La notte che ci gira intorno-oh

Forse è colpa dei francesi. Di quei registi alla Guédiguian (ah, quando vedevo le cose da cinefilo) che hanno finito per convincere anche i nostri di poter fare commedie che però la lotta di classe, il lavoro, i sandacati, i compagni e i padroni, la Casta, la Crisi, i cassintegrati che si mettono a ballare, come se si potesse girare sul serio il musical sul pasticcere trotzkista. Perché poi, dopo aver visto l’ultimo del genere, ti ritrovi in conferenza stampa e, alla plausibile domanda di un pur scazzato giornalista milanese «Perché ha deciso di fare un film politico?», vedi il regista-sceneggiatore di turno rispondere piccato: «Un film politico? Il mio? Mannò, ma che dice, ma tutti i film sono politici». E tu non hai voglia di stargli a dire che se avesse fatto Notting Hill la domanda sarebbe stata un’altra (tipo «Lo sa che lei è un genio?»), perché cosa ci vuoi fare, sei pur sempre di fronte a un film la cui morale-autogol è che, a conti fatti, i ministri di destra curano i tumori mentre i precari di sinistra sono dei poveri idioti. (No, non è come qualcuno di voi ha pensato: il problema non è Fabio Volo che fa come sempre da product placement per “il Qualunquismo”; lui, alla fine, vi assicuro che è il bene.)

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