A New York, una mattina di luglio

«Durante la recente ondata di caldo, l’aria ha smesso di circolare per le strade. Non ce n’era in movimento tra gli edifici, e la poca che vi era rimasta intrappolata se ne stava lì, immobile, e cominciava ad addensarsi. Non c’era più niente da respirare, tranne un pesante malcontento. Ogni volta che entravo in un ristorante con l’aria condizionata mi sentivo molto umile, grata e ansiosa di sedermi e iniziare a comportarmi bene.»
Quelli che sanno scrivere li riconosci perché hanno sempre qualcosa da dire su di te, nel momento in cui li leggi. Maeve Brennan, una specie di Camilla Cederna ma di New York («e ho detto tutto» non l’ho aggiunto io, l’avete pensato voi), una da New Yorker più che da Europeo (idem come sopra), non meno mondana o politica ma più scrittrice, anzi più scrittrice bravissima; insomma, questa Maeve è una che scrive da dio. Acchiappa quella cosa lì, che ognuno poi chiama come vuole, nascondendola tra il disappunto per un brutto cappottino e la descrizione di una tavola calda, nella luce di Manhattan che taglia i palazzi.
«In genere esiste una sola cosa che desideriamo fare e che ci fa male, mentre se ci sforziamo di compiere gesti buoni o virtuosi la scelta è così grande e ampia che alla fine ci schiantiamo prima ancora di decidere.»
Come molti della sua stazza, è finita sola e depressa. I suoi Racconti di New York li ha ripubblicati Bur un mesetto fa. Brennan è anche l’autrice di una delle battute più belle e precise incontrate da molto tempo a questa parte: «Io detesto i bambini. Sono così bassi.»

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2 Risposte to “A New York, una mattina di luglio”

  1. bt Says:

    che romantico!!

  2. roberto z Says:

    Simpatica come Erode ‘sta stronza “sola e depressa”

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