Archive for marzo 2011

Extreme Makeover: Premier Edition

30 marzo 2011

Non tanto per colpa dei brianzoli che lavorano una vita per comprare la villetta a schiera ai figli. Né per gli sposini che vanno a vivere al piano di sopra della monofamiliare dei genitori di lui. Nemmeno per il tormentone – che si scopre trascendere ogni età ed estrazione sociale – «perché dovrei pagare l’affitto quando posso mettere gli stessi soldi in un mutuo?», e tu che subito passi per un frivolo scialacquatore. L’ossessione degli italiani nei confronti del cosiddetto “tema casa” l’ho definitivamente compresa raccogliendo negli ultimi mesi una quantità monumentale di commenti sul da me mai visto reality Cerco casa disperatamente (e affini). Deve aver ragionato così anche il Silvio, immagino. Anche a Lampedusa, non gli sgomberi o i Premi Nobel: a questo Paese di interior designer interessa sapere chi ha comprato casa dove. E soprattutto, scoprire che è «tutta da rimettere a posto».

Annunci

Slightly more tannic, o: dell’essere già lì

29 marzo 2011

ET, l’extraterrestre

24 marzo 2011

La notizia della morte di Elizabeth Taylor mi è arrivata via mail. Ero con un’amica. Mentre io cercavo di elaborare il lutto, scoprivo che l’amica non aveva praticamente mai visto un film di ET. Non preoccupatevi: la riempirò nelle prossime ore di Virginie Woolf, posti al sole, estati scorse, giganti, visoni, gatte sul tetto che. Ma non è questo il punto. È che ET era l’esempio più classico di quella cosa che suona più o meno «la sua fama la precede». ET era famosa per tutti punto. Era famosa per le sciure per via dei suoi amori, e chi (non avrebbe voluto essere) come lei; per gli sciuri perché è stato un oggettino sexy come nessuna a quel tempo, e forse neanche mai più; per le ragazze fèscioniste e non fèscioniste di oggi perché è stata il cane di Charlotte York; per i maschietti cresciuti negli anni Ottanta perché era l’amica di Michael Jackson. Per me è stata soprattutto «I disgust me. You know, there’s only been one man in my whole life who’s ever made me happy. Do you know that?», e forse lo è stata anche per lei stessa, ET. Ma anche questo non è il punto.

La guerra spiegata da un cattivo ragazzo (che però poi non va mai così)

22 marzo 2011

Sotto un vestito dell’Alta Moda romana, del resto, cosa vuoi che ci sia

22 marzo 2011

Avevano tutto, i Vanzina Bros. Avevano Fabrizio Corona, e Lele Mora, e i loro privé. Avevano una specie di Sara Tommasi che si sente perseguitata da maniaci e auto scure. Avevano un residence dove le ragazze vanno e vengono, insomma l’Olgettina. Avevano Milano, e la moda, e i poliziotti terroni al Nord, e i giornalisti in cerca di gadget e finger food. Avevano tutto, nel film che io attendevo più di qualunque altro. E invece l’han buttata in romance, ché ormai gli è presa la svolta South Kensington anche quando fanno i thrilleracci con Pino Donaggio che non si tiene in colonna sonora. E allora figli segreti, gravidanze nelle cliniche svizzere, un tocco di Visconti che nobilita. E soprattutto Villa Necchi, perché ormai il guadagninismo è tratto d’autore, anche per chi i film li saprebbe anche fare. (Il Guadagnino vero se ne sarà fatto una ragione? Si starà rivoltando in una sedia del Cucchi? Vorrei tanto saperlo.)

Untitled

21 marzo 2011

James Signori, e io vengo da troppo lontano

20 marzo 2011

Il fatto è che Voglia di tenerezza è uscito l’anno in cui sono nato. Sarà questione di imprinting, ma a me James L. Brooks piace. Mi piace Dentro la notizia, e rivedrei Qualcosa è cambiato tipo tutti i giorni. Sapevo dunque che non avrei mai dovuto vedere How Do You Know, uscito pure in qualche sala nostrana col titolo Come lo sai. Sapevo che sarebbe stato così brutto da convincere Owen Wilson a suicidarsi, stavolta per davvero. Sapevo che Reese Scucchiaspoon non sarebbe stata non dico Shirley, ma manco Helen Hunt. Sapevo che durata (125′) e budget (quasi 200 milioni – DUECENTO MILIONI – di dollari, dicono i blog nerdocinefili) bastavano come deterrenti. E però non credevo mai di vedere Jack Nicholson recitare così male, in quel delirio di scrittura e di regia. Non credevo mai di vedere quello che una volta rispondeva «I was just inches from a clean getaway» alla domanda «Do you have any reaction at all to my telling you I love you?» dare prova di così svogliata accondiscenza nei confronti dell’amico James come neanche Benvenuti che videomessaggia al povero Nuti.

Stecchino is now

19 marzo 2011

La Vodafone station che fornisce metà del mio wireless quotidiano (l’altra, quella casalinga, è Fastweb, grazie a dio e soprattutto alla fibra ottica) va a ramengo. Con le peggiori intenzioni, chiamo il servizio clienti. Risponde Riccardo, che mi passa a Marta, che mi dirotta su Fabrizio. Mi si palleggiano in tre-quattro, senza mai annunciarmi e costringendomi dunque a ripetere la triste storia da ultimo brownie della mia rete sputtanata. Arrivo a Paola dell’Ufficio Tecnico, che pare la più sveglia (non ci vuole molto), dice che provvederà a mandare un tecnico alla Centrale, non capisco se fa sul serio o se si prende gioco della mia dabbenaggine. Però un modo per refreshare tutto forse c’è, anche senza tènnico. Paola mi invita, con tono solenne, ad infilare uno stuzzicadenti in un buchino del modem. Mi richiama dopo cinque minuti, «l’adsl ora è disponibile», e mette giù come fosse una qualsiasi Nicole Minetti col timore di essere intercettata. Ovviamente la linea non c’è, e dunque richiamo, e chiedo di Paola – sì, io penso seriamente di poter rintracciare proprio lei, in quel dedalo di call center – e invece mi ritrovo a litigare con Giovanni. Il quale, dopo una lunga procedura che solo lui capisce, e dopo avermi detto che sbaglio a usare Mozilla, e dopo aver piazzato la solita battuta «certo anche voi col Mac che pretese…», insomma con un rimbalzo pirotecnico dice che la colpa non è loro, ma del mio computer. E in quel momento volevo essere Rain Man, e contare tutti gli stecchini, e infilarli debitamente in un buchino. Non del modem, si capisce.

L’enormemente rallentato cammino della civiltà

17 marzo 2011

I miei auguri all’Italia li ho fatti accendendo la tv stanotte. C’era Manuelona Arcuri in diretta dal Vittoriano che prometteva «meravigliosi speddagoli pirodegnici» barcamenandosi tra la banda, e il coretto dei bambini «che ci lascerà entro la mezzanotte come succede in tutte le favole più belle e romantiche», e quel concetto di Interforze che proprio non le entrava in testa, e i fascismi vecchi (La Russa che resta e si prende i fischi) e nuovi (Alemanno che grida «Viva l’Italia!» e scappa dal linciaggio della folla: lui del resto è Claudio Amendola in Caterina va in città). E niente, poi i fuochi devono essere partiti, perché Manuelona ha congedato tutti con un «Torniamo la linea al Teatro delle Vittorie». Come osserva l’amico F.: 150 anni d’Unità, e qualcuno per fortuna ci ricorda che c’è ancora da sconfiggere l’analfabetismo. Altro che lo strateggismo sentimentale.

Là dove c’era il sushi

16 marzo 2011

Del mio viaggio in Giappone non importa a nessuno. Neanche del commento «Cazzo, impossibile pensare che sia successo lì, se succedeva in Bangladesh tutti a dire: poracci, disgraziati, capita sempre a loro. Invece quelli lì, i giappi, parevano invulnerabili. E insomma non è vero che piove sempre sul bagnato. E bla bla bla». Infatti non lo farò, non premerò nessun Invio. Leggevo però l’intervento dell’Adriano sul Corriere. Mi è arrivata una lettera dei testimoni di Geova, qualche giorno fa. Sono ancora vivi, e hanno scelto me. E quel blaterare di allarmi e apocalissi, e quell’uso delle MAIUSCOLE, insomma ho ripensato a loro leggendo l’Adriano. E ho pensato che non è una partita a scacchi, con la morte o con se stessi come nello spot (ma anche su questo non farò commenti, non premerò Invio). Il rischio è che sia solo una lotta tra meravigliose naiveté di terza età. È che là dove c’era l’erba forse oggi c’è il Silvio che parla di cellule.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: