Archive for novembre 2011

Maledetto il diavoletto

29 novembre 2011

Ieri – mentre la gente lavorava, dormiva, rapinava banche, cercava insomma di farsi una vita – la politica dettava altre priorità. Per mail giravano appelli strappacuore per una giustissima causa: convincere il Giulianone Pisapia e lo Stefano Boeri a fare la pace. L’elettore di sinistra era confuso. Ma come, non ci avevano venduto il fair play del New Labour Mèneghin? Non ci avevano detto che stavolta era diverso, che vincitori e vinti potevano cooperare, che ci eravamo smarcati per sempre dal Massimo e dal Walter, litigati da vent’anni e più? Ed ecco allora l’elettore di sinistra che smetteva di lavorare, dormire, rapinare banche, cercare insomma di farsi una vita, e correva a firmare appelli e a gioire poi della pace fatta. Il vento è cambiato: ora anche a sinistra l’ordine si ristabilisce e si va a dormire insieme. Al massimo uno dei due scalcerà i piedi sotto le lenzuola come in quella sit-com là: ma questo, rispetto alla politica delle Frattocchie, cosa volete che sia.

Annunci

Mille giorni di me e te (tu come stai? bene, io come sto? boh, me e te)

28 novembre 2011

Oggi esce il nuovo disco di Tiziano Ferro, s’intitola L’amore è una cosa semplice, e sono giorni che non ascolto altro.
Antefatto. Anni fa, in un’intervista a un’attricetta di cui manco ricordo il nome, ricordo però che si dava molte arie da intellettuale, insomma lessi con grande sorpresa la sua risposta alla domanda «Cantante preferito?». Era «Tiziano Ferro», e noi eravamo troppo giovani e troppo presi a darci un tono, per non stupirci. Ci dicevano che bisognava ascoltare i Danieli Silvestri, mica gli ex ragazzi grassi di Latina che r’n’bieggiavano «regalami un sorriso io ti porgo una rosa». Mentre noi ci davamo quel tono che muore nel momento esatto in cui muore l’adolescenza, lui senza farcelo sapere ci inculcava quel lessico tutto suo, che poi era la lingua che avremmo finito per parlare tutti. Lui, zitto zitto, diventava – dice un’amica mia – il Baglioni della nostra generazione. (Un’altra dice il Venditti, ma su questo si apre un dibattito più lungo di questa parentesi. Io team Baglioni, sia chiaro.) Non le piccole cose, le caffettiere sul fuoco e la domenica a letto insieme della canzone d’amore in tempi non più cantautoral-impegnati, ma sempre con quell’aspirazione annisettanta lì. Con lui s’è rinnovata l’epica dei sentimenti. Con lui «assenza» fa rima con «parvenza», se serve. Così è anche stavolta. Tra queste cose semplici, la mia preferita, ma è troppo presto per dirlo, è «la nostra fine non fu niente di speciale, rispetto al fatto che poi tutto sa passare», dentro una canzone che s’azzarda a ritornelleggiare «mare, mare, mare» – il Carboni della nostra generazione?
Oggi esce il nuovo disco di Tiziano Ferro, s’intitola L’amore è una cosa semplice, e nel frattempo la mia generazione è diventata tutta quell’attricetta là.

Titoli per fiction future: «La rivoluzione e la sconfitta»

21 novembre 2011

Ieri, mentre ascoltavo rapito Nichi Vendola chez Fazio compiacersi della sobrietà del nuovo governo – usando frasi come al solito soberrime del tipo (vado a memoria) «al paese serve una musica nuova, e bisogna cominciare dallo spartito della patrimoniale». Ieri, mentre volavano parole come svolta decisiva, passaggio epocale, rivoluzione – per commentare uno Stato (vado a memoria) «finalmente governato da persone serie» (della Bocconi e della Cattolica, chiusa parentesi). Ieri, mentre quello sottolineava l’eleganza del nuovo corso della politica nazionale – detto da uno con militanti che solitamente s’avviano in Camper e borse di feltro. Ieri, mentre assistevo a tutto ciò, ho concluso non tanto che la sinistra ha perso – quello il fine notista politico che è in me l’aveva già capito. Ma che ha ragione il team “Tanto Berlusconi Può Vincere Ancora” – resuscitando come manco Gabriel Garko in una di quelle sue meravigliose fiction.

Bisogna trovare un nuovo nome al “tafazzismo”, ché ormai son sparite anche le palle

17 novembre 2011

Ieri ho pensato che forse sono sempre stato comunista e non lo sapevo. L’ho pensato leggendo i commenti di tanti militanti dell’ex maggiore partito d’opposizione a cui io pure son stato iscritto. «Non fino al 2013: voglio che questo governo duri fino al 2023!», si leggeva nelle loro bacheche piene di punti esclamativi. E non per dire che però, insomma, i banchieri; no, anzi: i banchieri alle infrastrutture. Non per confermare che certo, è il migliore governo possibile, serio, giusto, corretto, meravigliosamente grigio e maròn, specie dopo la patonza che gira; il migliore governo possibile per davvero, per qualche mese. Né per replicare «l’avete voluto voi» a quelli che «perché, se si va a elezioni in primavera chi mettiamo: Bersani?», ché far crescere una classe dirigente di centrosinistra in questo paese è come allevare struzzi in Lapponia, e io mi sono sfilato prima – preferisco le uova di quaglia. Nemmeno per azzardare che l’interim all’economia, insomma; che cambiare la legge elettorale con lo stesso parlamento di prima, figurati. Solo così, per dirvi che siete stati voi a farmi la lezione intitolata “La democrazia è quella cosa per cui si scelgono i propri rappresentanti eccetera eccetera”. E io me lo ricordo, anche se tante sere in sezione – o come si chiama ora – le ho bigiate per andare al cinema. E tenere le mie palle lontane dalla vostra bottiglia di plastica.

Volete mettere quanto ci si divertiva di più col bunga bunga? (o: il nuovo governo spiegato dai furono house organ)

16 novembre 2011

Sicuro è che io dormivo, quando l’Italia si destava (che poi, parliamone)

14 novembre 2011

Quando ieri pomeriggio mi sono svegliato dalla pennica, raffreddato, in cerca di zerinol, ancora quella porta del Quirinale che s’apriva e si chiudeva e alla fine m’era entrata nel sonno, c’era il Silvione che mandava il suo rvm a reti unificate, che in questi casi vuol dire RaiTre e La7. Non era il Silvione di un tempo. Certo, c’era la solita cafoneria che s’addice a uno che deve lanciare la televendita dei materassi (per dire), foss’anche il buon Napolitano ancora impegnato a consultare (non per dire). Ma indugiava, specie su parole come riconoscenza, ché gli italiani, addormentatisi imprenditori di se stessi e svegliatisi precari di qualcun altro, gli avevano, almeno momentaneamente, tolto. Gli occhi erano due buchetti piccini, come cavati via da qualcuno; da un giramento di coglioni, forse. La retorica della libertà era shakerata col lascia-o-raddoppia, a inseguire ancora quel nuovo Boom mai messo a segno. Eppure sembrava il giorno della marmotta, e, mi dicevo, avevano ragione tutti quelli che, in questi giorni, «tanto torna, andrà com’è sempre andata: un bel governo di vecchi pallosi che rimettono i conti a posto ma figurati se cambiano la politica di questo paese, e poi di nuovo lui, e tutti quegli altri». Eppure era cambiata l’Italia, mi sforzavo di pensare, c’era il grigio Monti che non inneggiava a discese in campo ma a campi pericolosamente discesi – anzi no: franati – verso il baratro. E poi mi sono riaddormentato. Questo paese induce sonnolenza, anche più dello zerinol.
(Postilla. Poco fa un’amichetta mi ha girato il comunicato che annuncia l’uscita prossima ventura del film tratto dal romanzo del Uolter Veltroni La scoperta dell’alba. Solo per dire che, in questo paese, il problema non è che non c’è stato neanche stavolta il finale profetizzato dal Caimano: è che l’Italia di noialtri sarà sempre sceneggiata da quelli della Meglio gioventù.)

Dedicato a quelli che, come me, non pronunciano correttamente al primo colpo «fiodena»

7 novembre 2011

Volevo parlare dei Soliti idioti. No: volevo non parlare dei Soliti idioti, o quantomeno parlare del fatto che io dei Soliti idioti non sappia né abbia mai saputo nulla. Volevo parlare dei Soliti idioti, ma speravo cadesse il governo per almeno due buoni motivi: la caduta del governo stessa, appunto, che discorsi; ma soprattutto per non avere più ‘sta fissa di voler parlare dei Soliti idioti, ché a quel punto la notizia del giorno sarebbe stata la fine di quegli altri idioti, non gli incassi di questi. Volevo parlare dei tre minuti di serie che avevo visto nella vita: fossi stato uno degli autori di Little Britain mi sarebbero bastati per confezionare una citazione per plagio; della mia intervista con uno dei due protagonisti, non dico quale, che era tutt’un «ma noi veniamo dalla tv di nicchia»; del conseguente darci di gomito coi miei amici cattivi come per dire «certo, tutto un modo per paracularsi dal flop che sarà, ormai han capito la lezione di Boris»; dell’aver visto il trailer (sì, dopo: so che non mi fa onore) e non aver creduto a nulla di quello che mi passava davanti; dei discorsi «è colpa della tv, anzi no: è colpa dei social network»; dell’essere stato svegliato sabato mattina da una mail con l’incasso di venerdì, e domenica da un’altra con quello di sabato, e oggi con quattro milioni e mezzo di buoni motivi per mailare io a mezzo mondo la mia lettera di aspirante suicida. Perché non avevo capito niente, né col mestiere che faccio, né con le interviste, le chiacchiere, i mille milioni di commedieallitaliana che mi sono visto, dico nella vita. Che poi, stupido io: come potevo sperare cadesse il governo proprio nel giorno in cui tutti parlano di soliti idioti?

Schiaffi? (Che poi lo fanno uscire il giorno dei morti, non sarà mica una cosa seria)

2 novembre 2011

Non farò quello che, corona in testa e scettro tra le mani, «non volevo neanche partecipare a Miss Italia: mi ci ha iscritto mia zia». O l’attorucolo italiano di cinema italiano che «non dovevo neanche farlo, ‘sto mestiere: ho accompagnato un amico a un provino e hanno preso me». È che il mio omonimo m’ha raccontato che davvero gliel’hanno chiesto loro, di scrivere questo libercolo. Che lui manco c’aveva pensato. Che era una brava persona, fino a un attimo prima. Che solo più tardi – scrivendo, per l’appunto, questo catalogo di tipi umani da prendere a schiaffi, per l’appunto – si è reso conto di poter sfruttare l’occasione per un’insospettata missione sociale: dimostrare che siamo tutti intolleranti, solo costretti al buonismo; che siamo un popolo di vittoriosgarbi (per dire) travestiti da fabiofazi (non per dire). E niente, un’amichetta l’ha già letto e ha già dato al mio omonimo dello stronzetto. Pare ci si immedesimi negli schiaffeggiati, ma anche – si spera pure di più – negli schiaffeggiatori. E niente, Facce da schiaffi esce oggi nei migliori cinema (lo so che son librerie: è solo che ho sempre sognato di dirlo). Ora dico al mio omonimo di ritirare la sua cucina Berloni – insieme a tutti gli schiaffi che anche lui si merita.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: