Archive for aprile 2011

Habemus Principessam, o anche: del senso di responsabilità di Kate, che non ha cacciato un urlo come Michel Piccoli ed è uscita sul balcone

29 aprile 2011

Quella che segue è la cronaca imperfetta, via miei status su Facebook, delle nozze reali(ty). Si consiglia la lettura a un pubblico adulto, o che quantomeno non abbia caragnato ai funerali di Lady D. Al-Fayed.

In chiesa ci sono gli alberelli, fa tanto Salone del Mobile.

Inglesi, non vi vedo convinti, ma che razza di sudditi siete.

Arrivano quelli con l’invito solo per la torta. Poveretti, con tutte quelle telecamere addosso.

Comunque c’è più gente in strada al mercato di via Macedonio Melloni.

Kate, fai ancora in tempo: scappa con Mr. Bean. È lui l’uomo per te, io lo so.

Victoria Beckham: «Non è male questa chiesa, è un sacco vecchia, potremmo trasferirci qui visto che col Castello Sforzesco ci è andata male.»

Una faccia più da pirla di quella di John Major credo non sia mai esistita, dico nella Storia.

Samantha Cameron con i brillocchi in testa. Tuttalavita le catenine da cesso del Silvio nostro.

Unuomochiamatocavallo è agitato, me l’ha detto quello che gli ha dato la biada stamane.

Harry è un adorabile cazzone pure bardato da best man.

C’è un Cesare Ragazzi in sala?

Dai Camillona, dacci dentro con le pinte.

Togliti tutto quel pizzo, Kate. Vieni qua e facciamo a chi piscia più lungo, dai.

Harry, sei un grandissimo cazzone, dai stasera molla i matusa e facciamoci il giro dei peggiori bar di Caracas.

Quella palincula di Kate si guarda attorno e dice: «Cazzo ce l’ho fatta cazzo.»

Lo vedi, Kate? Ti stai già annoiando. Dai smettila di fare la principessa e vieni qui che andiamo a fare le sgommate.

Tra gli alberi e le patacche da zarri pare di essere in Corso Garibaldi, più che a Westminster.

Dai andate sul balcone a fare un po’ di hanky panky.

Kate mi fa una Pippa.

Harry e Pippa sposi subito. Dai ora. C’avete anche i vestiti. Doppio matrimonio, come i cinesi.

Kate, William, adesso potete andare. Vi capisco. È quella che si dice una giornatasbattimento.

Mr. Smith non va a Montecitorio

26 aprile 2011

Frank Capra girò Lo stato dell’unione otto anni dopo Mr. Smith va a Washington, sette dopo Arriva John Doe, i due film senza i quali non sarebbero esistiti i Kennedy, e Clinton, e Obama, e pure Reagan, via. Lo stato dell’unione è la sua ultima occasione per parlare di robe di politica dal punto di vista di quella che oggi Repubblica.it chiama «la società civile». Prendi un imprenditore che decide di entrare in politica (un altro), mettilo davanti alla Casa Bianca, e in un film di Capra non ti dirà che vuole studiare una legge per piazzarsi lì ma: «La facciata dev’essere riverniciata». E il problema è proprio questo. Che, rivisto oggi (no: ieri), saltano agli occhi tutte le differenze. Prima fra tutte: un conto è se la società civile è composta da Spencer Tracy e Katharine Hepburn, un altro se ci vendono Pancho Pardi. E poi: va bene, è retorico, ma scritto da uno che aveva sceneggiato I gangster di Siodmak e Palcoscenico di LaCava, mica da Nichi Vendola. E poi ci si lamenta dello stato dell’Unione (un’altra): il problema è che a questo Paese mancano registi e sceneggiatori.

Ma nun te so’ bastate tutte le mazzate che t’ho dato?

21 aprile 2011

La capacità che ha certa sinistra di trovare nuovi miti con la velocità con cui Berlusconi regala collanine è commovente. L’ultimo della lista è Antonio Pennacchi, vecchio burlone con gli occhiali e il berretto. Uno che si autodefinisce fasciocomunista, e non dico: è da un pezzo che è crollato il Muro, ma: a me è crollato qualcos’altro ancor più velocemente. Uno che in un Paese normale starebbe al bancone del bar dei Simpson e da noi riempie i giornali, con tutti a ridacchiare perché dà del cojone (no: ex cojone) a Bocchino, e le mignotte di Mussolini che non finivano in Parlamento, e daje a ride. E niente, poi ho trovato uno stralcio d’intervista dove, quando gli domandano a chi affiderebbe l’adattamento cinematografico del suo Canale Mussolini, il fasciocomunista risponde: «Dopo l’esperienza di Mio fratello è figlio unico, che com’è noto ho criticato in tutti i modi, che te devo di’? I fratelli Vanzina. Sicuramente so’ mejo de Rulli e Petraglia». E va bene, score for you, Pennacchi. Ma non credere che cambi idea: stai lì dietro ai microfoni inneggiando a Futuri e Libertà solo per ragioni di compensazione. Solo perché fin da piccolo volevi essere Scamarcio, e invece tutti pensavano a te quando in scena entrava Elio Germano.

Se penso che l’Oscar l’ha vinto il re balbuziente. Ecco, non ci penso

21 aprile 2011

(altri jeans e altre cravatte qui)

Con questi ragazzi della 3ª C non vinceremo mai

20 aprile 2011

E di colpo venne il mese di aprile. E son spuntati come funghi tutti quelli che la malapolitica, e l’antipolitica, e la politica la sappiamo fare solo noi. Epperò mi sembra l’autunno dei licei, e delle elezioni del consiglio d’istituto, quando leggo di ventenni che si fanno mandare dalla mamma a prendere i voti. E il problema non è il grillismo, che stare ancora qui a parlarne è solo un battere sulla tastiera sprecato. Son le equazioni da terza media, l’urbanistica che è la BatCasa, e certo, parafrasando qualcuno, il problema di Milano è il traffico. Ma forse ha ragione lui. Anche a scuola alla fine arrivava la lista di «giovani e concreti» a sparigliare. E magari vinceva pure. Ma il solarium sul tetto del liceo io non l’ho mai visto.

Mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura

19 aprile 2011

Todo spariglia

14 aprile 2011

Non riceverei così tanti messaggi, mail, richieste sul wall neanche se fossi in quarta fila al matrimonio di William e Kate. Sanno che vedi l’ultimo Nanni Moretti, che poi esce poche ore dopo, e niente, non importa, tutti vogliono sapere, ovviamente subito. Vogliono sapere com’era e vogliono sentirsi dire: bellissimo. Li sto accontentando, poco per volta. Rispondendo «Togli l’issimo, ma insomma sì» a quelli che «Capolavorissimo?» e «Forse il finale cinque minuti prima, ma dai non fare il sofistico» a quelli che l’hanno visto e «Solo per me è un’occasione mancata?». Ma non è tanto questo. Né il fatto che riempirei il wall di citazioni già mandate a memoria, né che mica puoi scrivere se ancora ci stai pensando, né che vorresti dire a tutti vedetevelo e basta, lasciatemi in pace che devo fare la griglia per il torneo di pallavolo. È che la prima cosa che ho detto, al primo amico che ho visto, dopo una corsa in bicicletta in cui bestemmiavo perché non avevo quella canzone nell’iPod, è stata: «Niente, c’è solo Moretti». Ma non aspettatevi che si metta a pontificare su e di qualcosa. Neanche stavolta. La sua condanna è essere il più bravocapacecontemporaneo di tutti, ma non chiedetegli di affacciarsi a quel balcone.

Precarietà, spalanca le tue braccia

10 aprile 2011

E poi l’ho visto, Il Precario. Aveva la maschera di V per Vendetta e apriva la bocca di fronte alle telecamere del tiggì per dire cose del tipo: «Ho quarant’anni e vivo ancora con mia madre. Non c’è possibilità che io possa crearmi una vita indipendente, né di conseguenza una famiglia». E ho capito che Il Grande Tema Del Precariato a cui si sta non sempre assennatamente aggrappando la mia generazione (i non ancora trentenni che fortuna-c’ho-i-soldi-di-papà-e-posso-fare-qualcosa-nella-vita) glielo sta astutamente rubando di mano la precedente (i quasi quarantenni che potevo-fare-un-po’-di-soldi-per-conto-mio-ma-non-ho-combinato-una-cippa). E niente, tra un po’ vedremo sfilare tra i precari cinquantenni che ancora tentano concorsi statali per insegnanti, sessantenni scapoli che non hanno mai trovato l’amore per colpa del mancato posto in banca, settantenni che non possono pagarsi le gite a Livigno. Quanto al Precario mascherato di cui sopra, tutto quello che gli si può dire l’ha già rappato qualcun altro più intelligente di me: «Ma trovati un lavoro, cazzo. Trovati una ragazza, cazzo».

Non è perché il cinema italiano è diventato piccolo: è perché Belén è diventata grande (o: della presenza di un film argentino di due anni fa nella cinquina del miglior film dell’Unione Europea, David di Donatello 2011)

8 aprile 2011

There’s still that banana peel somewhere

6 aprile 2011

Provo una grande tenerezza per tutti quelli che hanno pensato che il 6 aprile sarebbe stata una data fatidica, e che hanno scritto, girato e postato finti trailer sul processo del secolo, e che si sono appostati armati di striscioni fuori dal Palazzo di Giustizia. Magari se avessero letto un qualunque titolo di giornale degli ultimi dieci anni (non dico gli articoli: per della buona roba giudiziaria guardatevi Testimone d’accusa o leggetevi Il falò delle vanità) avrebbero immaginato senza bisogno di fare brutte figure l’esito della prima udienza: 9 minuti. Neanche una sveltina. Neanche un bunga bunga.


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