Archive for aprile 2010

Non capire, patire

29 aprile 2010

L’ultima volta che ho letto la famigerata scritta «film riconosciuto di interesse culturale nazionale», insomma quella roba lì, è stato in calce a uno di quei film che credono ancora in un’Italia divisa tra gente del Centro che cita Zola (nel senso di Émile) e si commuove leggendo Leopardi e gente del Nord che pensa solo al «grano» (che le due Italie finiscano poi a letto insieme è secondario, rispetto a una qualsivoglia pretesa di sceneggiatura intelligente). Un’Italia recitata da attrici che dovrebbero smettere di accettare ruoli di trentenni (iniziali M.B.), attrici con tempi comici da tv ma che prima di fare un film dovrebbero ripassarsi non dico tutta Katharine Hepburn ma almeno Alessandra Casella (L.L.), non-attori molto furbi che per demeriti altrui sono diventati I Più Bravi Della Loro Generazione (F.V.). Un’Italia dove il massimo delle battute possibili è del tenore «l’inventario non lo capisco, anzi lo patisco», detta da una libraia che probabilmente si è fermata al catalogo italiano di Feltrinelli. Un’Italia che esiste solo nel salotto di qualche sceneggiatore romano, forse. Un’Italia senza interesse – e non solo di finanziamenti si parla.
Ieri sera ho visto il match. Quello con la maiuscola, s’intende. La sceneggiatura era perfetta. Tre terzi di gioco prevedibile e calibrato – ma dove gli esperti potevano rintracciare indizi tipo “grande difesa” e altre cose che io non saprei riportare – e poi 20 minuti di puro mélo. Un gol, il muro per evitare che ne facessero un altro, due allenatori che sbottonavano il collo della camicia del figame per diventare anche loro umani, un milanista accanto di quelli non molesti ma pur sempre milanista (questo era solo nel mio copione, ma tant’è), i quattro minuti di recupero, i fischi finali. Poi i clacson nelle strade, i bandieroni, oggi in pasticceria il barista che canta Pazza Inter amala. Eccolo, finalmente, l’unico e solo «interesse nazionale» di questo paese. Tanto gli Scarpelli son morti, conviene dare i fondi statali alla pay-tivvù.

«Bravo ignorante! La morte subblima. Si vede che che nun hai letto il Sidarta…»

28 aprile 2010

Finirà, me l’hai detto tu. Me l’ha detto uno scrittore al telefono, l’altro giorno. Me l’hanno detto le formiche che hanno invaso casa. Me l’ha detto Francis Scott, che rileggevo l’altra sera. Me l’ha detto quel debito, che pesa sull’Europa più di una nube qualsiasi. Me l’ha detto quella canzone, che ci resterà solo il vento nei capelli (e già non è poco). Me l’ha detto la storia di quella ex direttora in cassa integrazione che «Magari anche in questo paese, un giorno, non si potrà più comprare il pane», ma lo shopping compulsivo, quello sì, chi ci rinuncia. Ce lo siamo detti con un’amica ieri sera, un bicchiere di tocai in mano, i cantieri di Chinatown là fuori.

Tra i miei film della vita ci sono C’eravamo tanto amati (vedi foto sopra —no, più sopra) e La terrazza. Per dire.

Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa

27 aprile 2010

Sono stato molto indeciso se mettere la maiuscola nell’ultima parola del titolo, ma tant’è. Questo per dire che ieri mi è arrivata una mail da parte di una senatrice di quell’area piddina autonominatasi con una dicitura abbastanza cretina (parlo di etimologia, parlo di lessico), ma questo non importa. La mail invitava a una “Veglia di preghiera per il lavoro”, che tra le (diciamo zero) iniziative del (diciamo) partito sul tema si stagliava come evento della stagione primavera-estate. Ora, con tutto il rispetto. Ora, con tutta la delicatezza. Ora, senza parlare di Proposta Concreta (non sia mai). Ma dico, pensare a qualcosa da dire ai (diciamo) elettori che non sia il far ritrovare a mezzo rosario «la fiducia di 700 persone nel loro lavoro»? Tu chiamali, se vuoi, mezzi e fini (stavolta senza maiuscola, sono sicuro), che non sempre però si giustificano a vicenda.
Mi ricorda la storia di cui si parlava l’altra sera davanti a un fritto misto. E cioè la battaglia sindacale in un Noto Teatro Milanese che è andata più o meno così (dico per capirci, o almeno per come ci ho capito io): noi sindacalisti difendiamo la vostra giusta causa di lavoratori precari con contratti capestro, ma poi se va male son cavoli vostri, le spese legali, e gli avvocati, eccetera. Col risultato che la battaglia è andata a buon fine, ma solo 5 persone su 40 avevano deciso di seguire il *sindacato*.
Partendo da Che Guevara e arrivando fino a Madre Teresa, passando da Malcolm X attraverso Gandhi e San Patrignano, magari si troverà anche un partito – che va avanti nonostante il (inserisci tu una parola a caso).

Venticinque

26 aprile 2010

Valeria – la faccia meglio di Carla. Le scarpe, però.
Sul roast-beef non ci va l’origano.
Voglio diventare fan di Marisa Borini. Di Marysa Borini.
«Nessuno ha portato del cioccolato?»
Il vodka-cola (mioddio.)
Campagna contro gli Inestetismi della Gente.
Stefano Gabbana che mette i dischi.
Scegliere a chi raccontare cosa, o: non raccontare ma far credere di.
Franco Cordero, piumone e caffè lungo, la domenica mattina.
Parlare del Concerto senza averlo visto – e senza vederlo mai.
In manifestazione c’è sempre meno gente.
Il Popolo Viola è piccolo. È come il Lichtenstein.
Moment. Cerchio alla testa. Altro moment.
Product placement: le magliette di Emergency.
Vendola ha carisma. Vendola non ha carisma.
In manifestazione c’è sempre meno gente.
Quelli di Lotta comunista, con la cravatta e il gilet.
Pantaloni di lino. Scarpe Camper. Heineken.
«Bisogna recuperare il voto di questi ragazzi»
Quelli dell’Anpi che giocano a carte, il 25 sera.
Co.Co.Posse. Le canzoni ronce son sempre sul pezzo (sevabbè.)
Il fritto misto dell’Arci Bellezza, il 25 sera.
A Milano sono tutti giovani.
Si parla di Vendola. Di Vendola da Fazio. Stamattina.
In manifestazione c’è sempre meno gente.

Se Silvio scalcia sotto le lenzuola

23 aprile 2010

Ieri sera sarà finita con Silvio che scalciava sotto le lenzuola. Casa Vianello (pace alla buonanima) si è reincarnato in Direzione del PdL, ultimo format del pomeriggio di CanaleItalia. C’era anche Bonaiuti, nel ruolo della Tata, che sgranava gli occhi anche di fronte alla lite numero mille tra Sandra e Raimondo. E Dini, maggiordomo di tutti i partiti nostrani (mi è stato suggerito su Facebook), che se-c’era-dormiva. Lo strappo è televisivo. Come le coppie che scoppiano davanti alle telecamere di Uomini e donne. Il tronista che si sente mancare il trono sotto le terga. Il pubblico in studio che applaude e fischia, fischia e applaude. Poco da dire. Non è la rivoluzione dei palinsesti. L’ossessione è nostra. La Lega pigliatutto (tutto?) e Fini che fa l’opposizione. Bersani che commenta «uno spettacolo sconosciuto ai partiti europei che sono abituati a discutere», senza sapere che il Telegatto lo vince sempre Striscia la notizia e non Tg3 Primo Piano. Il Paese Reality. Lo ha capito anche Fini, che per questo non va in nomination. Il problema di Berlusconi è solo che gli stanno mettendo una controprogrammazione troppo forte.

A material —a material world

21 aprile 2010

«Hai visto Logorama
«Pfui.»
«Il cortometraggio che ha vinto l’Oscar…»
«Pfui.»
«Quello d’animazione…»
«Pfui.»
«Quello con tutti i loghi…»
«Bello!»

(Qui la seconda parte. Grazie a Gabriele.)

Balotelli e le storie mancate

21 aprile 2010

Nel tardo pomeriggio, il sole che fa le ombre lunghe, in centro erano già in tanti, i magliettati nerazzurri (insieme a qualche macchia rossoblu). Poi mi hanno aggiornato via sms sulla partita. L’1 a 0, e poi su, su, su. Poi sono tornato a casa, e Daniele mi ha raccontato la scena di Balotelli. E non sapevamo in che casella piazzarlo, Balotelli. «Il primo afroitaliano che avrebbe potuto diventare una vera icona pop»? «L’immigrato di seconda generazione che non ha saputo raccontare la sua storia, quantomeno non abbastanza»? «La testa calda che però non era Maradona»? Semplicemente, «l’Occasione Mancata»? Anzi no, «la Storia Mancata»? Si diceva che ora dovrà nascondersi, forse. Che finirà in un club, da qualche parte oltre la Manica, forse. Che diventerà un bravo giocatore, applaudito da bravi tifosi, forse. Si diceva che il nostro non è più un paese di eroi. Che lui non sarà un eroe. In un calcio che invece di eroi aveva bisogno, e a cui restano solo giocatori in posa per D&G, perché il patriottismo è uno slip tricolore. Si diceva. Forse. Stamattina, le prime parole che ho sentito appena sveglio sono state: «Hai sentito di Balotelli?». Dormo al pianterreno, vicino alla finestra.

La lotta alla mafia batte sempre sul Due

20 aprile 2010

Mentre i giornali si occupano, guardandosi più o meno l’ombelico, di Roberto Saviano (editrici figlie-di che pubblicano lettere alla faccia dei loro “bestselling author”, sedicenti intellettuali che si passano la palla della libertà di espressione), il Paese Reale assiste al più grande gioco di ruolo sulla mafia che si sia mai visto in prime-time. Ieri sera, all’Isola dei famosi, si scoperchiava una certa Cupola, governata dalla super-boss Sandra Milo (lo giuro), a sua volta organizzatasi in una diarchia con una subdola arrampicatrice (ex velina) e munita di un braccio armato (rugbista). Roba molto ben scritta, che non si vedeva in tivù dai tempi del commissario Cattani. In studio, un concorrente eliminato (ex tronista) faceva il pentito, e sosteneva di essere stato prima connivente e poi vittima della Cupola di cui sopra. La Ventura Simona diceva che questi sono i mali del nostro Paese. Clima di omertà e pizzini, per capirci. «In Italia sono tutti mafiosi», mi diceva un attore – che tra l’altro ha fatto Romanzo criminale – qualche giorno fa. Non è vero. Come scrive l’autrice della lettera sopra linkata, è solo un altro «bell’esempio di dialettica democratica».

Come non far rinnovare le tessere in 10 giorni

19 aprile 2010

Per ragioni di svacco domenicale (seguito però da impegno di lavoro domenicale) ho rivisto ieri una delle rom-com – in gergo si dice così – più sottovalutate (da noi) degli ultimi diciamo dieci anni, e cioè Come farsi lasciare in 10 giorni. Dove Kate Hudson, di professione giornalista, mette in atto tutte le cose da non fare per tenersi un uomo (salvo poi incontrare Matthew McConaughey): ovvero fare proposte di matrimonio al secondo appuntamento, farla annusare e poi tirarsi indietro, piantare un piagnisteo dietro l’altro, e così via. Ci ripensavo, poco fa, leggendo le ultime dal fronte piddino, quello del Mi Si Nota Di Più Se Faccio Una Corrente Ma Dico Di Non Esserlo (Tanto C’è Chi Ha Già Una Fondazione, Tiè). Un partito che ha fatto promesse di matrimonio prima del tempo, l’ha fatta annusare e poi si è tirato indietro, ha piantato un piagnisteo dietro l’altro, e così via. Tanto c’è Fini che sa usare le regole del gioco, e si fa amare a destra e a manca (sic). È lui l’unica vera gattamorta della politica italiana.

I milanesi ammazzano al Fuorisalone

15 aprile 2010

La Milanesità Vera si riconosce da pochi tratti essenziali. Dire che Milano è provinciale, ma non poter realisticamente (pensare di) vivere altrove. Dire che tutto ciò che è bello e che può-essere-fatto è dentro la cerchia dei bastioni, eccezion fatta per l’Isola e Poporoya (e poco, pochissimo altro). Dire che il Fuorisalone fa schifo. Ora. Le scene apocalittiche di ieri sera ti fanno credere che sia vero. Il forestiero italiano dirà «che figata». Il forestiero forestiero farà amicizia con altri forestieri forestieri (si presume un designer di Shanghai, un architetto di Boston, un’arredatrice di Buenos Aires) e penserà che forse siamo provinciali per davvero. Se non hai un invito (ieri), pensi che il Popolo Dei Senza Invito sia davvero bruttarobba. Se hai un invito (oggi), sai già che la festa non ti farà svoltare (foss’anche dentro un hangar, è pur sempre finger food). Da Porta Genova a via Tortona è un esodo. Sedicenni che vomitano per la strada. Gente che ci crede davvero, che èquichetuttopulsa. Ragazze che si sbracciano per un taxi, senza sapere che non siamo in a New York state of mind. A Milano tutto è “Interni”. A Milano c’è il guardaroba invernale, il guardaroba estivo e il guardaroba da Fuorisalone (e soprattutto: i capelli da Fuorisalone). Io alla fine ho commesso un atto di vandalismo.


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