È una catena ormai

Uno degli sport preferiti dei milanesi è la rapidissima incentivazione alla creazione di brand e l’altrettanto rapidissimo rifiuto degli stessi brand appena creati. È quella cosa per cui, data una pizzeria che per non fare nomi chiameremo Rossopomodoro, si assisterà in breve tempo ad una rossopomodorizzazione delle pizzerie cittadine: che vuol dire più pizzerie Rossopomodoro, ovviamente, ma anche pizzerie che Rossopomodoro non sono e che però si mettono a scimmiottare il marchio di successo, sperando, un giorno non troppo lontano, di moltiplicarsi a loro volta. Ci pensavo ieri mangiando un gelato da Grom, che ormai vanta in città più punti vendita di Intimissimi. Il gelato era decisamente peggiore di quello che mangiai molti anni fa nell’unico negozio Grom allora esistente, in una defilatissima piazzetta torinese. Il rifiuto sta nel tempo di un’epifania. Il milanese decide di boicottare quello che fino a cinque minuti prima era l’oggetto del suo desiderio (ma che dico: della sua idolatria) al pari di un bambino che vede il giocattolo che credeva solo suo comprato da altri genitori e messo nelle mani di altri bambini: finirà col dire che è brutto, che non lo vuole più, lo relegherà inesorabilmente in cantina insieme agli altri giocattoli vecchi. È per questo che glorie locali iniziano ad avvertire il peso dell’età e del franchise («I panini del Panino Giusto son sempre più piccoli, e il prosciutto crudo non è più buono come una volta»); luoghi deputati al radical-chicchismo di nicchia ormai massificati perdono la loro funzione di riconoscimento sociale («L’Arci Bellezza? Il triplo dei posti sedere, col risultato che abbiamo passato una serata di merda»); blasoni cittadini diventano, mon dieu, veicoli per un’omologazione oltreconfine più grave dell’escherichia coli («Sai, una mia amica che vive a Bari ora vuole solo ballerine Porselli»). È quella sindrome che qualche tempo fa spinse un amico, oggi politicamente molto in vista in città, a scrivere sul social network questo status: «Su Facebook si stava meglio quando eravamo in pochi». E forse è anche per questo se, in questi giorni in cui l’assai zoppicante Berlusconi si dà con serenità ad affermazioni del tipo «Ma tanto un’opposizione pronta a governare questo paese non c’è», nessuno alza la mano per dire: «Ma guardate Milano… anche lì in fondo si pensava che… e invece…». È che se l’Effetto Pisapia, l’ultimo dei brand che si portano in città, venisse di colpo rossopomodorizzato su scala nazionale, il milanese, sotto sotto, non ne sarebbe mica così contento.

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3 Risposte to “È una catena ormai”

  1. Isabella Zani Says:

    It’s always September in Milan.

  2. Armodio Says:

    (detto da un provinciale:) Sulla romanità, Andreotti non avrebbe saputo fare di meglio.

  3. gracekellykitchen11 Says:

    … un po’ di snobismo in sottofondo?

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