Little blue star that offers light – e se va bene finirà in un pressbook

Ho incontrato Patti Smith quest’anno, a Venezia. Per mezz’ora mi sono chiesto se fosse una bambina troppo grande o un’adulta rimasta piccola. Non son riuscito a metterlo a fuoco. Mi faceva tenerezza, e mi faceva incazzare. Parlava ancora di lotta dura senza paura, sprofondata in una poltrona di pelle, sopra la testa il logo della casa automobilistica che faceva da sponsor a quello spazio per le interviste, fuori il mondo che sapete. Non avevo letto la sua autobiografia, che si chiama Just Kids, e i bambini sono lei e Robert Mapplethorpe, ma queste cose le sapete. E niente, ora l’ho fatto. E non è scritto bene come mi avevano detto. E non è indispensabile come mi avevano detto. E, visto che mi toccava l’edizione italiana, c’ho pure trovato Katherine Hepburn scritto così e Rockfeller scritto così. Ma ho pensato che – quando ci faranno un filmetto qualsiasi, e io sarò a parlare con il tal regista e la tal protagonista (che non sarà Charlotte Gainsbourg, come sarebbe fisiognomicamente giusto: è il direttore di casting mancato che è in me a parlare), e sopra avranno il logo della stessa casa automobilistica che ancora farà da sponsor a quello spazio per le interviste, e fuori il mondo che sapete – be’, anche se sono un fighetto, io sarò dalla loro parte. Di Patti e Robert.

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