Archive for febbraio 2011

Vecchia Hollywood, ti lascerò

28 febbraio 2011

Il fatto è che questa edizione degli Oscar, che sarebbe dovuta essere ggiòvane e ffrèsca, con James Franco e Anne Hathaway a condurre e il più grande film sulla contemporaneità che sia mai stato fatto – e cioè questo – a fare teoricamente incetta di premi, è stata invece la cosa più vecchia mai vista. C’era Kirk Douglas che come Wilma De Angelis non voleva schiodarsi dal palco, e nonne che si alzavano dalla platea manco avessero un nipotino Amico di Maria da endorsare, e soprattutto i massimi premi, anche più del previsto, sono andati a un film – e cioè quest’altro – che ci riporta a quell’aria miramaxiana che tirava a metà anni ’90. Ho provato a cercare altro, ma alla fine credo che tutto ciò abbia un solo vero precedente: Sanremo ’89, quello con i ggiòvani e ffrèschi “figli di” Tognazzi, Celentano, Quinn, Dominguin. C’era Lorenzo e vinse Ti lascerò. Che comunque è molto meglio del Re Balbuziente.

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Supercazzole, donne!

27 febbraio 2011

La misoginia di Giovanni “Quanto Sono Bischero” Veronesi non sta nel fatto che le sue donne sono tutte assatanate, ninfomani, stalker, rompicoglioni che vanno a trovare a sorpresa i fidanzati in trasferta quando loro vogliono scopare con un’altra. Né nell’evidenziare i difetti della mignotteggiante Chiatti (e ce ne vuole). Né nel dare la parte peggiore di tutto il film alla sua stessa fidanzata. La misoginia manualeamoresca si riconosce quando il povero De Niro, che per vari motivi si ritrova ad ospitare la Bellucci per la notte, non le cede la sua camera da letto: le prepara una branda dell’Ikea in salotto.

O mamma, stasera escort (no, non mi viene in mente un’altra canzone sull’ultimo anno in Italia, no)

26 febbraio 2011

Per piccino che tu sia, tu sei sempre Pisapia

21 febbraio 2011

No, caro Pisapia, non è la «leggerezza»: che vuoi che sia, c’è stata la UniCredit, che sarà mai un appartamentino della Baggina. Non è il ricordo della Milano pillitteriana, e tutti quelli che «nascondono il passato parlando del futuro, e se trovano la cruna dell’ago se la mangiano di sicuro». Non è la difesa d’ufficio della compagna, purché non mi danneggi, anche se un candidato che reclamizza «forza gentile» dovrebbe essere un po’ più cavaliere. Non è tirare fuori la Moratti solo alla fine, invece di sbranarla opportunisticamente fin dalla prima risposta. Non è sbagliare tempi, modi, tutto, e dare la colpa alla presunta macchina del fango. È quella frase buttata lì – «Avevamo deciso di andare a vivere insieme e la nostra casa avrebbe dovuto essere pronta per novembre, cioè per quando si sarebbero fatte le primarie. Poi, come immagino sia accaduto a molti, ci sono stati ritardi nei lavori» –, quella frase it could happen to you, a far capire una cosa fondamentale: anche le primarie, in questo Paese, sono come la prima comunione. Una convenzione, un timbro del cartellino, una festa tra amici, a cui non importa neanche arrivare col colletto stirato.

Vai a Sanremo, Celestino

20 febbraio 2011

Avendo l’inno del veltronismo vinto il festival, ed essendo Facebook il più veltroniano dei network possibili, da poco più di dodici ore è tutt’un diluvio di status del tipo «Ho votato e ho vinto: perché non succede così anche alle politiche?»; «Basta primarie: viva il televoto!»; o citazioni di versi poco studiati a tavolino come «Per l’operaio che non ha più il suo lavoro». E niente, quello che scrivevo sul patriottismo di sinistra vale anche (forse di più) per il televotismo di sinistra, quindi non mi ripeto. Il punto, del resto, è un altro: se fino all’altr’anno vincevano gli Amici di Maria e oggi trionfa il professore di greco che «vi ringrazio a tutti» (sic) e che dedica il premio alla moglie girotondina; se sono stati giorni di Morandi, Ti sputtanerò e Benigni che canta Mameli, allora vuol dire che l’Italia sta cambiando? La risposta pensavo fosse sì, e non per merito di Vecchioni. L’ho pensato quando ho visto Emma Marrone, pure lei ex Amica di Maria, sul palco di Giletti. Che ha passato il suo intervento alla manifestazione delle sciarpe bianche, l’ha lasciata sbracare da barricadera della domenica, ha raccolto la sua dichiarazione «Io non vivo per il televoto: piuttosto, vado su un’isola a giocare coi bambini sulla spiaggia». Poi però è successo qualcosa. Ha chiamato Maria De Filippi, per rispondere al lì presente Sgarbi che dibatteva con la povera Marrone manifestante, e tra gli esempi di donne che decidono da sole come far carriera metteva pure la De Filippi che l’ha data a Costanzo. E quando ha chiamato Maria, tutti si sono cagati sotto, come fosse il Dio di The Truman Show. E niente, la principale esponente dello schieramento a loro avverso ci insegna che l’Italia non è cambiata. Neanche se Giletti passa i video di Annozero. Neanche se Emma vuole, un giorno, andare in Africa.

L’Italia nuda come sempre

18 febbraio 2011

Non è perché Benigni non ha più niente da dire, così è fin troppo facile, d’accordo, neanche comincio. È che il patriottismo di sinistra è urticante, quello tirato fuori dall’armadio insieme alle sciarpe bianche, quando serve, così, tanto per, un attimo e via. E oggi tutti a scrivere: «Il Festival l’ha vinto Benigni». Ma quale Festival? Non eravate quelli che «Sanremo cosa?!». Giusto per capirci. Ah no, forse è perché è più facile andar dietro al cavallo bianco che fare un’esegesi del Risorgimento. Per carità, niente di male, lo capisco. Stasera voialtri televotate per Emma Marrone, però. Vi assicuro che unisce l’Italia più di un qualunque Vinicio Capossela.

La mia banca è indifferente

17 febbraio 2011

Allo sportello della banca, Signora numero 1 al cassiere:
«No guardi, mio marito ormai non mi fa più comprare i giornali, se no m’incazzo. Non mi fa neanche guardare la tivù, se no m’incazzo. Ma altro che radical chic, siamo milioni. Mi-lio-ni! Ma lo sa che domenica in manifestazione ho portato tutta la famiglia? Tutta. Abbiamo lasciato a casa solo i cani.»

Stesso sportello, Signora numero 2 allo stesso cassiere:
«No ma ha visto? Anche questa storia del processo… Ma anche Sanremo, lei l’ha visto? Ma la canzone di Luca e Paolo… No ma io non sono d’accordo, a me non m’interessa di Berlusconi, i panni sporchi non si lavano mica in pubblico, son queste le cose che ci danneggiano. Non è d’accordo?»

Io credo nelle tradizioni di un popolo che non si arrende

16 febbraio 2011

Sanremo è il posto in cui Emanuele Filiberto si traveste da Tricarico, ma nessuno stavolta può dire che è un risorgimentale spaccamento di palle.
Sanremo è il posto in cui Masi trova occupato: eran tutti già impegnati a sabotare il televoto (sì, sto dicendo a te, Gianni Dalle Grandi Mani).
Sanremo è il posto in cui Silvio diventa demoscopicamente ancora più simpatico.
Sanremo è il posto in cui va bene Luca e Paolo, ma come Elio nessuno mai – ora però basta fare i finti engagé di sinistra, alzatevi da quel divano rosso, su.
Sanremo è il posto che al confronto Norma Desmond viveva in una viuzza anonima (sì, sto dicendo a voi, Anna e Patty).
Sanremo è il posto in cui Pier Roberto Luigi Vecchioni Bersani canta «per l’operaio che non ha più il suo lavoro, […] chiamami ancora amore», e non vince neanche il premio della critica.
Sanremo è il posto in cui tutti plagiano tutti – e Battiato, per ragioni di ego smisurato, plagia se stesso.
Sanremo è il posto in cui bisogna capire chi tenersi buono (sì, sto dicendo a te che endorsi Mrs. D’Alessio, Elisabetta).
Sanremo è il posto in cui le donne con la sciarpa bianca hanno quel che si meritano: pubblicità di tutticuli.
Sanremo è il posto più bastardo. Anzi: BASTARDO!!!
Sanremo è un posto meraviglioso.

Sparami addosso, bersaglio mancato

15 febbraio 2011

Il Paese si capisce dalla conferenza stampa del Festivàl: voci fuori campo che «Aoooo’!»; microfoni con le batterie che si scaricano; Morandi e Mazza che si passano bigliettini; impasse generale alla domanda «Ma il pezzo di Gianni Bella che canterai è inedito?»; Belén che si controlla le punte. Ma soprattutto, la cosa che tutti sappiamo: il problema di questo Paese non è la legge elettorale, ma il regolamento di Sanremo. In un quarto d’ora di dettagliatissima spiegazione, non sono riuscito a capire il nuovo sistema grazie al quale orchestra e giornalisti accreditati permetterebbero a canzoni che altrimenti il televoto lascerebbe fuori di arrivare ai piani alti della classifica, «se no succede come coi Negramaro quando esordirono», in effetti un’ingiustizia per cui tutto il popolo italiano ancora non ci dorme la notte. E niente, non è tanto la riconferma dell’eterna vocazione proporzionale di questa Repubblica. Quanto il fatto, così terribilmente antidemocratico, che non si facciano mai le primarie per decidere chi e come lo deve cambiare, questo regolamento.

Se non mi metto carina ora, quando?

12 febbraio 2011

Quello che dicevo io qualche giorno fa, lo ridice oggi un’amica su Facebook, e per giunta in meno di 160 caratteri: «E comunque sono dal parrucchiere e qui è tutta una manicure e una piega di donne che manifesteranno. La rivoluzione dello smalto rosso.»


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