Archive for ottobre 2010

La notte che ci gira intorno-oh

20 ottobre 2010

Forse è colpa dei francesi. Di quei registi alla Guédiguian (ah, quando vedevo le cose da cinefilo) che hanno finito per convincere anche i nostri di poter fare commedie che però la lotta di classe, il lavoro, i sandacati, i compagni e i padroni, la Casta, la Crisi, i cassintegrati che si mettono a ballare, come se si potesse girare sul serio il musical sul pasticcere trotzkista. Perché poi, dopo aver visto l’ultimo del genere, ti ritrovi in conferenza stampa e, alla plausibile domanda di un pur scazzato giornalista milanese «Perché ha deciso di fare un film politico?», vedi il regista-sceneggiatore di turno rispondere piccato: «Un film politico? Il mio? Mannò, ma che dice, ma tutti i film sono politici». E tu non hai voglia di stargli a dire che se avesse fatto Notting Hill la domanda sarebbe stata un’altra (tipo «Lo sa che lei è un genio?»), perché cosa ci vuoi fare, sei pur sempre di fronte a un film la cui morale-autogol è che, a conti fatti, i ministri di destra curano i tumori mentre i precari di sinistra sono dei poveri idioti. (No, non è come qualcuno di voi ha pensato: il problema non è Fabio Volo che fa come sempre da product placement per “il Qualunquismo”; lui, alla fine, vi assicuro che è il bene.)

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Case [libri auto viaggi] fogli di giornale, che [anche se non valgo niente] per lo meno a te, ti permetto di indignarti – la domenica sera

18 ottobre 2010

No, non mi è mai fregato molto della vicenda “casa di Montecarlo”. No, mi sta fregando molto della vicenda “ville di Antigua”. Penso che da quella parte del muro ci sia il Potere, e fa quelle cose che il Potere è tenuto a fare – sì, il nostro è un Potere alla mozzarella e pomodori pachino, ma tutto va proporzionato, a questo mondo. Da questa parte del muro ci sono i Report, e i «bravo Fini che è meglio di Berlusconi; no, cattivo Fini che è come Scajola; no, di nuovo bravo Fini perché Berlusconi comunque è peggio». Di là un gruppo di persone che tende, secondo natura, ad autoproteggersi. Di qua i giusti appelli, i bavagli, i che-mala-tempora-che-fanno, giusto il tempo di un post su Facebook, di un palinsesto della domenica di RaiTre. Ho rivisto ieri quel gran film che è Codice d’onore, molto più bello come sempre l’originale A Few Good Men. Lì tutti i discorsi su muri, poteri, protezionismi vari convergono in un discorso solo. Il fatto è che le iniziali son le stesse, ma allora la storia del Potere la firmava Aaron Sorkin, oggi Alfonso Signorini (tutto va proporzionato, a questo mondo, già). E sul banco dei buoni non c’è più la contrizione contrattuale di Demi Moore, ma l’indignazione domenicale di Milena Gabanelli.

A pane e Marty McFly

14 ottobre 2010

Così sono cresciuto. E non posso vederlo tornare, adesso, sul luogo del delitto. Non ora che me l’avete fatto diventare come il balbuziente di XFactor.

Black and white is how it should be, but shades of grey are the colors I see

11 ottobre 2010

Ci sono due modi di fare film in bianco e nero dopo gli anni ’90 (dico anni ’90 solo perché così posso infilarci Ombre e nebbia). C’è il bianco e nero con una sua – sto per dire la parola più orrenda usata da quelli che scrivono di cinema – necessità. E nel gruppo, cito cronologicamente a caso, ci vanno: Ombre e nebbia, Schindler’s List, Dead Man, Ed Wood, The Addiction, L’odio, Nel bel mezzo di un gelido inverno, tutto Ciprì e Maresco, Celebrity, American History X, L’uomo che non c’era, I nostri anni, Good Night and Good Luck, Persepolis, Il nastro bianco. E poi il bianco e nero da «splendida fotografia», modaiolo, artificiale, in fin dei conti scassacazzi. E nel gruppo, cito cronologicamente a caso, ci vanno: La ragazza sul ponte, π – Il teorema del delirio, Juha, Les amants réguliers, Intrigo a Berlino, Marathon, Sin City, Angel-A, Segreti di famiglia (cioè Tetro, cioè Coppola padre goes delirio senile). Ieri – dopo aver visto il secondo film di Corbijn, intervistato attrici italiane orgogliosissime di aver preso parte al secondo film di Corbijn, smadonnato di fronte al secondo film di Corbijn (non ho detto che è The American, il secondo film di Corbijn) – insomma ieri, fuori tutti i tempi massimi, ho visto il primo film di Corbijn. E cioè Control, più noto come «il film sui Joy Division». Che è in bianco nero. E ditemi voi in quale gruppo metterlo. O dove lo metterei io. (A blindness that touches perfection, but hurts just like anything else.)

If you give the Oscar to the likes of “Ordinary People” and “Chariots of Fire” often enough, won’t your prize be worth a bit less?

11 ottobre 2010

Io Vargas Llosa non l’ho mai letto. No, neanche La città e i cani. No, neanche Conversazione nella cattedrale. E non alzate gli occhi al cielo, che vi vedo. Non sto qui a fare le liste del tipo e però Philip Roth, e però Tom Wolfe, e però. Il punto è quello sollevato dal solito New Yorker. Ché ormai se penso al Nobel mi vengono in mente solo il famoso cartello al finestrino della macchina, e la sosta in autogrill, e Milano-Roma, insomma Dario Fo-Ambra Angiolini. E forse è per questo che ho smesso di leggere – quando ho chiuso Guerra e pace, quella volta, sul metrò. (E però Chaplin. E però Hitchcock. E però…)

Volevo dire cose, cose che sai, che ti dovevo, che ti dovrei (o anche: basta un video postato da qualcuno, una sera, sul social network, per perdere definitivamente le parole)

10 ottobre 2010

Let me inside, no cause for alarm (o anche: riuscire ad arrivare in ritardo anche con le cose ormai mainstream; o anche: postare il video vecchio il giorno in cui esce quello nuovo)

6 ottobre 2010

(Qui quello nuovo di cui sopra. Sopra nel titolo.)

Product (dis)placement

6 ottobre 2010

Non posso credere che Fini abbia davvero detto: «Non sarà una An in piccolo, ma un Pdl in grande». Il problema, nel nostro paese, è sempre l’incapacità di piazzare il prodotto. Lo si capisce dai product placement che si vedono al cinema (e soprattutto dalle campagne ideate da un qualsiasi “personaggio di pubblicitario rampante” che si vedono al cinema). Di due film visti nelle ultime 48 ore, quello americano (e non dite che la produzione è spagnola) riusciva a mettere tre-quattro marchi pure dentro una bara, e quasi non te ne accorgevi; da quello italiano uscivi solo con un’enorme scatola di Grisbì piazzata su ogni angolo di tavolo possibile. Bisogna essere capaci di vendere il prodotto. E soprattutto di capire quando il product placement è fatto male. (Ora metto la foto.)

La rivoluzione? Purché sottotitolata

4 ottobre 2010

Mentre nel mondo si producono animati dibattiti su cose tipo «la rivoluzione si farà o non si farà sui social network?», vedi relativo pezzo al solito molto figo sul New Yorker, mi domando quando potremo vedere status che non siano «che palle il lunedì» in un paese in cui il massimo orizzonte telematico è la mail di Tulliani. Soprattutto, dove non si riesce a trovare manco un interprete decente nell’azienda audovisiva nazionale, insomma la Rai Tivvù. Ieri il solito tizio adenoideo che traduce gli ospiti di Fabio Fazio metteva in bocca a Tony Blair parole tipo: «Amo tantissimo ciò che faccio ora, ho la mia fondazione per portare le varie fedi insieme». Poi nel blocco pubblicitario è passato lo spot del Nespresso. Quello con Clooney-Malkovich as Bonolis-Laurenti. Quello – lo giuro – sottotitolato. E ho pensato che forse, miracolo, si sta aprendo uno spiraglio. Se non coi social network, dalle nostre parti, tanto per cominciare, cerchiamo di farla quantomeno sottotitolata, la rivoluzione.

Ding, dong, the (s)witch is dead

1 ottobre 2010

Ho pensato: c’è un motivo se sto guardando questo film.
Ho pensato che, se Jennifer Aniston sceglie ruoli di madri idiote che lasciano i figli coi pidocchi a casa da soli per andare a scopare in montagna col nuovo boyfriend, è giusto che Angelina abbia sei pargoli e lei manco uno adottato da single.
Ho pensato meno male che c’è Jason Bateman (anche di fronte alla scena in cui svuota un vasetto pieno di sperma nel lavandino).
Ho pensato che scrivere in alto sulla locandina «dai creatori di Juno e Little Miss Sunshine» è il nuovo «Quentin Tarantino presenta». E anche che i creatori di Juno e Little Miss Sunshine dovrebbero passare più serate al bowling invece che davanti al computer.
Ho pensato che bisogna sempre diffidare dei film a doppia firma (a parte le coppie di fratelli e Powell-Pressburger).
Ho pensato: non è vero che questa roba è tratta da Eugenides, no, dai, non è vero.
Ho pensato che la Aniston è la loro Buy, sempre gli stessi ruoli, sempre gli stessi capelli, sempre lo stesso dimostrare di non saper fare nient’altro che quell’unica cosa (e quell’unica cosa pure piuttosto male).
Ho pensato che in fondo è uguale all’artificialmente inseminata J.Lo di Piacere, sono un po’ incinta, solo travestito da roba indie-intellettuale (ah, quella perfida direttrice di casting che ti confonde con un Jeff Goldblum o una Juliette Lewis). E che, in fin dei conti, tra le due Jennifer, ho sempre fatto bene a scegliere quella col culo grosso.


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