Archive for ottobre 2010

Now that you know who you are, what do you want to be?

30 ottobre 2010

Sei lì che smanetti col telecomando, prima di uscire, già in ritardo, e becchi una rampolla della solita «cosa si prova a far parte della famiglia più importante d’Italia?» ospite di un popolare talk del venerdì sera. E pensi che puoi tardare ulteriormente, ah se ne vale la pena, sai già che sarà tutto un vestivamo alla marinara, la padrona di casa che manco chiede «chi sei? cosa fai?», perché è meglio iniziare sapendo chi è il più schivo dei fratelli, e poi vari scampoli di ricchitudine come il punto sull’Iran (loro così poetici, la loro politica così brutta), e da-grande-voglio-fare-la-regista (la primogenita di Walter ci bastava, ma tant’è), e la luce di Roma, e Marchionne incompreso, e povera cara, lei non c’entra niente, lei è adorabile, con quel suo accento dato dal fatto che «da piccoli parlavamo il brasiliano» (sic).
Poi esci, in ritardo no deppiù, destinazione festa di compleanno, destinazione circolo Arcifighetto in teoria molto cool, e scopri che subito prima c’era stata la presentazione di uno dei candidati piddini delle primarie in town, e subito dopo – la (s)fortunata serie di eventi non è detto sia casuale – ecco un altro ragazzo ricco agitarsi sul palco, e scusami se rido, dall’imbarazzo cedo, ma diavolo non becca una nota che sia una, «che ha fatto, si è comprato la band?», e dovrebbero metterlo nel rullo dei peggio provini di XFactor, e sotto il palco si agita un po’ di Milano riccadisinistra, e povero caro, anche lui non c’entra niente, lui è simpatico, davvero, sta solo massacrando Brown Sugar, e no ora è troppo, ora vado e gli dico qualcosa.
E loro ti guardano così, mica lo capiscono. Loro che ti direbbero, adorabili, simpatici, sgranando gli occhi: baby, you’re a rich man too.

Tu mi dici aspetta. Cosa devo aspettare, Silvio, se hai bucato una gomma?

29 ottobre 2010

Tagging the idea

28 ottobre 2010

Come si riconosce se un film è epocale? Dico: il suo grado di viacolventismo. Come si dimostra che è generazionale? Dico: il suo americangraffitismo. Come se è contemporaneo, insomma che non sarebbe potuto uscire se non in quel preciso momento, perché era fatto per cambiare le cose, mica per tirar su qualche dollaro? Dico: il suo illaureatismo. Si riconosce dal fatto che è scritto da dio? Sì, anche. E diretto e recitato in modo altrettanto superiore? Be’, ovvio. Dal fatto che tutti ne parlano? Boh, probabilmente. Se è così, almeno un po’, allora d’ora in poi si dovrà usare socialnetworkismo, e starà per “film che parlano la lingua esatta del mondo e del momento in cui escono”. Si dovrà dire così di film dove il passaggio degli anni non serve scriverlo da qualche parte in basso, basta vedere che la prima volta che compare la parola Facebook sullo schermo di un computer è sottolineata come errore di grammatica, e poi, be’, poi è oggi, gli anni son passati, e il tizio non fa più errori di grammatica ma macina soldi e gli interessi sono in contemporaneità. E non dite che questa fissità è così strana per Fincher, che i dialoghi sopraffini di Sorkin ribaltano ogni precedente idea di legal drama, che non è un film di formazione ma di decostruzione di un mondo, le parole puntuali come algoritmi. No, sì, cioè, tutto giusto, ma chissenefrega. Io sto guardando le ciabatte Adidas, i pantaloni corti anche in mezzo alla neve, e good luck with your videogame, e i relationship status che governano il mondo, e Cole Porter e Irving Berlin che non scrivono canzoni d’amore, e Trent Raznor che scrive colonne sonore pazzesche, e Justin Timberlake che stavolta non scrive nessuna canzone ma ruba scene e one liner, e fashion’s never finished, e mandare 47 sms di seguito che mica è da pazzi, e le parabole, e reload current page per sempre, e The Facebook, no, drop the «the». Gli sfigati che conquistano il mondo e le ragazze, ma non è questo il punto. È il socialnetworkismo. È la capacità di essere lì, no: qui. In questo preciso momento. Tagging the idea.

L’onore dei Fini

27 ottobre 2010

Dunque, erano solo falzità. Siamo molto sollevati. Epperò ‘sta storia continua a ricordarmi tanto quel film con Jack Nicholson e Kathleen Turner – fatte le debite proporzioni in quanto a figaggine e Famiglia con la maiuscola, quella lasciamola al Grande Fratello. Sì, insomma, quel film. Case, matrimoni, bionde infiltrate, parenti capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato, boss che vogliono farti fuori, «you and she is in the same line of business». Onore. Chissà se c’è anche la Daniela, da qualche parte, a tramare sul tappeto orientale come Maerose.

And when I come back, I’m gonna come harder

27 ottobre 2010

Lately I find, you’re on my mind, o: volevo fare il direttore di casting negli anni Novanta, per dare ruoli solo a ‘sti due (scusa, Beau)

26 ottobre 2010

Né più mai toccherò le sacre sponde

25 ottobre 2010

No, Fini caro, fammi capire: parlar male del Presidente del Consiglio è patriottico ma dire che l’economia italiana fa cagare no? No, Fini caro, fammi capire. Perché, dal momento che mi vien da fare entrambe le cose, adesso non so se sentirmi straniero in patria.

«In tre parole: comprate il mio libro»

24 ottobre 2010

E film per pellicola, e «Ho svenduto il loft», e altre meraviglie dell’edizione italiana. E il più grande miscasting della storia del cinema. E dialoghi genere tu-hai-tanti-soldi-ma-non-sarai-mai-ricco-dentro che neanche i fratelli Forrester. E Charlie Sheen che è messo peggio di Michael Douglas, e soprattutto s’è fatto l’henné. E ieri avidità-cosa-giusta, camicie Cerruti, Daryl Hannah; oggi blog di sinistra ed ecografie, camicie blu elettrico, Carey Mulligan. E l’amico di fianco a me, che prima «voglio essere Gordon Gekko» poi «il peggiore film che abbia mai visto». E insomma di quegli anni resta niente. Solo la risposta di me treenne alla domanda: che musica ti piace?

Tanto non cambia l’idea che ormai ho di te

22 ottobre 2010

«Cioè, io non conosco manco una canzone. No, ma manco una.»
«A San Siro era imbarazzante. La gente cacciata dentro a forza.»
«Chiunque mi dice che lui è il più insopportabile di tutti.»
«‘Sta ultima cover di Vanity… molto calciatoristica… mah.»
«Be’, dai, quella del “verde coniglio” era molto figa.»
«Li abbiamo avvicinati nel backstage. Prima erano timidissimi, poi si sono subito allargati.»
«No, è che poi lui ha sbroccato.»
«È che in Italia proprio non esiste il concetto di rock band. Alla fine anche loro fanno le rime amore-fiore.»

Epperò, mica si può dire che sia brutta, ‘sta lagna.

Inquilini del terzo piano

21 ottobre 2010

Io ero quello che da piccolo non riusciva a collegare il Professor Plum alla sala da biliardo, figurarsi ora seguire il caso Scazzi. Che poi sabato, a cena, era tutto un «Ah ma questa società maschilista, ah ma queste povere ragazzine, ah ma i modelli sbagliati, ah.» Ieri, tv accesa, la linea era «Ah ma queste famiglie matriarcali, ah ma i poveri uomini che se c’erano dormivano, ah ma le vittime sono loro, ah.» E i giornalisti-conduttori-inviati che, occhi sgranati, cercavano di capire quale fosse la strada migliore da battere, per farci la puntata il giorno dopo. «Cut off my arm. I say, “Me and my arm.” You cut off my other arm. I say, “Me and my two arms.” You… take out… take out my stomach, my kidneys, assuming that were possible… And I say, “Me and my intestines.” Follow me? And now, if you cut off my head… would I say “Me and my head” or “Me and my body”? What right has my head to call itself me?» Tagliate tutto, però stavolta fatelo bene. Che io devo capire chi mettere, nella sala da biliardo.


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