Metti un’occupazione a cena

Non dico la grandeur dei francesi (penso ai “dreamer” sessantottini). Non dico la consapevolezza di avere potere economico degli americani (penso allo sciopero degli sceneggiatori che bloccò intere puntate di serie famose). Dico che metti la stessa occupazione in Italia (no: a Roma) e avrai la solita sagra di paese. Nel comunicato che m’è arrivato oggi – ringraziamenti a nastro a cinematografari/teatranti di varia specie – c’erano il regista che sopravvive grazie alle pubblicità (ma non ditelo ai precari) e la donna che manifestava per le sue simili, il coro gospel e i cestini con la porchetta. Non lo dico io «i due-tre stabili che fanno spettacoli decenti i fondi se li pigliano ancora». Non lo dico io «non: se ci fosse una “scuola” tipo quella inglese; anche solo: se gli attori italiani sapessero recitare». Non lo dico io «giovani drammaturghi: sì, certo, come no». Mentre dalle brutte persone di cui mi circondo mi arrivavano questi commenti, io ero impegnato a cercare le differenze tra il Maggio Francese e il Giugno Italiano. Tra Jean-Pierre Léaud ed Elio Germano. Tra le barricate che ha prodotto la Nouvelle Vague e i piagnistei di chi, in fondo, spera solo in una comparsata in Boris.

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