Archive for giugno 2011

Il Papa twitta – e anch’io non mi sento molto bene

30 giugno 2011

Papa Ratzi fa come quella di Paparazzi. Justin Timberlake si cala un po’ troppo nel ruolo più figo dell’anno passato. E c’è ancora gente che «i social network son da sfigati – però fammi entrare un attimo dal tuo account, che devo vedere il profilo di quel tipo».

Annunci

E indifferente sorvola già tutte le accuse, boschi e città

28 giugno 2011

Echi di romanzo americano davanti a Google Maps aperto sulle strade del quartiere Isola, Prenzlauer Berg mancato. L’amico Vincenzo ha scritto un gran bel libro, per la nostra generazione di colombe cattive o falchi a metà (parafrasi della distinzione socio-etologica che trovate a metà romanzo circa); e bello pure per tutti gli altri. C’è dentro un sacco di economia come “luogo” delle truffe anche sociali, amicizie virili molto tradite, amori vissuti tra aeroporti e iPod, responsabilità scansate o travisate, kebabbari albanesi e piccoli Madoff che crescono male. C’è dentro Harvard, e Francoforte, e Berlino, ma soprattutto c’è Milano. La Milano accademica e quella fabriziocoronizzata, la Milano dei palazzinari e quella dei giovani ronci. Dei parchisempioniverdiemarroni (cit.) di quartiere che cedono il passo ai cantieri di Ligresti; degli appalti truccati (cit. dagli stessi) che forse le nuove giunte ci faranno dimenticare. E sapete che sono felice, quando qualcuno racconta bene Milano. No: quando la capisce.

È una catena ormai

23 giugno 2011

Uno degli sport preferiti dei milanesi è la rapidissima incentivazione alla creazione di brand e l’altrettanto rapidissimo rifiuto degli stessi brand appena creati. È quella cosa per cui, data una pizzeria che per non fare nomi chiameremo Rossopomodoro, si assisterà in breve tempo ad una rossopomodorizzazione delle pizzerie cittadine: che vuol dire più pizzerie Rossopomodoro, ovviamente, ma anche pizzerie che Rossopomodoro non sono e che però si mettono a scimmiottare il marchio di successo, sperando, un giorno non troppo lontano, di moltiplicarsi a loro volta. Ci pensavo ieri mangiando un gelato da Grom, che ormai vanta in città più punti vendita di Intimissimi. Il gelato era decisamente peggiore di quello che mangiai molti anni fa nell’unico negozio Grom allora esistente, in una defilatissima piazzetta torinese. Il rifiuto sta nel tempo di un’epifania. Il milanese decide di boicottare quello che fino a cinque minuti prima era l’oggetto del suo desiderio (ma che dico: della sua idolatria) al pari di un bambino che vede il giocattolo che credeva solo suo comprato da altri genitori e messo nelle mani di altri bambini: finirà col dire che è brutto, che non lo vuole più, lo relegherà inesorabilmente in cantina insieme agli altri giocattoli vecchi. È per questo che glorie locali iniziano ad avvertire il peso dell’età e del franchise («I panini del Panino Giusto son sempre più piccoli, e il prosciutto crudo non è più buono come una volta»); luoghi deputati al radical-chicchismo di nicchia ormai massificati perdono la loro funzione di riconoscimento sociale («L’Arci Bellezza? Il triplo dei posti sedere, col risultato che abbiamo passato una serata di merda»); blasoni cittadini diventano, mon dieu, veicoli per un’omologazione oltreconfine più grave dell’escherichia coli («Sai, una mia amica che vive a Bari ora vuole solo ballerine Porselli»). È quella sindrome che qualche tempo fa spinse un amico, oggi politicamente molto in vista in città, a scrivere sul social network questo status: «Su Facebook si stava meglio quando eravamo in pochi». E forse è anche per questo se, in questi giorni in cui l’assai zoppicante Berlusconi si dà con serenità ad affermazioni del tipo «Ma tanto un’opposizione pronta a governare questo paese non c’è», nessuno alza la mano per dire: «Ma guardate Milano… anche lì in fondo si pensava che… e invece…». È che se l’Effetto Pisapia, l’ultimo dei brand che si portano in città, venisse di colpo rossopomodorizzato su scala nazionale, il milanese, sotto sotto, non ne sarebbe mica così contento.

Metti un’occupazione a cena

22 giugno 2011

Non dico la grandeur dei francesi (penso ai “dreamer” sessantottini). Non dico la consapevolezza di avere potere economico degli americani (penso allo sciopero degli sceneggiatori che bloccò intere puntate di serie famose). Dico che metti la stessa occupazione in Italia (no: a Roma) e avrai la solita sagra di paese. Nel comunicato che m’è arrivato oggi – ringraziamenti a nastro a cinematografari/teatranti di varia specie – c’erano il regista che sopravvive grazie alle pubblicità (ma non ditelo ai precari) e la donna che manifestava per le sue simili, il coro gospel e i cestini con la porchetta. Non lo dico io «i due-tre stabili che fanno spettacoli decenti i fondi se li pigliano ancora». Non lo dico io «non: se ci fosse una “scuola” tipo quella inglese; anche solo: se gli attori italiani sapessero recitare». Non lo dico io «giovani drammaturghi: sì, certo, come no». Mentre dalle brutte persone di cui mi circondo mi arrivavano questi commenti, io ero impegnato a cercare le differenze tra il Maggio Francese e il Giugno Italiano. Tra Jean-Pierre Léaud ed Elio Germano. Tra le barricate che ha prodotto la Nouvelle Vague e i piagnistei di chi, in fondo, spera solo in una comparsata in Boris.

Ci vuole tempo (per abituarsi alla fine)

22 giugno 2011

La tenerezza con cui il Berlusconi Silvio si è presentato ieri in aula fingendo sobrietà (e tutti gli opinionisti da talk che ci credono; vabbè, this is our country), lasciando da parte barzellette da gagà, tirando fuori le solite riforme fiscali congelate da anni come i quattrosaltinpadella che ho nel freezer, millantando sportività coi leghisti che «non ci divideranno mai» (e tutti gli opinionisti da talk eccetera eccetera), credendo di non avere falchi ma solo quagliarielli, distribuendo minacce di calamità come fossero collanine, e poi gli sbadigli, e il cappuccio bevuto col cucchiaino; soprattutto, per la prima volta, il non-voglio-essere-qui-in-questo-momento, come chiunque di fronte a una «verifica» a cui è arrivato impreparato. Insomma, la tenerezza è il segno. Son finiti i tempi della prima serata: è un governo che dorme «a seggiolina», con la tv rimasta accesa. E, lo dico alle annefinocchiaro presenti, lasciate perdere le impennate vendoliane sui «calabroni dal volo breve e spezzato chiusi dentro un barattolo». Lasciatelo fare. È lì che quasi s’addormenta. Che questo lungo cerone dovrà pur colare.

Was-was-was there nothing in the original draft that you feel was worth saving?

20 giugno 2011

(Thanks to C.V.)

Noi fuori non sappiamo cosa fare

18 giugno 2011

La ballata di Rasoterra, o: e di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio

17 giugno 2011

Ci stava uno, al paese mio, che tutti chiamavano Rasoterra. Le ragioni di questo soprannome non vanno evidentemente spiegate. Rasoterra –piglio da ragioniere, tessera di partito in tasca, qualche poltrona racimolata negli anni – se ne andava in giro per la città a lamentarsi della sua amministrazione. Quando stava in giunta, la colpa era dei fannulloni degli uffici tecnici; quando veniva lasciato fuori, dei poteri locali corrotti. Da giovane, faceva chiasso nei gruppi extraparlamentari per uccidere i padri; raggiunta l’età della pensione, puntava l’indice sulle nuove generazioni sempre davanti al computer e senza voglia d’impegnarsi. Rasoterra non era cattivo: era solo molto basso. Forse anche a causa sua sono stato uno dei pochissimi a non indignarsi più di tanto, in queste ore, delle solite boutade del solito Brunetta; delle sparate sulla peggio gioventù precaria e del dietrofront, fino agli sbracati pianginismi di oggi. In questi casi non è meschinità: è solo deficienza fisica; è colmare un gap, è che il surriscaldamento di un momento diventa subito tracotanza, in quei pochi centimetri. L’ho capito vedendo il Renatino scappar via dalla folla che lo insultava. Sicuro d’aver ragione, pensando d’essere diventato «giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male – e allora la mia statura non dispensò più buonumore». Fuggendo basso, a testa bassa, come un Rasoterra qualsiasi.

(Ogni riferimento a fatti e persone reali non è casuale: è semplicemente romanzato.)

Rio casa mia, Capitolo aggiuntivo: Dove si torna giusto un attimo, per un bicchiere d’acqua

14 giugno 2011

La prima volta che ho sentito parlare di Matheus Braga, e di Sarah Clarice, e del Drago (che non è il Silvio delle intercettazioni), e dell’indimenticabile domestico nippopaulistano Mario Ono è stato quasi un anno fa, appena arrivato a Rio, e albeggiava, e avevo i pappagalli sopra la testa e le papaye davanti a me per colazione. Poi mi sono trascinato il primo, pesante manoscritto per le strade del Rajasthan, zittendo tutti, i palazzi dei maharaja non mi avrebbero distratto dalle assai intricate vicende della famiglia Johanssen. Poi m’è arrivato a casa, con la sua bella copertina da libro vero. Ora il romanzo di Alberto è uscito. Ne parlo perché è un amico, sì. E perché è un thrillerone come non ne scrive nessuno in questo paese (mi candido già a fare il direttore di casting per la versione cinematografica, sarebbe roba grossa davvero, è un appello a tutti i Weinstein eventuali). Ne parlo soprattutto perché c’ho trovato dentro più cose incrociate nei miei quindici giorni carioca (qui e a seguire) che in qualsiasi City of God (ho già litigato con varia gente a proposito della pretenziosità di quel brutto film, non costringentemi a farlo di nuovo, grazie). E poi perché c’è stato questo referendum piccolo piccolo, e il romanzo è (anche) di acqua che parla. Privatizzata, alterata, corrotta, sottratta. Poliacqua, quando si è appena capito che di acqua ce n’è una sola. S’intitola Sete, e non per caso.

Dov’è la vittoria?

14 giugno 2011

Fin dalle primissime ore del primissimo pomeriggio di ieri, è stato tutto un cercare a chi assegnare la vittoria. Ma soprattutto a chi no. È la vittoria di Di Pietro, ma non di Bersani. È la vittoria di Mani Pulite, ma non dei panni sporchi del presidente. È la vittoria di Fukushima, ma non di Chernobyl. È la vittoria di Mentana, ma non di Minzolini. È la vittoria di Celentano, ma non dei Pooh. È la vittoria dei girotondi, ma non di strega comanda color. E intanto il “popolo” – la notizia è che in questo paese ancora ce n’è uno, pensa te – andava avanti, legittimamente godeva della vittoria che sentiva legittimamente sua sul social network, unico spazio depoliticizzato e senza scorie da talk show ma politicamente attivissimo, Farmville ormai si mobilita più della fattoria orwelliana. Il “popolo” si tappa le orecchie davanti alle conferenze stampa e si prende la piazza che può. E mentre il maiale cattivo andava in bigiotteria, io cercavo di assegnare il premio “frase del giorno”. E niente, alla fine la scelta cadeva su Sallusti. Che, lo sguardo fisso in camera di un ostaggio di Al Qaeda, diceva che mica si può festeggiare per l’abrogazione di qualcosa. E mica potevi stargli a ricordare illustri precedenti. Mica gli potevi dire che è solo la paura che a breve, se va avanti così, verrà abrogato pure lui. E in cambio, forse, gli resterà giusto una collanina.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: