Archive for novembre 2010

Harry Potter è uno studente fuori corso

30 novembre 2010

Non intendo discutere sul fatto che il film più bello della non memorabile saga di Harry Potter sia quello dove loro, stufi del potere sotto forma di Gelmini di rosa confetto vestita, si organizzano in una specie di società clandestina detta Ordine della Fenice. Il punto dell’ultimo episodio (neanch’esso memorabile) è lo stesso: studenti contro le istituzioni che si piazzano sui tetti (di una scuola di magia, ma vabbè), che dormono nelle tende (in luoghi dove si arriva attraverso viaggi spaziotemporali, ma vabbè), che si infiltrano nei luoghi del potere (che non sono Palazzo Madama ma una specie di tribunale di fattucchiere, ma vabbè). Per dire che la cosa più mainstream del momento (ditemi voi il totale dei milioni incassati) è molto più sul pezzo di premier nostrani che «gli studenti veri sono a casa a studiare, quelli in giro a protestare sono dei centri sociali e sono fuori corso». E che non hanno nemmeno il coraggio di farsi vedere pelati come quel figo di Voldemort, lui sì che è un cattivo vero.

E allora passate

29 novembre 2010

Uno legge «Monicelli suicida» in uno status qualsiasi, e gli sembra troppo francamente onesto. Poi controlla e scopre che è vero. Poi pensa alle canottiere di Sordi e Gassman, all’insopportabile Totò che solo lui era riuscito a renderti simpatico, a quel film di donne con dentro la tenerezza di un concerto di Ron, a varie cose sparse. Agli italiani in cui, per decenni, ci si è meritati di immedesimarsi. Ho pensato anche a I sette piani, quel racconto del Migliore Di Tutti che iniziava e finiva dentro un ospedale, in modo diverso e uguale. Ho pensato anche a come muore, in modo diverso e uguale, Serge Reggiani ne La terrazza, che – per interposti sceneggiatori – era come se fosse anche roba sua. Ho pensato che l’avevano scritto Age e Scarpelli, questo finale: «Stanza dell’ospedale San Camillo, quinto piano, interno notte.» E poi ho alzato il volume, e dalle casse è uscita una canzone nuova che già mi piace tantotroppo, e l’ho visto volare giù, e ho pensato solo: ciao, eh.

La gentrification spiegata da Toto Cutugno

29 novembre 2010

D’un tratto, mi è venuto in mente quando a scuola mi spiegarono la gentrification. Ci pensavo prima, mentre scrivevo di un film un po’ insulso ma caruccio, diretto da quel figo di Stephen Frears, tratto da una roba divertente pubblicata dal Guardian, ambientato in un verde Whatevershire, amiamo l’Inghilterra. E ci pensavo ieri, mentre, in un centro sociale trasformato in luogo di degustazioni radical-fighette, parlavo col dentista diventato viticoltore, e madonna quanto è buono ‘sto dolcetto, e questo è il podere che ho ereditato da mio nonno, e ormai il pecorino è diventato di moda, e anch’io vorrei, un giorno. E insomma, in questo paese, dove tramontano le silicon valley e non si riesce neanche a organizzare un expo che non sia roba da palazzinari, il punto è ancora uno soltanto: «Voglio la rugiada che mi bagna» (A-ah. A-ah.)

Nuvole in corsa in un attimo che—passerà

27 novembre 2010

Metti qualche ora a Torino.

«È che da una parte ci sono gli Agnelli, pardon gli Elkann, che vogliono internazionalizzare, dall’altra i chiamparini, che vogliono “gestire”.»
«Voi torinesi riuscite ad essere campanilisti anche con le luminarie di Natale.»
«Se […] diventa sindaco farà il comunista come al solito: farà quello che la Fiat gli dirà di fare.»
«Non voglio fare il repubblichino, nel senso di Repubblica, ma cazzo adesso lancio lo slogan “siamo tutti marchionniani”, lo giuro.»
«Fassino. No, dico: Fas-si-no.»
«È riuscito a portare il partito dal venti al trenta percento, e allora ha detto “ve lo porto al quaranta, però a ‘sto punto non faccio il segretario per volontariato, datemi duemila euro al mese”, e sai, noi torinesi siam figli di immigrati terroni, duemila euro sembran tanti… e insomma alla fine se n’è andato, e il partito è crollato.» «È una parabola?»

Don’t you let your demons pull you down, ‘cause you can have it all

24 novembre 2010

La cosa più triste che mi sia capitata, da molto tempo a questa parte, è stata beccare in radio, la mattina neanche troppo tardi, una specie di reunion in diretta dei Take That in cui si cercava di mascherare il macroscopico «abbiamo solo urgente bisogno di soldi» dietro pseudo nuovi beat (in realtà lagne inascoltabili, e ridateci allora i plagi dei Beatles di Shine), e aneddotica sparsa su amicizie virili sparse (in realtà un «rimettiamoci a quel famigerato tavolino, anche se è la seconda volta, anche se abbiamo quasi quarant’anni»), e storie di concerti e registrazioni a distanza (in realtà un «azz, mica sono gli anni novanta, mica è così facile trovare un produttore che ti paghi una trasferta negli States»). E poi mi si è stretto il cuore. Quando, alla domanda «ma com’è che vi siete rimessi insieme, chi ha chiamato chi?», ho scollegato il cervello, e ho pensato a quello che doveva diventare il più grande cantante pop del mondo alzare la cornetta, credendo di essere stato davvero lui il cattivo. E che, dall’altra parte dell’oceano, ci fossero ancora quei suoi quattro amici – destinati a qualche cosa in più, di una donna e di un tour nei palazzetti dello sport.

Meglio stasera che domani o mai (domani chi lo sa, quel che sarà?)

22 novembre 2010

No, niente, è che nella solita edicola ho trovato per pochi euri Il seme del tamarindo, e me lo sono rivisto, e in effetti è piuttosto brutto, Julie Andrews e Omar Sharif sono il peggior match della storia del cinema, lei poi quando fa i – diciamo – thriller politici be’ chiedete a Hitchcock i disastri che combina, e l’intrigo sentimental-guerrafreddesco è assurdo, e insomma fanno bene a dire che è un Blake Edwards minore, no minorissimo. Ma, visto oggi, la cosa bella è accorgersi che il-film-più-sopravvalutato-degli-ultimi-cento-anni (leggi: Le vite degli altri) l’ha copiato a mani basse. No, niente, era solo per dire che, tra Blake Edwards e un qualsiasi tedesco dal nome irricordabile (e autore di film, ma che dico trailer, inguardabili), sceglierò sempre il primo.

But Jesus was a crossmaker

21 novembre 2010

Il problema non è tanto Miss Italia, o le sagre di paese con Mengacci, o il calendario al succo di limone, o Silvio conquistato con la Patetica (sic), o «se non fossi sposato ti sposerei», o i bla bla bla. Il problema di Mara Carfagna è che è una sgobbona, e non c’è niente di peggio dello sgobbonismo, al mondo – soprattutto se applicato alle crisi di governo. Perché quando la sento dire che «occorre una nuova classe dirigente», penso alla mia compagna di liceo partita così così che poi decide che deve diventare secchiona a tutti i costi, ed eccola sfiancarsi sui libri, e guai a copiare le versioni, e coglioni noi che dopo la scuola vogliamo andare al cinema, e insomma silenzio che non si capisce cosa dice il prof, e poi il primo otto in greco, e poi nove in fisica, e alla fine riesce a spuntare un novanta e qualcosa alla maturità, e insomma secchiona lo diventa, ma non le basta. Oggi, mi hanno detto, fa la panettiera.

«Actually, I was just talking about myself» (o anche: che passi ore a parlare di vino, e però non è vero che ti passa la voglia)

18 novembre 2010

Elenco dei politici italiani che perepè qua qua, qua qua perepè

16 novembre 2010

Nelle ultime 24 ore.

Le dimissioni del Pd alla milanese, coi fegatini.
One day I’ll Fli away.
Bersani che fa quello che più gli riesce: leggere i proverbi.
Fini che fa quello che più gli riesce: partire coi militari in Afghanistan e farsi applaudire dalla sinistra.
Patti di ferro – pensi che la beva come chi, come chi vota Lega?
Gli immigrati scesi dalla gru. Si leggono solo commenti «della curia». Già.

Poi pa pa para para pa pa para.

Il mulino che non c’è (non qui: qui tavolate di Ozpetek, fino a fare indigestione)

14 novembre 2010

Il titolo del post è dell’amica con cui ho visto il film. Che fa bene a dire: una cosa venuta dal futuro. Rewind. Parlo di The Kids Are All Right, che da noi uscirà – per una volta – come I ragazzi stanno bene. Il punto è: è un film da Family Day. Cioè, se fossi Giovanardi lo farei proiettare obbligatoriamente nelle scuole e nelle piazze – ma Giovanardi ha la faccia direttamente proporzionale alla scaltrezza, mica può cogliere certe sfumature. Il punto (l’altro) è: mentre noi siamo qui coi nostri vari surrogati (la famiglia è allargata, la famiglia sono gli amici, la famiglia è un appartamento a Ostiense), là che la coppia sia omo è assolutamente accessorio. Annette Bening e Julianne Moore sono due mamme punto. E il punto (l’ennesimo) è: può succedere di tutto ma siamo fatti per stare in tribù, chi è da solo (specie se maschio over-35) si perde, il clan va naturalmente protetto. Laggiù si fanno doppi e tripli giri e, anche se era partito come fricchettonismo indie 100% organic, alla fine è familismo spinto, ma contemporaneo, disincantato, meravigliosamente scritto e recitato; da noi riempirà qualche pagina di giornale in quanto film-sulle-coppie-di-fatto che in realtà non è. Di là si canta Joni Mitchell; da noi sarà Mina per sempre. O, al massimo, qualche remedios (niña pequeña, chiquita…).


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