salotti intellettuali, i caffè, le maddalene che loro, dall’altra parte dell’oceano, non possono permettersi. Non dirò a Woody che quei miei amici là non baratterebbero mai il loro presente di tweet e iPad con una festa surrealista. Li lascerò ingollare il loro bagel e poi correre a rivedere Interiors, gongolandosi in un mondo perduto – loro, non Woody; che, come dice da qualche parte in un libro, sta solo cercando di riempire il tempo, fugare la noia, sopravvivere, come tutti, al presente.


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