Sicuro è che io dormivo, quando l’Italia si destava (che poi, parliamone)

Quando ieri pomeriggio mi sono svegliato dalla pennica, raffreddato, in cerca di zerinol, ancora quella porta del Quirinale che s’apriva e si chiudeva e alla fine m’era entrata nel sonno, c’era il Silvione che mandava il suo rvm a reti unificate, che in questi casi vuol dire RaiTre e La7. Non era il Silvione di un tempo. Certo, c’era la solita cafoneria che s’addice a uno che deve lanciare la televendita dei materassi (per dire), foss’anche il buon Napolitano ancora impegnato a consultare (non per dire). Ma indugiava, specie su parole come riconoscenza, ché gli italiani, addormentatisi imprenditori di se stessi e svegliatisi precari di qualcun altro, gli avevano, almeno momentaneamente, tolto. Gli occhi erano due buchetti piccini, come cavati via da qualcuno; da un giramento di coglioni, forse. La retorica della libertà era shakerata col lascia-o-raddoppia, a inseguire ancora quel nuovo Boom mai messo a segno. Eppure sembrava il giorno della marmotta, e, mi dicevo, avevano ragione tutti quelli che, in questi giorni, «tanto torna, andrà com’è sempre andata: un bel governo di vecchi pallosi che rimettono i conti a posto ma figurati se cambiano la politica di questo paese, e poi di nuovo lui, e tutti quegli altri». Eppure era cambiata l’Italia, mi sforzavo di pensare, c’era il grigio Monti che non inneggiava a discese in campo ma a campi pericolosamente discesi – anzi no: franati – verso il baratro. E poi mi sono riaddormentato. Questo paese induce sonnolenza, anche più dello zerinol.
(Postilla. Poco fa un’amichetta mi ha girato il comunicato che annuncia l’uscita prossima ventura del film tratto dal romanzo del Uolter Veltroni La scoperta dell’alba. Solo per dire che, in questo paese, il problema non è che non c’è stato neanche stavolta il finale profetizzato dal Caimano: è che l’Italia di noialtri sarà sempre sceneggiata da quelli della Meglio gioventù.)

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