Archive for gennaio 2011

Non vorrei sembrare monologo

31 gennaio 2011

Visto che ero stanco di sentire il Popolo Italiano non parlare d’altro; visto che è da due anni buoni che non sono sul pezzo; visto che non volevo continuare a passare per snob per sì futili motivi, ce ne sono di molto più validi; insomma, mi sono fatto coraggio e in meno di ventiquattr’ore ho visto i due film di Luca Medici, in arte Checco Zalone, che ai pugliesi amici miei ho scoperto fare molto ridere. Ecco. La questione non è riciclare cose che il mio primo vero culto televisivo faceva vent’anni fa; o aver riso mezza volta («è francese di madre bina»: credo di aver riso, su quello); o constatare che è girato peggio di uno spot dei telefonini; o digerire quote attualità da talk show del pomeriggio di RaiDue del tipo gay terrorismo islamico leghisti quartierini raccomandazioni; o tapparsi le orecchie davanti a quelli che l’alto-e-il-basso, e il crossover, e la comicità lunare, che è uno di quegli aggettivi da recensione di cui è meglio non fidarsi. La questione è che a me i comici cessi, socialmente inadeguati, quelli che ci sarà sempre la scena di una festa in cui tutti si sentiranno in imbarazzo, be’ quei comici lì mi mettono ansia dai tempi di Peter Sellers. E comunque stiamo parlando di un’altra cosa.

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To die for (non un culo flaccido, però)

27 gennaio 2011

Nicole Minetti è una ragazza di oggi, sa che i lettori dei rotocalchi saltano i pezzi con qualche virgolettato qua e là e leggono solo le interviste (per di più evitando l’introduzione e cominciando direttamente dalle domande in grassetto). Perciò alla voce «Chi sono» nella sua pagina del consiglio regionale lombardo ha messo un botta-e-risposta compiacente, stile Diva e donna, con intervistatore anonimo che però parla in prima persona facendo finta di fare domande ficcanti. Tra tanti momenti felici e interessanti (motti simonaventureschi sul cadere e il rialzarsi, la gavetta tra letterine e letteronze, il ricambio generazionale che nel fu Pidielle sì e nel [fu?] Piddì no), c’è il punto vero: «Sono riuscita a superare i test d’ingresso al San Raffaele, un mondo che Berlusconi ha contribuito a creare». E una che con la Kidman condivide il nome di battesimo ma pure il ruolo da protagonista in Da morire; una che il culo flaccido di un vecchio sì, ma solo se non mi mette nei casini; una che va in giro con la borsa Hermès e le ballerine, e madonna come le scazza finire nella lista delle «brasiliane delle favelas che non parlano italiano»; insomma, una così ha capito dove sta il punto, nella vita: nel numero chiuso. E quando salta, bisogna salire a protestare sul tetto. Anche di Villa San Martino.

Ps: A riprova di quanto la Minetti mi sta simpatica, nella stessa pagina del consiglio regionale la rassegna stampa è ferma al 24 novembre ultimo scorso: è citata ne L’albo sanitario su Il dentale on line.

Che poi, in fin dei conti, pure Trainspotting è una cagata pazzesca

25 gennaio 2011

Anni fa ebbi a discutere, e parecchio, con chi sosteneva che Into the Wild fosse il film su un idiota sociopatico, e che cazzo ce ne frega, che vada in Alaska e che muoia avvelenato dalle bacche. Vero. E io però a dire che ah-ma-l’esistenzialismo, ah-ma-la-regia, e subito a etichettarlo in società come il più classico degli “era tanto bello, ho pianto tanto”. Da un po’ di giorni discuto con quelle stesse persone, quelle che il pur irritante McCandless di ieri no ma James Franco che oggi come un demente si getta in un crepaccio . E niente, mi accorgo di non avere molti argomenti. Se non che, da sempre, Sean Penn è un grandissimo figo e Danny Boyle un grandissimo cretino.

Una con tutte stelle nella vita

25 gennaio 2011

«Io ho passato tutta la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, […] e con me non c’ha mai provato nessuno.»
«Io vengo da una famiglia modesta, vengo da Torino, […] perché con me non c’ha mai provato nessuno?»

(La ragazza di sinistra Alba Parietti ha capito tutto, ma proprio tutto, di quel che sta accadendo – a Le invasioni barbariche, 21 gennaio 2011)

Prima di spiegarci la pornocrazia, magari sapere che cos’è YouPorn

21 gennaio 2011

Il problema di Bersani non è credere che dieci milioni di persone stiano lì ad aspettarti con la penna in mano. Il problema di Bersani non è che la campagna dei gazebo fa troppo Lega Nord. Il problema di Bersani non sono autogol del tipo «Qui c’è un reato di prostituzione minorile. Se uno fa il regista di film porno non ho obiezioni, ma Berlusconi ha tradito la Costituzione», anche se avere un segretario di partito che crede che il porno sia sempre sinonimo di prostituzione è contemporaneo all’epoca della Tabaccaia di Amarcord. Il problema di Bersani non è parlare del citato porno e poi dire che Berlusconi «potrebbe fare anche l’idraulico e occuparsi dei problemi del Paese», anche se procurarsi un ghost writer che non scriva barzellette di Totti non sarebbe una cattiva idea (o anche solo trovarsi un ghost writer punto). Il problema di Bersani non è ricordare agli italiani che Berlusconi ha ancora i numeri per arrivare al Quirinale, manco fosse Sallusti. Il problema di Bersani non è non riuscire ad arrivare alla fine di un’intervista senza aver parlato compulsivamente di Uolter. Il problema di Bersani è che lui, quando è nei casini, manco si diverte.

It’s Miramax that got big

19 gennaio 2011

Quando Harvey Weinstein, la sera del 21 marzo 1999, quella di «Robbèrto!» che saltellava sulle poltrone nella standing-sopravvalutazione generale, quella del vestito rosa di Gwyneth Paltrow che piagnucolava di fronte al padre tumorato; insomma, quando Harvey Weinstein salì sul palco del Dorothy Chandler Pavilion a ritirare l’Oscar per Shakespeare in Love, anche noi che all’epoca avevamo sette anni abbiamo capito che tutto era cambiato. Che Hollywood aveva sottoscritto un patto col diavolo travestito da produttore Miramax. Che gli era stato dato il lasciapassare per imporre definitvamente la sua idea di «life and art combining [is magic!]». Solo che la sua idea di arte era un falso d’autore su tela polverosa, e la sua idea di vita un melodrammone dove si palpita su battute scritte da Anthony Minghella, buonanima. Questo per dire che ho visto The King’s Speech, in italiano fedelmente tradotto Il discorso del re, il film che con tutta probabilità darà un Oscar al compassato (aggettivo che solitamente si usa per non dire palloso) Colin Firth; il film che, come dice l’amico romano a cui comunico ogni cosa che vedo nell’istante in cui la vedo, «sembra un film Miramax di metà anni Novanta». Ecco, appunto. La vita (di Giorgio VI, padre dell’attuale regina con gli occhiali 3D) e l’arte diventano una storia tutta marroncina dentro loft edoardiani con la carta da parati che si scolla, perfetta per una statuetta alla scenografia. La Miramax anche senza la Miramax insomma, anche questo è the talented Mr. Weinstein. E comunque, a me Shakespeare in Love era pure piaciuto, lo rivedrei tipo sempre.

«Ho avuto uno stabile rapporto di affetto con una persona che ovviamente era assai spesso con me»

17 gennaio 2011

And I would still be on my feet

17 gennaio 2011

Ieri, giornata di globi d’oro andati in massima parte al film che meritava più di tutto e di tutti da molto tempo a questa parte, ho visto quella specie di Stanza del figlio starring Nicole Kidman. Il film – si chiama Rabbit Hole – che, si legge da un pezzo, l’ha fatta risorgere dalle ceneri e dalle plastiche, del regista del sottovalutatissimo Shortbus, dove lei è madre di figlio morto che non piagnucola, che si incazza con quelli che le dicono tuo figlio è diventato un angelo di dio, che insomma fa come Nanni Moretti. E ho pensato alla Kidman dei Da morire e dei Ritratti di signora. Quella che poteva fare tutto. Anche stonare la mia preferita di Joni Mitchell in un film orripilante. E niente, poi mi è venuto in mente che Annette Bening fa oggi la stessa cosa, e però il globo se lo porta a casa.

Noemi Letizia non avrebbe mai usato una parola difficile come «idoneo», comunque

14 gennaio 2011

Il punto non sono tanto le minorenni, i festini ad Arcore, «an erotic game known to participants as “bunga bunga”». Il punto è che a una che aspira a finire sui giornali «per un premio Nobel e non come escort» e si affida a Lele Mora, be’ io il premio Nobel lo darei anche subito.

Non elezioni: interrogazioni programmate

12 gennaio 2011

No, non è perché ITALIA sa di vilipendio alla nazione: è che fa troppo Mino Reitano. Non è perché essere del Piddì oggigiorno suona più impopolare che rispondere «L’esibizionista al Parco Sempione» alla domanda «Che mestiere fai?». Non è perché Fini è il più sopravvalutato di questo paese dai tempi di Totò. Non è perché Vendola vorresti ripagarlo con la sua stessa moneta: il Devoto-Oli, a colpi sul coppino però. Non è perché ogni volta che incrocio Bossi mi viene voglia di rivedere Weekend con il morto, che io metterei in una qualunque retrospettiva degna di questo nome. Non è perché Comunisti in cachemire non è un disco rotto: è l’unico vero format televisivo degli ultimi quindici anni, e nessuno l’ha ancora capito. Non è perché la bagarre Marchionne-Camusso è più facile di una qualunque storiella di Paperone contro Rockerduck. Non è perché questo è il paese in cui «la tivù sperimentale» è affidata a Monica Setta (l’ha detto lei, l’altra sera, lo giuro, mentre Gianni Nazzaro non beccava manco il playback in sottofondo). Non è niente di tutto ciò. È che se si va a votare tra poco, io devo farmi mettere impreparato sul registro. E il meglio che possa capitare è che alla cattedra ci sia, che so, Mara Maionchi.


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