Cosa voglio di più (vale anche come citazione)

Che poi l’ultimo Sorrentino non mi è neanche dispiaciuto. Certo, partivo con le peggiori intenzioni. Certo, ho passato due ore a pensare che Sean Penn recitava come Ruth Fisher di Six Feet Under, che io David Byrne lo cantavo a tre anni quindi c’è poco da fare i fighi, che ancora ‘sto Olocausto, che sì, vabbè, boh, la lobby ebraica deve aver preso casa anche al Vomero. Poi mi son messo a vedere l’intervista a «evidentemente un autore eccellente». E l’ho sentito dire: «Nel mio mondo ideale i film non dovrebbero più prevedere le trame, dovrebbero semplicemente raccontare a tutto tondo i personaggi. Tuttavia la trama nel film c’è, perché c’è ancora chi è appassionato di questa brutta cosa». E forse lo capisco, con gli sceneggiatori che c’abbiamo in questo paese, che gli chiedi di scrivere di un serial killer scappato dal manicomio e loro sicuro ti rifanno il solito famigerato film due-camere-e-cucina con la coppia di precari cinquantatreenni che litiga perché non riesce ad arrivare a fine mese e comprare le macine per colazione, be’, credo che scapperei anch’io da tutte le «trame» possibili. E forse è un problema mio, che son cresciuto con «brutte cose» come i copioni di I.A.L. Diamond e Age e Scarpelli – e ancora son qui convinto che C.C. Baxter o Gianni Perego non siano personaggi meno «a tutto tondo».

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Una Risposta to “Cosa voglio di più (vale anche come citazione)”

  1. Marco D Says:

    e pensare che ho avuto la fortuna di leggere qualche pagina de “l’uomo in più” e ho trovato che Sorrentino sia bravissimo come sceneggiatore.
    Però lui effettivamente è uno scrittore di scene più che di trame. Mi sembra che gli interessa far salire l’emozione dentro il singolo momento, più che la concatenazione narrativa tra una scena e l’altra. So’ gusti, pure io penso che Capra o De Sica sorriderebbero nel sentire certe cazzate.
    Ma Sorrentino se le può permettere, lui ormai non è regista, si è conquistato il suo posto italico come “autore”. Categoria perfetta per la Siae e per l’idea tutta italiana, che prima o poi ogni sceneggiatore debba passare dietro la camera, per veder riconosciuto il suo valore.

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