Archive for marzo 2010

Date una volpe a Wes Anderson, e vi dirà chi siete (anche se non c’è George a doppiarvi)

31 marzo 2010

Che le volpi fossero esseri molto fighi l’avevamo capito dai tempi di Robin Hood, quello Disney ovviamente. Se oggi gli metti le voci di George Clooney e Meryl Streep, si capisce quanto il grado di figame aumenti. Se le fai dirigere da Wes Anderson, uno che riesce a rendere massimamente fighi anche i rubinetti del bidet, facciamo cappotto. In realtà Fantastic Mr. Fox me lo sono dovuto sciroppare doppiato, ché ormai i distributori nostrani non ci lasciano in pace neanche alle anteprime. Il film – esce il 16 aprile – è bellissimo come possono essere belli i film tratti da quel genio di Roald Dahl, scritti da altri due mezzi geni che sono la parte sana del famigerato “cinema indipendente iuesséi” (uno è Anderson, l’altro Noah Baumbach), con musica eccezionale, guardaroba che vorresti che da quel pupazzo a forma di volpe passasse dritto dritto a te, e via così. E c’è pure Il Messaggio. Siamo tutti animali selvatici, e i nomi latini servono solo a mascherare le nostre frivole passioni, i nostri sbandamenti, le nostre follie. Mr. Fox che rubava allegramente nei pollai ed è ora conformisticamente costretto a fare il giornalista, e il sogno, al massimo, è ballare chiuso dentro un supermercato, brindando con del succo di mela. Tanto la fine è uguale per tutti: «In the end, he’s just another dead rat in a garbage pail behind a Chinese restaurant.» (Lo so, l’ho detto che l’ho visto doppiato, ma salviamo almeno le citazioni.)

Regioni e sentimenti

30 marzo 2010

Mi scrive amica che guarda Amici: «Qui si canta Nessun dorma e siamo solo alla prima prova.» È il Paese Reale. Sta rivincendo Silvio e si canta l’opera.

Ci danno solo tre pizze. È finita la pasta. Non c’è più la base.

Flash. Persone che vanno a chiedere scusa alla porta di Vendola con in mano un cesto di muffin. No. Non credo che a D’Alema doni il rosso Bree Van De Kamp. (Intanto, mi commentano: Desperate Democrats.)

Mi scrivono di Grillo. Se voleva davvero fare opposizione eccetera eccetera. La torta di mele su cui mi sto avventando non è abbastanza Cota.

Amica posta sul suo profilo la Vanoni, Una ragione di più. Compro una vocale. (Anzi, la comprano gli altri.)

Pubblicità. Telese. La Polverini. Ah no, la Serracchiani. Per distinguersi, si è truccata.

«Il Pd vince la maggior parte delle regioni.» (E. Letta); «Il Pd è il primo partito nel paese.» (M. Migliavacca). Com’era quella storia della faccia?

Pippo è primo in Brianza. Il Partito locale, in realtà, lotta per il secondo posto. È la sindrome di Toto Cutugno.

Bersani è chiuso in camera e non vuole uscire. In tv passa uno spot di Sos Tata.

È l’una. Il mio Facebook mi suggerisce di diventare fan di Filippo Penati. In effetti ero indeciso tra lui, Hirohito e Wile Coyote.

«Ha vinto Emma.» Ad Amici. È tornato il Paese Reale – e Maria De Filippi è un genio assoluto.

Non schede nulle, ma Barbapapà

29 marzo 2010

Forse dovevamo solo togliere di mezzo il morto – cioè quel pazzo di Neri Marcorè, che aveva trovato il ruolo della vita e poi boh. Perché poi qualche flash of genius è arrivato. Taricone pieno di Eros (nel senso di Ramazzotti). Shakespeare in Love. Tiziana Rocca nel ruolo di se stessa. I Barbapapà. Tutti pazzi per amore è tornato, da ieri sera per davvero. Perché la storia è sempre la stessa: bisogna sempre rispettare le volontà dell’elettore.

Aldo Busi e i moralisti con le tette di fuori

25 marzo 2010

L’aborto. Gli intellettuali scomodi. Poi cosa? Il divorzio? La libera gestione del sesso femminile? Il ritorno di Carosello? Rewind. Non voglio parlare più di quanto non abbia già fatto a proposito del tema: “Busi vate nazionale ingiustamente epurato”. È accaduto però che ieri sera, all’Isola, si sia molto discusso del caso lì scoppiato, e cioè Busi, e cioè Busi contro tutti (ilpapalachiesalaraitivvù), e cioè Busi radiato. È anche accaduto anche che lì ci fosse una tale giornalista Rai, che per non fare nomi e cognomi chiameremo Monica Setta, che non voleva passare dalla parte dei “pro Busi” (non sia mai), ma diceva cose tipo «ho rivisto le mie posizioni sul caso» (campeggia la domanda: ma quando te l’ho chiesto?) perché «ho incontrato un’amica sul treno, e mi ha detto che Busi sta soffrendo e riflettendo molto». Non credo ci sia nulla di più politicamente peloso, oggi, in questo Paese, di quel genere di persona che qui e ora definirò “moralista con le tette di fuori” – mi rendo conto che rischi di essere più moralista ancora scrivere “moralista con le tette di fuori”, ma prendetela come una locuzione atta a capirsi tra di noi. Ora, che cosa ha detto Busi che non fosse già ampiamente comprovato: che l’Italia è un Paese di capre? che l’omofobia nel duemilaedieci va combattuta? che Chiesa e pedofilia non hanno sempre corso su due rette parallele? Oggi il sillogismo, anche se non so fare i sillogismi, suona più o meno: l’intellettuale (chiunque egli sia) è uno un po’ via di testa che le spara grosse; l’intellettuale fa paura e va rimesso a posto; le posizioni si possono riconsiderare solo se l’intellettuale si ravvede e «riflette molto». Non so se la querelle Busi-Setta (anche qui, per capirci) sia lontana da ogni qualsivoglia moralismo, anche dal punto di vista della parte lesa. Ma si sente il cattivo odore del conformismo da spogliarello bigotto del pomeriggio. E non chiamatelo conservatorismo. I conservatori sono altri. Io per esempio, che ieri ho cambiato operatore telefonico – l’Italia non cambia i governi: cambia gli operatori – e ancora devo riprendermi.

ChatRoulette: ciò che per l’universo si squaderna

24 marzo 2010

Ieri sera ho visto la cosa più assurda del mondo. Me l’ha fatta scopire un amico, che gliel’aveva fatta scoprire un amico, insomma alla fine ci siamo trovati io, l’amico, nantro amico, nantra amica, e nantro ancora arrivato tardi davanti a un Mac e a questo sito. Non ci si deve iscrivere, il che dice tutto. Utenti random dall’altra parte della webcam, decidi tu ogni volta se chattarci o passare. Next game, il che (ri)dice tutto. Clicchi «next», ed è un’altra faccia, un’altra stanza, un altro Paese, un altro mondo. Trovi la ragazzetta scema, il gruppo di amici cazzari, il signore addormentato e, certo, il tipo che si fa una pippa, che discorsi. Gente che dice «where r u from» e gente che dice (all’amica mia) «show us your boobs». L’amico dell’amico dice che una sera gli è capitato Snoop Dogg, all’altro capo dello schermo. È la più perversa invenzione che sia mai stata inventata (un paio di mesi fa, se non ho capito male). Non so perché, ma di fronte a tutto ciò mi è tornato in mente quel verbo, «squadernare», che non sentivo dalla terza liceo, l’anno del Paradiso.

E non dite che lo faccio per Partito preso

24 marzo 2010

Non lo faccio perché con lui ci ho scritto un libro. O perché più di una volta siamo finiti in vacanza insieme, o perché l’aperitivo non c’è bisogno di dirsi che è al Nordest (nel senso di bar). Non lo faccio perché abbiamo inseguito prefazioni di segretari fantasma, attraversato grandi fiumi, osservato il viavai di piazze virtuali e non. Non lo faccio per endorsement, ché oggi, si sa, non endorsement ma opere di bene. Non lo faccio per Partito preso (senso letterale), ché oggigiorno non è così facile difendere (non) scelte, rinnovare tessere, sostenere un candidato presidente più intercambiabile di un qualunque opinionista da talk show. Non lo faccio perché è giovane, anzi gggiòvane. Lo faccio perché l’altro giorno, davanti a un caffè, mi è stato chiesto: ma tu a chi dai la preferenza? A questo o a quello? E io ho risposto che non era pro o contro, che semplicemente il mio voto andava a uno che aveva lavorato davvero, per cinque anni, sul famigerato “territorio”; che c’erano state le giuste battaglie, i Prosperini e i Formigoni, quella cosa che il buon Woody chiamerebbe: visione d’insieme; che se poi era arrivata l’altrettanto famigerata “visibilità”, i riflettori nazionali, bè, colpa del partito locale non averli sfruttati a dovere. Ho risposto così per dire che domenica io, inurbato che vota in Brianza, su quella scheda scriverò Civati.

Wisteria Lane, Italia

23 marzo 2010

L’altro giorno guardavo una vecchia puntata di Desperate Housewives, quella in cui arriva una nuova coppia di vicini e piazza una stravagante fontana nel giardino. Il problema sta nel fatto che per loro è uno stupendo pezzo d’arte contemporanea, mentre le signore bon-ton di Wisteria Lane pensano che strade e giardini debbano mantenere il loro assetto tradizionale. Si organizzano elezioni per eleggere il presidente di una di quelle associazioni di quartiere che piacciono tanto agli americani. Da una parte i paladini della tradizione che non vogliono negoziare, dall’altra quelli che scorgono rigurgiti di fascismo: «Prima arrivarono per le fontane, e voi non avete detto niente. Poi arrivarono per le casette sugli alberi, e voi non avete detto niente…». La questione finisce in un modo che non vi sto a raccontare. Il fatto è che si parlava di “conformismo”, parola che non sentivo da un pezzo, credevo che l’arte (senso lato) avesse vinto. Questo fino a stamattina. Quando nelle cronache ho trovato le battute dell’episodio dell’altro giorno. Si parla di «valori non negoziabili», «ecatombe progressiva», «attenzione verso ogni singola verifica elettorale». Si parla di conformismo, non si capisce bene rispetto a che cosa. L’importante è chiudere le fontane dentro le case. Far restare un Paese intero una bigotta associazione di quartiere.

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23 marzo 2010

(Oggi è il centenario di Kurosawa. Che non era cinese. Call it: Oltre il danno, la beffa.)

Lo sapevo che dovevo farmi un album su Flickr

22 marzo 2010

(Tutto qui, e qui.)

«Però non capisco, ci volevi fottere?»

19 marzo 2010

È una battuta (la trovo tradotta così) di questo stupendo film, e siete autorizzati a usarla contro di me, ché non ho tempo di scrivere, e l’ho visto un anno fa, e insomma vi dovete solo fidare, se vi dico che questo è il film dell’anno. (Esce oggi. Il trailer è quello originale gallico perché davvero non oso pensare al doppiaggio.)


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