Archive for agosto 2010

«E di chi è il romanzo?» «Mah, uno giovane, americano, credo si chiami Adelphi.»

27 agosto 2010

Lo so che è il libro in cui nelle prime tre pagine leggi, in sequenza: «Martha’s Vineyard»; «Squibnocket Beach»;  «Technicolor»; «DNA protestante»; «Albert Payson Terhune»; «Perry Como»; e soprattutto: «22 novembre 1963». Lo so che è stato pubblicato da Adelphi; anzi, da Adelphi prima dell’estate. Lo so che è stato scritto per vendere in una settimana i diritti alla Working Title, no: alla Focus Features; no, alla Paramount Vantage. Lo so che l’autrice esordiente ma con alle spalle «numerosi riconoscimenti per la sua attività giornalistica» (si citasse almeno un pezzo di carta su cui abbia mai scritto) non sarà mai il nuovo Peter Cameron. Lo so che ci son dentro frasi ad altissima citabilità – no: bacioperuginabilità – come «Le storie che raccontiamo agli altri corrispondono mai a quelle che raccontiamo a noi stessi?». Ma se avete qualche ora, da qualche parte, in cui leggere qualche cosa, be’, potreste pure scegliere questo libro.

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La Faccia Di Julia Ormond

26 agosto 2010

Non so bene cosa sia successo. Sono stato tipo chiuso in una camera iperbarica per alcuni giorni. So solo che quando ne sono uscito, Walter aveva scritto in anticipo la letterina di Babbo Natale, probabilmente in un momento di pausa dalla stesura del suo ultimo romanzo su una famiglia italiana che negli anni Sessanta decide di comprare il frigorifero. E, nello stesso momento (non nel momento in cui la famiglia compra il frigorifero; quello in cui venivo a sapere di Walter), insomma in quello stesso momento la mia insonnia veniva ulteriormente (dis)turbata dal Pd medesimo, che si metteva a scrivermi in chat, aperta a notte fonda su Facebook per cercare altri jetlagged (o lagged e basta) come me. Un Pd travestito da «piccolo circolo di provincia emiliana» ma in realtà per me era il Pd personificato punto, e mi scriveva «Ciao, Mattia», e pareva un’operetta morale, anche se non sapevo a chi attribuire la parte della Natura e a chi quella dell’islandese, tra me e il Pd.
Comunque, così, forse per colpa del Pd, forse per aver deciso giorni fa piuttosto inavvertitamente di sospendere la melatonina, che è peggio del metadone, insomma per farla breve a un certo punto mi viene in mente La Faccia Di Julia Ormond. Non che non ci fosse una ragione. Era la stessa Faccia Di Julia Ormond che mi guardava, qualche imprecisata ora prima, dal piccolo schermo di piccola tv di aeroplano. Era dentro uno di quei film che vedi solo dentro i piccoli schermi di piccole tv di aeroplano, un film su un’autistica che escogita qualunque sistema per mandare le mucche al macello senza farle soffrire (no, non è che gli sceneggiatori americani hanno “le idee”; è che in America ci sono troppe storie vere). Julia Ormond – cioè, La Faccia Di Julia Ormond – faceva la madre di questa povera handicappata, e l’unica cosa a cui potevi pensare però era: «Com’è diventata vecchia, La Faccia Di Julia Ormond». Non che io abbia mai avuto molto da dirmi, nella vita, con La Faccia Di Julia Ormond. Era pur sempre l’attricetta che avrebbe dovuto essere infibulata per aver osato fare quell’orrido remake, quella volta.
Eppure, vista così, faceva solo una gran tristezza, La Faccia Di Julia Ormond. Nessuno si era mai chiesto dove fosse finita e nessuno si chiederà dove sarà, a meno di non incrociarla sul piccolo schermo di piccola tv di aeroplano. E lei non l’ha fatto neanche apposta, di ritornare. Se n’era andata perché non aveva più nulla da dire. Aveva fatto i suoi errori, e semplicemente aveva capito che non era più il suo momento. E alla fine è rientrata così, da una porticina secondaria, senza dire niente a nessuno, senza volersi riprendere nessun posto. Con le sue rughe, e basta. Io, nonostante tutto, sono della «Mozione Julia Ormond».
E Walter scrive le lettere. E il Pd approfitta della tua insonnia, senza aver tutto da vincere—né tutto da perdere.

Rio casa mia, Capitolo 7: Dove arriva il momento di lasciarsi (o forse no)

22 agosto 2010

(Thanks to Alberto, per un po’ di cose.)

Rio casa mia, Capitolo 6: Dove si iniziano a tirare le somme

21 agosto 2010

Ho visto il paradiso. Era molto simile a un negozio di Havaianas.
«Qui è come l’Italia del Boom
A Bahia ci sono le ragazze più simpatiche. Del mondo.
Nuovi must have: l’escapulário.
Propaganda elettorale: «Mandela. Obama. [Inserisci nome di candidato nero al Senato brasiliano]»
L’odore di pão de queijo in metropolitana.
Le esercitazioni della tropa de elite al poligono. Di notte.
L’opossum che viene a rubare le banane. Di notte.
I quadretti naïf con la faccia di Lula.
L’olio di dendê, che rivaluti quello di ricino.
È tutto un attimo.
A origem (sensi assortiti.)
La città più bella del mondo, dal Pan di Zucchero.
Il samba, stasera, al Clube dos Democráticos.
Sarà un samba porta a porta.

Rio casa mia, Capitolo 5: Dove ti insegnano che le cose si guardano all’incontrario

16 agosto 2010

La cosa più assurda della vita, con vari livelli di straniamento e sospensione dell’incredulità allegati, avviene su un pullman di linea che ci riporta a Rio da Paraty, cittadina coloniale con una temperatura che neanche a Courmayeur a ottobre. I passeggeri annoiati guardano il film che passa sul televisore. Quattro ragazze che campeggiano nei boschi. Chiacchierano attorno al fuoco. Fanno un bagno nel laghetto. Fade to black. Montaggio alternato di arti umani squartati. Una ragazza inciampa su un intestino srotolato sotto un pino. Un’altra si ritrova ammazzata da un tizio pelato, che poi le mangia il fegato. Un’altra, appesa a un albero imbavagliata, guarda l’amica stuprata (no: sodomizzata) da un altro tipo con l’aria poco rassicurante. La gente guarda lo snuff movie, si guarda, non capisce. Un signore, timidamente, si alza e va a parlare all’autista.
Sempre a Paraty, del resto, incontri il barista locale che ha passato un mese in Italia e ha molta voglia di chiacchierare. «Sono stato un mese a Roma, e poi a Rimini… Divertente, tutte quelle discoteche… Mare bellissimo». Che fuori ci siano i Tropici, per quanto al momento aggettivati alla Lévi-Strauss, è un dettaglio.
In fondo, questo è il posto dove anche la luna, quando la vedi, è all’incontrario.

Rio casa mia, Capitolo 4: Dove è tutto un tanto al chilo

13 agosto 2010

La comida a quilo, vale a dire buffet a colazionepranzocena dove la gente si butta come le volpi sulle galline. La lavanderia, anche quella a quilo. Altre cose che non ho capito cosa. Si pesa quel che si compra. Si pesa quel che si mangia. Quella vertigine dell’abbondanza, come i self service zona Duomo nella Milano anni ottanta.
Anche sui combi, volkswagen bianchi alla Little Miss Sunshine che ti portano su fino a casa, ci sale la gente finché ci sta. Una bilancia col motore (e senza sospensioni). Un taxi al chilo.
Anche a Ipanema tutto ha un peso. Collanine. Mate. Parei. Latte di cocco. Sdraio. Creme solari. Formaggio alla griglia. Occhiali da sole. Anacardi. Gamberi. Gelati. Braccialetti. Arachidi. Mate, che forse l’ho già detto. Ipanema è un posto meraviglioso. A Ipanema manca solo la ragazza di una volta.
L’acqua dell’oceano, quando ti arriva sulla testa, è una cosa che non si misura a chili.

Rio casa mia, Capitolo 3: Dove ci si ricorda che si erano innamorati proprio qui, Ingrid e Cary

12 agosto 2010

(Thanks to Ben.)

Rio casa mia, Capitolo 2: Dove si passa (ma non si chiude)

11 agosto 2010

Raro trovare, nel mondo, paesi più cellularizzati del nostro. Mettiamoci il Brasile. Con variante walkie talkie. Tutti parlano dentro ai telefonini, ma di lato, di sopra, di sotto, poi passano e non chiudono, ascoltano, rispondono, tutto ciò in metropolitana, mentre mangiano, mentre camminano, mentre fanno qualunque cosa. Nessuno ci sa spiegare perché. Sembra quando si giocava da piccoli coi Fisher Price.
A Copacabana, il mare d’inverno, le nuvole, alcuni giocano a una specie di complicatissimo beach-foot-volley, passaggi di testa da una parte all’altra della rete. Si beve latte di cocco, quello verde, li vedi in alto sulle palme, coi raggi di sole che cercano di bucare i grattacieli. Il bar Cervantes, che mi consiglia la mia amica veneziana, è chiuso. Si passeggia per le strade dove i cani sembrano i padroni o forse è il contrario. Hanno le scarpe e i trench (i cani). Sembra l’Upper East Side. Un Upper East Side con la favela sopra.

Rio casa mia, Capitolo 1: Dove si è subito travolti dalla Passione

9 agosto 2010

Accarezzati dall’alba che sale tra il pan di zucchero e la baia, gli uccellacci neri che sfiorano l’acqua del porto, il taxi che si arrampica verso Santa Teresa; soprattutto, svegliati da una papaya fresca a colazione; insomma, così, manovrati chissà come da un’inerzia onirica, la prima cosa da fare a Rio è andare a procacciarsi della frutta. A me la frutta non piace. Non mi è neanche mai piaciuto il Solero. Però poi sei travolto da banchi di manghi, papaye (si pluralizzano?), altre cose con la “ics” che non saprei riportare, pigne che sono la cosa più dolce del mondo, frutti di una passione generalizzata, venduta all’ingrosso.
Passione è anche il titolo della telenovela del momento. Quella scritta dal più grande autore di telenovelas vivente, una specie di Aaron Spelling di queste parti, dice l’amica mia. Quella con la diva Fernanda Montenegro. Passione è ambientata nella fazenda travestita da casale toscano di tale Totò. Sei mesi in prime time, 209 episodi in tutto, 30 milioni di telespettatori a botta. L’autore, che scrive di suo pugno il copione, ha dovuto chiedere una mano a due assistenti per le 40 pagine di dialoghi previste per ogni puntata. Passa lo spot di Passione nel posto dove pranziamo. Il tassista che ci riporta a casa non ha voglia di chiacchierare. Sta guardando la telenovela che passa sul suo cellulare, piantato sul cruscotto.

Lombardia’s Anatomy

7 agosto 2010

«Ah, perché, anche il direttore di quell’ospedale è ciellino?»
«No, è della ‘ndrangheta.»


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