Robin Hood non abita più a Downing Street

Nuovi inquilini («pragmatici», scrivono i giornali) arrivano a Downing Street. Conservatori e lib-dem apparecchiano gabinetti e caminetti per governare insieme. In tempi di crisi (di pressoché ogni cosa) si deve trovare il modo migliore di stare insieme. Alleanze with benefits. Il tonyblairismo è lontano, forse rimasto a Sherwood. Lontano è il cattocomunismo da Chiantishire, come – attenzione: spoiler – nel finale del Robin Hood a firma di un inglese americanizzato, ma non per questo con più senso della realtà corrente, come Ridley Scott (dopo due giorni di embargo pare se ne possa parlare). Il sogno di felicità è, se sogno dev’essere, privato: una coppia di quarantenni che gestisce un agriturismo, si direbbe vedendo Robin e Marian, Russell e Cate, tra charity brangelinica in mezzo agli orfanelli e agricoltura bio. Non si ruba ai ricchi, non si dà ai poveri, non c’è niente da dare e da rubare. Niente confronti con l’oggi, quella storia (quel cinema) è un c’era-una-volta che non c’è più. Comunque Robin Hood, vivesse oggi in Italia, sarebbe della mozione Franceschini.

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