Archive for settembre 2010

Il Paese dagli elettori che ridono

30 settembre 2010

Ieri, mentre in Parlamento si chiedevano fiducie e si facevano discorsi epocali (sì, vabbè), io guardavo il più incredibile film della storia del cinema italiano; il Film Definitivo su furbetti, quartierini, raccomandazioni, conventicole, intercettazioni; la riflessione di un *grande autore* (sì, vabbè) sullo stato corrente delle cose. Insomma, Il figlio più piccolo di Pupi Avati. A parte il non piccolo particolare che, essendo uscito mesi fa, avreste dovuto dirmi di vederlo tipo il primo weekend, ma non sto qui a frignare. Ad ogni modo la sciatteria è tale (vi basta Sydne Rome versione Hare Krishna?) da poter aspirare al titolo di peggiore film di sempre. Eppure c’è quella roba lì, il vero tocco d’autore, che basta a raccontare tutto: il fuori sync avatiano. Tutto ridoppiato, tutto che arriva quell’attimo dopo, la stessa voce dello stesso personaggio che non corrisponde di scena in scena.
Più tardi accendo la televisione e faccio giusto in tempo a vedere Pierluigi “Gargamella” Bersani e Alessio “He-Man” Vinci in maniche (rimboccate) di camicia, e capisco che il primo sta compiendo gli anni nello studio del secondo, ed è tutto un tripudio di «in ‘sto paese qui», «a quel punto qui», «un soprassalto di responsabilità», «io ho governato un po’, no?», «le tecnicalità», «un meccanismo democratico […] prevede che non ci sia questo meccanismo qua», «arriva il punto che quando arrivi al dunque», e la più bella di tutte: «prima mi facevo il compleanno bel tranquillo»; intendendo: prima che si venisse a sapere che cade lo stesso giorno di quello di Berlusconi. Perché è di Lui che si parlava, passavano video che parevano “based on Una storia italiana“, lo studio era di oggi ma le parole di quindici anni fa. E per un momento, di fronte a quel meraviglioso trionfo di fuori sync, ho immaginato che ci fosse Pupi Avati, che sorrideva in cabina di regia.

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Occhiali rotti, eppur bisogna andar

29 settembre 2010

Altro che Jack Nicholson e Meryl Streep: datemi 75 firme e vi faccio per vent’anni lo stesso ruolo (altrimenti detto: del tafazzismo cinematografaro di sinistra)

25 settembre 2010

«Il problema e la fortuna dei film con Silvio Orlando, quali che siano il regista e la storia, è che alla fine raccontano Silvio Orlando. Il suo personaggio, quasi sempre lo stesso, un intellettuale di sinistra simpaticamente sfigato. Film dopo film, Orlando ha superato la dimensione del bravo attore e anche quella della maschera, per approdare nel tempo a una simbologia assoluta. Silvio Orlando è diventato l’incarnazione della sinistra italiana. Che cambia nome, simbolo, alleanza. Mai le facce, comprese quelle del cinema. E coltiva la passione per la sconfitta. Neppure una sconfitta ribelle, eroica. No, una sconfitta che arriva puntuale in fondo a una serie di compromessi falliti. A questo punto tanto varrebbe presentare direttamente lui, Orlando, candidato leader alle prossime elezioni. Si perde, tranquilli, ma almeno ci si diverte.»

(Curzio Maltese recensisce su Repubblica di oggi La Passione di Carlo Mazzacurati. Il film, comunque, è brutto.)

Una cagna in mezzo ai maiali

25 settembre 2010

Ci domandavamo l’altro giorno con un’amica, a pranzo, tra modelle decenni e puerpere cinquantenni, l’aggettivo giusto per le robe da Transatlantico che capita di leggere oggigiorno le poche volte che ci si azzarda ad aprire un giornale. Poi ci pensano loro direttamente, a dare l’ispirazione. Tipo Berlusconi che «il teatrino era più bello quando lo facevo io». Tipo Fini che ora «si appoggia ai suoi fedelissimi: Alfano, Bocchino, Bongiorno». Eh già, è proprio lui l’uomo che salverà la musica. Ah. Sì. L’aggettivo. Boh.

Non lo so che faccio qui. Esco un po’

23 settembre 2010

«Though nothing can bring back the hour of splendor in the grass, glory in the flower, we will grieve not; rather find strength in what remains behind.» Comincio citando Kazan (che citava qualcun altro che mica mi ricordo adesso, così, su due piedi), perché altrimenti mi accusereste di parlare di gggiovanidoggi tirando fuori solo Amici, o – per amore di flashback autobiografici – Gli anni degli 883. Questo per dire che il più riuscito spaccato (brutta parola) dell’adolescenza 2.0 (parola più brutta ancora) comincia con una ragazza che dice: «Non tocco mai la gioia. Non posso toccare la gioia.» E continua con le serate che servono giusto a “fare serata”, l’interrogazione di latino il martedì e il compito di fisica il mercoledì, il fidanzato che «perché non mi hai mai tradito? la risposta giusta è: perché ti amo», e quanto sono belle le mie All-Star viola, e la vodka alla menta, e forse sì, è vero, nessun sogno, oggi, là fuori, da acchiappare. Nei giornali c’è scritto che è «il film fatto coi videofonini», questo Vedozero, ma ci sono dentro molte altre cose. Ovviamente, dato il mio solito tempismo, l’ho visto poche ore prima che l’unica sala milanese che lo proiettava pensasse di cambiare la programmazione. Cercate di recuperarlo, guardate qua. Ah, c’entra anche quel film meraviglioso, sì, quello di Lucas. Ma ne parliamo un’altra volta.

«Certo eravamo giovani, eravamo arroganti, eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, ma avevamo ragione»

22 settembre 2010

Il problema è che le poche volte che m’incazzo me le dimentico subito. E, quando ieri la mia amica mi ha ricordato che c’è ancora in giro il film di Coppola (non Sofia: Massimo), ho pensato che è un gran peccato, il dimenticarsi di essersi incazzati intendo. Perché a Venezia mi sono annoiato sempre, ma incazzato come quella volta mai. Mettiamola così. A me i fighetti milanesi genere Emtivvì stanno pure simpatici, diciamo sulla carta. Mettiamola anche così. A me il fatto che Nicola Blue Eyes (cioè Nicola Giuliano) sia il nuovo Domenico Procacci, insomma il produttore bello e bravo, engagé e bobo, non più Parioli ma Vomero, che lancia autori (nove su dieci sopravvalutati), e vince i premi, e fa pure i soldi, insomma anche questo mi sta bene.
Il problema è che il primo, all’esordio nel cinema (no: nel “lungometraggio di finzione“) vuole fare il fratello Dardenne, e quindi la Fiat, Melfi, le immigrate rumene, le badanti, gente che dorme in macchine lasciate aperte chissà perché, altra gente che si mette in casa sconosciuti chissà perché – laddove, se avesse raccontato un aperitivo da Cucchi, gli sarebbe venuto di sicuro meglio; il secondo, che dopo i boom sorrentiniani potrebbe produrre qualunque film di sedicente “giovane filmmaker”, magari pure più bravo, si fa tentare dai modaiolismi, e come non capirlo. Eccoli, Nicola Blue Eyes e Massimo Giacca Di Frip. Così belli, così di sinistra, così sul pezzo – bruci la Fiat, e muoia sotto un tram più o meno tutto il mondo. Ti riempiono sei pagine di settimanale come niente.
E alla fine, quella volta che mi sono incazzato, ho pensato che il più grande di tutti è sempre Muccino, nel senso di Gabriele. Che per anni non si è mosso dal Liceo Mamiani, ma cazzo se sapeva quello che raccontava – e c’era Procacci con i campero, a dargli la paghetta.

Anche se, comunque, un buon franciacorta è pure meglio dello champagne, o: del sapersi vendere bene

22 settembre 2010

Il pretesto lo sai: quattro dischi e un po’ di whisky

21 settembre 2010

Trovo da sempre molto fastidiosa quella cosa tipicamente omosessuale del buttar lì, così, tra le righe, un «ah, non sai quanti ce ne sono in» [aggiungete voi]: Parlamento; mondo del calcio; esercito; Eurodisney. Fa il paio con quell’altra cosa tipicamente omosessuale traducibile più o meno in «l’importante è anche solo immaginare che ci siano le condizioni sufficienti per potersi fare qualcuno, nel mondo». Che poi è un’altra forma – forse più platonica (non sempre) ma non meno pelosa – di velinismo. Per questo uno che si è già candidato a futuro premier nell’immaginario del «centrosinistra che resta al palo»; uno che se-il-sindaco-di-Parigi-sì-perché-io-no; uno che fa benissimo, nella misura in cui lo ritiene opportuno, a parlare apertamente della sua sessualità; insomma: Nichi Vendola; be’, ecco, non trovo che per lui sia troppo elegante, a un passo da corse alle primarie e sogni di premiership, star lì a dire-e-non-dire chi era o non era frocio tra i passati presidenti diccì. Verrà il tempo in cui saremo tutti «pansessuali monogami», come si definisce quella cantante che ho scoperto quest’estate in Brasile, e a nessuno fregherà più nulla dei gemellini di Ricky Martin. E magari si troveranno anche premier (immaginari) migliori.

What you see is (non sempre) what you get

18 settembre 2010

Solita intervista del sabato mattina a Lui. No, non quella che state leggendo su Repubblica davanti al cappuccio. Quella vera.

Ha fatto più danni al centrosinistra Carrie Bradshaw della Bicamerale (sì Walter, sto parlando anche a te)

17 settembre 2010

Alla fine ho disgraziatamente letto – unico libro comprabile tra i tre-dico-tre in inglese all’aeroporto di Salvador – Mangia prega ama, e qualche ora fa ho pure disgraziatamente visto il film. E, di fronte a una che ti vomita addosso per 445 pagine (e 133 minuti) i suoi fallimenti che-però-non-era-colpa-mia, le persone lasciate per strada che-però-quanto-mi-amano-ancora, e quant’è bella l’Italia, e quant’è bello il mondo, e insomma fregole di Ego (e di Noi) travestite da “io sto facendo un discorso personale per il bene di tutti”, be’ allora m’è venuta in mente quell’intervista e queste firme, e tutti i «Rimbocchiamoci le maniche» che allora era meglio la meditazione yoga. E ho pensato che, per rispondere a tutto questo carriebradshawismo, gli elettori non dovrebbero mettere croci sulle schede, ma post-it.


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