Archive for ottobre 2011

Date una carezza alla vostra cabina armadio, o: sulla sovrappopolazione, più che «Libertà» di Franzen poté la réclame

28 ottobre 2011

Sono al ventiduesimo anno fuori corso – ma ho fatto la primina, lo giuro

27 ottobre 2011

Ieri, sulla 94, che è anche il meglio frequentato degli autobus, una ragazzina candidamente chiedeva: «Zia, mi spieghi ’sta storia delle pensioni?», costringendo la sventurata ad abbozzare risposte sul deficit, e i tagli, e il declassamento, tutte cose che comunque sapeva spiegare meglio di quanto non avrei fatto io – o i declassati stessi. E, subito dopo, la ragazzina: «Zia, comunque di’ alla mamma di darmi i soldi per comprare dei libri per scuola, che ho già finito la paghetta settimanale». E lì ho capito. Non è tanto che nel 2026 si andrà in pensione a 67 anni: è che ora, per la paura di finire in quel range che va da “precario a vita” a “licenziato dopo un’ora”, si avrà una scusa in più per laurearsi a 41.

Little blue star that offers light – e se va bene finirà in un pressbook

26 ottobre 2011

Ho incontrato Patti Smith quest’anno, a Venezia. Per mezz’ora mi sono chiesto se fosse una bambina troppo grande o un’adulta rimasta piccola. Non son riuscito a metterlo a fuoco. Mi faceva tenerezza, e mi faceva incazzare. Parlava ancora di lotta dura senza paura, sprofondata in una poltrona di pelle, sopra la testa il logo della casa automobilistica che faceva da sponsor a quello spazio per le interviste, fuori il mondo che sapete. Non avevo letto la sua autobiografia, che si chiama Just Kids, e i bambini sono lei e Robert Mapplethorpe, ma queste cose le sapete. E niente, ora l’ho fatto. E non è scritto bene come mi avevano detto. E non è indispensabile come mi avevano detto. E, visto che mi toccava l’edizione italiana, c’ho pure trovato Katherine Hepburn scritto così e Rockfeller scritto così. Ma ho pensato che – quando ci faranno un filmetto qualsiasi, e io sarò a parlare con il tal regista e la tal protagonista (che non sarà Charlotte Gainsbourg, come sarebbe fisiognomicamente giusto: è il direttore di casting mancato che è in me a parlare), e sopra avranno il logo della stessa casa automobilistica che ancora farà da sponsor a quello spazio per le interviste, e fuori il mondo che sapete – be’, anche se sono un fighetto, io sarò dalla loro parte. Di Patti e Robert.

Il bunga bunga di se stesso

25 ottobre 2011

Se pensate che il momento di culto sia stato il tipo che, per definire la sua natura controcorrente, diceva «voglio essere il salmone di me stesso», allora è perché siete di quelli che si fermano al primo livello di lettura. Il fatto è semplicemente che quest’autunno il bunga bunga era in overbooking. Ma per fortuna i palinsesti Mediaset offrivano ai castisti di stanza alla rotonda di Segrate quella grande occasione di piazzamento di gnocca più nota come Grande Fratello. Ragazze prese dal pubblico, ragazze semplici: un po’ di silicone sparato in vena e via. Quando è arrivata un’igienista dentale, che non per niente era presentata come «una ragazza supermoderna», con la realtà che superava la realtà (la fantasia lasciamola alla sinistra, che deve inventarsi dei modi per evadere dalla tristezza), ecco, da quel momento è stata un’escalation di modernità. Strappone con sei metri di extension che per essere in controtendenza dicevano di leggere Schopenhauer «nei ritagli di tempo», perché «se lo fai di sera stai veramente messa male». Madri di famiglia così appagate dalla famiglia da presentarsi in società nude: è che fanno la spesa, loro; e subito dopo il burlesque. Donne carichissime all’idea che sarebbe arrivato un uomo ricchissimo e avrebbe scelto una di loro come moglie. Ventenni la cui unica ragione di vita è far casino nei locali. Non fate gli snob. È solo che per voi il reale e il suo specchio son troppo moderni. Supermoderni.

Fit-in di protesta

21 ottobre 2011

Non pretendo una via di mezzo tra un black bloc deficiente che vede “il Sistema” in una vetrina di Calzedonia e un quarantaduenne deficiente che manifesta per il precariato del suo ombelico. Non credo esista una variante non deficiente per nessuno dei due soggetti. Solo ieri sera, mentre tornando a casa in bicicletta passavo per piazza Duomo, e da una parte c’era una folla assiepata fuori dalla Rinascente sperando di entrare a sailcazzo che happening di sailcazzo che lancio di sailcazzo che odetualètt di sailcazzo che dolceggabbàna, e dall’altra c’erano sette (li ho contati) indignati che col megafono chiedevano che qualcuno ridesse loro il futuro, non avendo neanche un passato se non un 23 in filosofia teoretica, insomma proprio lì, in quel preciso momento, una via di mezzo che non fosse un gruppo di turisti crucchi di ritorno da Burger King, ecco, forse non mi sarebbe dispiaciuta.

Cosa voglio di più (vale anche come citazione)

17 ottobre 2011

Che poi l’ultimo Sorrentino non mi è neanche dispiaciuto. Certo, partivo con le peggiori intenzioni. Certo, ho passato due ore a pensare che Sean Penn recitava come Ruth Fisher di Six Feet Under, che io David Byrne lo cantavo a tre anni quindi c’è poco da fare i fighi, che ancora ‘sto Olocausto, che sì, vabbè, boh, la lobby ebraica deve aver preso casa anche al Vomero. Poi mi son messo a vedere l’intervista a «evidentemente un autore eccellente». E l’ho sentito dire: «Nel mio mondo ideale i film non dovrebbero più prevedere le trame, dovrebbero semplicemente raccontare a tutto tondo i personaggi. Tuttavia la trama nel film c’è, perché c’è ancora chi è appassionato di questa brutta cosa». E forse lo capisco, con gli sceneggiatori che c’abbiamo in questo paese, che gli chiedi di scrivere di un serial killer scappato dal manicomio e loro sicuro ti rifanno il solito famigerato film due-camere-e-cucina con la coppia di precari cinquantatreenni che litiga perché non riesce ad arrivare a fine mese e comprare le macine per colazione, be’, credo che scapperei anch’io da tutte le «trame» possibili. E forse è un problema mio, che son cresciuto con «brutte cose» come i copioni di I.A.L. Diamond e Age e Scarpelli – e ancora son qui convinto che C.C. Baxter o Gianni Perego non siano personaggi meno «a tutto tondo».

Pensavo fosse un problema di Giulia

13 ottobre 2011

La cosa più bella di questa tre giorni di black(berry)out non è stata la battuta sugli scherzetti di Steve Jobs a cadavere (suo) ancora caldo. Né la stoica capacità di reazione di noi del team fruttodibosco whatever (copyright suo) di fronte a quelli del team mela, che quasi non ci credevano di avere un’altra occasione per riconfermare (soprattutto a se stessi) la loro superiorità in fatto di quanto-siamo-i-più-fighi. Né le affermazioni ombelicali di settore del tipo: «Pensa se fosse successo a Venezia.» Né quelle romantiche del tipo: «Che bello essere sconnessi e disconnessi, che bello tornare a casa la sera e leggere la posta come si faceva una volta.» No. La cosa più bella è stata il commento del mio amico stamattina a colazione, lui che da aifonizzato qual è manco sapeva dello sputtanamento dei server di noialtri, lui che l’altra sera aveva litigato con la tipa blecberrizzata perché non rispondeva alle mail, lui che «ah, pensavo fosse un problema di Giulia.»

Le rottamazioni e i pennarelli

12 ottobre 2011

Ho conosciuto il sindaco di Firenze pochi giorni prima che diventasse il sindaco di Firenze. Il sindaco di Firenze è bravo. Il sindaco di Firenze è un agitatore di folle vero; un politico vero. Nei mesi (ormai anni) successivi me ne hanno parlato giornalisti che l’hanno incontrato; editor che ci hanno lavorato; ex falce-e-martellisti/rosa-nel-pugnisti/sinistra-arcobalenisti/qualunquecosaisti pentiti che sarebbero pronti a votarlo domani (le mie repliche da noioso vocazionista maggioritario non sono interessanti; né tantomeno il mio voler giocare a “trova le differenze” tra loro e il sindaco di Firenze). Ho sempre pensato al sindaco di Firenze come a quello che alle elementari distribuiva le schede tra i banchi, alle medie diventava rappresentante di classe, al liceo era eletto nel consiglio d’istituto, e così via. Ma non è per tornare alla solita storiella dei bambini dell’asilo che si rubano i pennarelli. Non è neanche per difendere l’amichetto mio, io da piccolo ero quello che faceva la spia alla maestra. Non è nemmeno – passando ai giochi che fanno i grandi, si fa per dire – per amor di rottamazione, lungi da me. Era per dire che tra un po’ c’è Bologna. E un salto io ce lo farei. E non perché lì non ho mai conosciuto nessun futuro sindaco.

E se non c’ero era solo perché non avevo ancora aperto il Mac

6 ottobre 2011

C’erano mail varie, chiamate senza risposta varie, uozzappamenti vari quando mi sono svegliato, cioè tardissimo, tutti già sapevano. Una mail era della mia Coscienza. Mi chiedeva se ero davvero convinto di poter mandare in stampa la cosuccia che ho scritto nelle ultime settimane con un capitolo dove Steve Jobs era citato nel titolo. L’aver citato solo lui, con nome e cognome, è segno che fortuna e tempismo non sono dalla mia, d’accordo; ma anche che Steve Jobs era qualcos’altro. Era il dio degli invasati di ogni tavoletta elettronica, lo spauracchio hi-tech per chiunque di noi non abbia mai saputo usare il computer se non come una macchina da scrivere (tipo me), il sinonimo troppo facile di contemporaneità, anche se era così vero, mica potevi sempre star a confutarli, quegli invasati lì. Non era neanche un mito strettamente generazionale, parlo della mia generazione quantomeno, che di miti passati a miglior vita ha avuto giusto Uan di Bim Bum Bam. Steve Jobs era Steve Jobs punto. Non ho l’iPhone, non ho l’iPad, non sono titolato a mettere il naso in nessun obituary, oggi. Non posterò discorsi di Stanford o mele listate a lutto. Aspetterò solo di dire ai nipotini: quella mattina dormivo, l’ho scoperto via mail. Quando ho aperto il MacBook.

Aspetto con ansia il giorno in cui daranno del vivisezionista a chi vuole chiudere Pet Society

5 ottobre 2011

Ditemi pure che anch’io, in fondo, sono connivente, ma che dico: sono contro la libertà d’espressione. Ditemi che è solo un primo, simbolico passo verso la persecuzione virtuale. Ditemi che da blogger (il giorno in cui mi definirò tale abbattetemi, ve lo chiedo per favore) dovrei essere invece assai attento a queste cose. Ditemi quello che volete. Risponderò sempre che, almeno per ora, non sento di dover rimpiangere pessime traduzioni di lemmi pessimamente scritti da un mullet sfigato che abita nel profondo Iowa. Vi ricordo che Wikipedia è pur sempre il posto in cui Ingmar Bergman veniva definito «regista mistico».


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