Archive for dicembre 2010

Natale in India non è un cinepanettone – Capitolo 5: Mortadellywood

30 dicembre 2010

Provate a vedere un meraviglioso film di Bollywood (non riesco a linkarlo, googlatelo: si chiama Isi Life Mein, e già capite di cosa stiamo parlando) in un meraviglioso cinema che proietta film di Bollywood (non riesco a linkarlo, googlatelo: si chiama Raj Mandir, sta a Jaipur). Provate a seguire una storia in cui si passa da La bisbetica domata a High School Musical, e ovviamente matrimoni che non s’hanno da fare, e lei che viene dalla campagna e «come fai a vivere a Mumbai, con tutta ‘sta gente che si mette le corna, e i divorziati, e i gay», e lui avveduto e moderno che «a ciascuno il suo». Provate ad ascoltare gli ooooh della sala, fino al bacio finale che non si può vedere, ma basta il meraviglioso «and it happens» impresso sullo schermo. Provate a registrare il grido che si leva quando in una pubblicità passa Aishwarya Rai. Provate a discutere con un autista hindu di star internazionali – forse anche a voi racconterà per filo e per segno il divorzio di Liz Hurley da riccone di origine indiana; e che Brad Pitt, «pessimo attore», è famoso in India solo a causa di Angelina, «che dovrebbe adottare tutti i bambini degli slum»; e che Freida Pinto è un cesso (sì, lo so, c’ho provato in tutti i modi, a farlo ragionare). Provate ad arrivare alla fine di un discorso con l’autista di cui sopra e sentire le parole «I like Mr. Prodi». Allora anche voi penserete che il musical del pasticcere trotskista (non riesco a linkarlo, ma non devo spiegarvelo, vero?) lo faranno davvero, un giorno. Ma succederà solo a Bollywood.

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«La creazione di una grande compilation, così come una separazione, richiede più fatica di quanto sembri»/2 (Errata corrige)

30 dicembre 2010

La Seconda Famigerata Classifica (film 1 gennaio 2010-31 dicembre 2010)

1. The Social Network, di David Fincher
2. Tra le nuvole, di Jason Reitman
3. Il profeta, di Jacques Audiard
4. Life During Wartime, di Todd Solondz
5. Shutter Island, di Martin Scorsese
6. È complicato, di Nancy Meyers
7. La prima cosa bella, di Paolo Virzì
8. Fantastic Mr. Fox, di Wes Anderson
9. Potiche, di François Ozon
10. Vedozero, di Andrea Caccia

 

Natale in India non è un cinepanettone – Capitolo 4: Elefante y serpiente semejante

28 dicembre 2010

Natale in India non è un cinepanettone – Capitolo 3: This-ism, that-ism, ism ism ism

27 dicembre 2010

A Pushkar ho deciso che non mi convertirò all’induismo, o al giainismo, o al buddismo, o all’animismo, ma non perché altrimenti se mettessi sotto una mucca dovrei farmi sei mesi a mendicare, bandito e bannato da ogni rete sociale. Non mi convertirò all’induismo eccetera, ma non perché dovrei poi essere devoto ad ogni scimmia, elefante, cane, asino, maiale, capra, montone, chicken mcnugget. Non mi convertirò all’induismo eccetera, ma non perché dovrei farmi piacere i pallini sulla fronte, e le camminate a piedi scalzi, e le zuppe di lenticchie. Non mi convertirò all’induismo eccetera ma solo perché non vorrei mai, nella vita, che uno mi scambiasse per uno di quei sedicenti freak, o post-freak, o sailcazzo-freak; quelli che arrivano in India coi loro bravi pantaloni thai e le cavigliere del kathakali; che sciabattano in infradito nelle fogne guidati dalle loro Routard; che mangiano pregano amano; che si sentono into the wild perché bevono acqua del luogo in barba a tutti i cagotti, e stupido io che mi lavo i denti con la minerale. A Pushkar ho deciso che, se proprio devo, mi converto a una forma di induismo integralista. Ma solo per piazzare una bomba dentro uno di quei caffè vista-abluzioni dove passano le litanie con cui John Lennon ha rovinato l’Occidente. L’odore del napalm unito a quello delle loro cavigliere mi piacerà moltissimo, mentre sorseggerò la mia tazza di Nescafè, in un bar con equipaggiamento da polo alle pareti.

Natale in India non è un cinepanettone – Capitolo 2: 48 ore e due o tre cose che ho imparato

25 dicembre 2010

Sono tutti Peter Sellers in Hollywood Party.
Gli indiani vogliono portarti a vedere tutti i luoghi, ma soprattutto tutti i laghi.
I camerieri indiani si premurano di chiederti ogni due minuti: “Non è troppo piccante, vero?“. Anche la colazione è piccante, vero.
Ogni due pagine di magazinegiornalelibercolo ci sono Aishwarya Rai e Abhishek Bachchan. Poi dite a me che esagero coi Brangelina.
Il must have del momento è il paraorecchie mimetico.
Al top della scala sociale ci sono i veg astemi. Ma adesso anche i bramini bevono (e per giunta in chiesa).
La compagnia aerea e la birra locali hanno lo stesso nome, e sanno di curry.
La Brianza al confronto è un posto senza dossi.
Va forte la zampa d’elefante, in tutti i sensi, i luoghi, e i laghi in cui mi stanno portando di nuovo.
Le mucche si sentono molto sacre, ma col clacson si spostano. (A questo proposito, mettere in agenda “rivalutazione immediata di The Darjeeling Limited“).

Natale in India non è un cinepanettone – Capitolo 1: Primi incontri

24 dicembre 2010

We have this concept of serendipity—humans do

24 dicembre 2010

Deviazione durante il viaggio. Leggevo su Time il pezzo di Lev Grossman sulla “person of the year” Mark Zuckerberg. (A parte che il fondo di Stengel che lo anticipa s’intitola Only Connect, e io mi sono sentito molto pioniere e molto orgoglione, ma questa è un’altra storia.) Dicevo, o il pezzo – comunque strafigo, serve dirlo? – è sbagliato o Zuck è un vero genio. Ché Grossman è tutto un «ma il film non c’entra con la persona che ho di fronte, il film parla di disadattati, ma che dico di handicappati relazionali, e invece Mark è un giovialone, uno che ti farebbe da testimone di nozze domani, uno che vuole solo l’amore universale, e bla bla bla». Leggendo Zuckeberg che, eletto persona dell’anno, si smarca dall’immagine di mostro sociopatico e fa apposta a dire che grazie a lui il mondo è finalmente «serendipitous» come dovrebbe essere, ho pensato che quella vera tra le due ipotesi è la seconda. E ho fatto la mia ola personale, steso tappeti rossi, levato cappelli, di fronte all’unico vero genio del nostro tempo.

Sono solo una ragazza che sta di fronte a un papi e gli chiede di amarla

22 dicembre 2010

Posto che ti capisco, Barbara. Posto che ti capisco, Barbara: siamo coetanei, siamo quelli del dopo-Muro, del cellulare, della maturità con la commissione interna, della prima serata alle 20:45. Posto che ti capisco, Barbara: anch’io sono cresciuto con Berlusconi, inteso come Ok il prezzo è giusto e Scherzi a parte. Posto che ti capisco, Barbara: tutti noi abbiamo dovuto difficoltà, almeno una volta nella vita, nel rispondere alla domanda «che lavoro fa tuo padre?». Posto che ti capisco, Barbara: anch’io se fossi figlia-di-politico-di-destra farei come te, invece che andare a Ballando con le stelle come la piccola Palin. Posto che ti capisco, Barbara: alla Carfagna ci credono solo quelli di sinistra. Posto che insomma ti capisco, Barbara, volevo solo dirti che la frase «credo che quando mio padre pensa a un post-Berlusconi intenda persone come Renzi, o come il ministro Alfano» (altre cose qui) mi suona comunque un po’ confusa, ecco. Da finta intellettuale, ecco. Ambigua se non subdola, ecco. Da Satta Flores in quel film lì, insomma.

Ridateci Hannibal. Ridateci Under the Tuscan Sun

21 dicembre 2010

Stralci di corrispondenza con amico romano durante The Tourist.

«No, niente, volevo solo condividere questa meraviglia.»; «A che punto sei? A che punto sei?»; «Treno. “Next stop Venezia Santa Lucia”, e sono in aperta campagna svizzera. Stazione. Alessio Boni sulla banchina.»; «E vedrai dove sta l’aeroporto. Ho capito, sei ad Alessio Boni che si parla nella manica.»; «Ommadonna il jet privato coi mafiosi crucchi. Ha fatto più danni L’ispettore Derrick…»; «Lo so, non ci si può credere.»; «Marcorè ha appena detto “Una suite con bagno”, lo giuro.»; «E Frassica? Ci sei arrivato a Frassica?»; «Sì, “No butt! Pericoloso! Cornuto!”. Comunque giganteggia, tra tutti. Johnny e Angelina di una cagneria che vabbè. E soprattutto Johnny che viaggia con otto pigiami diversi.»; «E Christian De Sica che non ha neanche la decenza di morire ammazzato.»; «No ma è al di là. Poi leggi i credit e in teoria c’è della gente seria. Gente che ha scritto Gosford Park.»; «Ma è già finito?»; «Almeno è corto. Io comunque sto seriamente pensando che forse è peggio di The American.»; «Come forse? C’è il Marco Polo che si affaccia su Palazzo Ducale! Il Danieli che guarda su Rialto!»; «Sei troppo colto, tu. The American è peggio, dai.»; «Lì non ci sono i passeggeri di Trenitalia tutti fighissimi, qui sì. Ridateci Hannibal. Ridateci Under the Tuscan Sun.»; «Guarda che ci faccio il titolo del post.»

My huckleberry friend

17 dicembre 2010

L’ultima volta che ho incontrato Blake Edwards è stata quando ho rivisto uno dei suoi film più brutti. La penultima quando sono stato a riascoltare quella canzone, in quel film passato per sciocchino solo perché con l’animaletto del titolo ci hanno fatto troppe penne e troppi diari. Ora sono indeciso se la prossima volta sarà rivedere quel bacio, che è stato il più bello di tutti. O quella festa sgangherata e sopravvalutata, ma solo per sentire l’hindi sgangherato e sopravvalutato del più grande di tutti. O se sarà mettere in pratica, finalmente, il più grande insegnamento per stare al mondo della storia del cinema: mettere uno scarafaggio nell’insalata.


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