Archive for febbraio 2010

Se Simona Ventura ci insegna che siamo tutti apprendisti stregoni

26 febbraio 2010

Un vate, leggevo nei libri di scuola quando ero tanto giovane, si riconosce per la capacità di creare espressioni formulari e lasciarle ai posteri. Una volta c’era Omero, oggi c’è Simona Ventura. Che, dopo gli epocali «Crederci sempre, arrendersi mai» e «Schiena dritta e testa alta», dà lettura del nostro tempo con l’ultimo motto sentito all’Isola: «Noi facciamo la fantasia». Non se se usarlo oggi per Fassino che torna in pista (su Google non si trova neanche un link, povero cristo) o per il ritorno del padre psichedelico.

È colpa di una certa Julia se oggi un sorriso vale più di mille discorsi elettorali

24 febbraio 2010

(I rumour, qui.)

Da Costanzo a Clooney, dice più cose sul nostro provincialismo di un abbonamento a un qualsiasi digitale terrestre

24 febbraio 2010

Rosso, un amore che non posso (o: la favola dei due re)

23 febbraio 2010

C’era una volta un regno che avrebbe voluto chiamarsi Camelot – come quello dei vecchi monarchi di una terra lontana lontana, di nome John e Robert – e invece si chiamava Pd. Questo regno fingeva di avere un solo sovrano, ma in realtà era retto da una diarchia, e cioè da Walter Luther King e Re Massimo delle Frattocchie. Il popolo era confuso. Nel regno del Pd c’erano due organi di informazione reale (solo in un’accezione del termine), uno gestito da King Walter e più popolare (organizzava il dibattito del DopoTorneo, dove ad ogni cavaliere era associato uno dei granduchi del Palazzo), l’altro che vantava Re Massimo come direttore-ombra ed era legato alle regole della vecchia aristocrazia (le cosiddette motiones). Quei bollettini non li leggeva nessuno, ma i due vecchi re si illudevano che grazie a loro si animasse il dibattito sulla fiera del bestiame (dai codici degli amanuensi nota col nome di: primariae) o il caso della strega venuta dal Piemonte che ricattava il governo a colpi di digiuno. Poi, un giorno, Re Massimo andò all’Università di Londra e, nell’incredulità generale, annunciò che il suo bollettino avrebbe chiuso. Nessuno si curò della notizia. Il popolo continuò a sognare i suoi principi e le sue principesse altrove.

Mamma Maria e la pelle del leone

22 febbraio 2010

Poi giuro che col Festival la smetto. Ma ieri da Marta ho visto i momenti migliori di Amici, col giovane vincitore di Sanremo che tornava da mamma Maria con la pelle del leone, lei che lo accoglieva a braccia aperte con l’aria di chi sa che «solo qui ti senti a casa», l’autore della canzone vincitrice all’Ariston – tale Pierdavide Qualcosa, attuale concorrente della garetta di Amici – con l’aria da Forrest Gump a cui neanche salta in mente la parola “royalties”, la De Filippi che fa dire agli altri (che il più delle volte sta per: Platinette) che è lei la vera vincitrice del Festival, e ad Antonellona restano solo le noccioline. Insomma che la sola sovrana è lei, altro che il popolo.

L’ammutinamento del Festival, o: cose che non accadono in nessun altro luogo (e in nessun altro lago)

21 febbraio 2010

Quello che vedete qui sopra non è uno spartito. È una pagina di storia patria. È lo screenshot del millennio. È Volare accartocciato e lanciato in segno di protesta, roba da vilipendio al regolamento del Festival della Canzone Italiana, che in questo paese vale più della Costituzione, che discorsi. Per chi non avesse visto la finale di ieri (poracci), è il risultato della rivolta dell’orchestra dopo l’ammissione tra i primi tre classificati del Principe Emanuele Filiberto (più Pupo, più un generico tenore), che tentava di riammettere la monarchia cantando cose da delirio da febbre tipo «Io credo nelle tradizioni». Non dite: che scandalo. Finché si lascerà che a decidere sia la plebe (me compreso) con il televoto, è ovvio che in finale ci andranno un vincitore di XFactor, un vincitore di Ballando con le stelle e un (quasi) vincitore di Amici.
Il dato epocale è quello che (non) è successo su quel palco. L’ammutinamento dell’orchestra, roba che avrebbe fatto venir giù l’Italia, solo sfiorato, perché poi gli autori hanno pensato bene di organizzare un Maurizio Costanzo Show volante, con intervista a tre operai di Termini Imerese licenziati o cassintegrati o chissaché, per dire a tutti gli orchestrali: «Se non suonate la canzone del Principe ecco la fine che fate, Maurizio Costanzo è tornato in Rai e non ha problemi a mettere ottanta sgabelli e intervistarvi tutti».
Poi dal pubblico si è alzato Bersani, non Samuele, come per una volta pareva logico, visto che si parla di canzoni. Il Pierluigi ha pateticamente bofonchiato qualcosa sulla crisi, Scajola l’ha fermato, Mazza faceva scudo al ministro, è entrata in scena la banda dei carabinieri a suonare il tema di Guerre stellari (l’Impero colpisce ancora?), la panettona Antonella vestita da Barbie Gran Galà è esplosa perché dal giorno dopo sarebbe finalmente tornata a mangiare la pastasciutta (comunicazione all’orchestra: forse è peggio suonare Le tagliatelle di nonna Pina di qualunque altra cosa, comunque), insomma c’è stato abbastanza tempo per disperdere i rivoltosi, e far trionfare il geniale tormentone di questo Sanremo.
Un’amica ci è rimasta un po’ male: «Doveva trionfare la monarchia. Domani i giornali avrebbero titolato “Berlusconi si proclama Re di Tutti i Laghi”». Vuoi mettere. E invece. Qui si fa l’Italia, e si muore.

Ashton “Twitter” Kutcher, o: come ti combatto la «sindrome del videoregistratore»

19 febbraio 2010

Era solo per dire che ho sempre avuto una certa stima di Ashton Kutcher. Credo abbia fatto solo film mediamente dimenticabili, di cui ne ho visti forse due o tre giustappunto dimenticati. Poi è diventato toyboy/amante/marito di Demi Moore e ancora ‘sta storia del “quando lei è più vecchia di lui” riempie i box sui giornali, ma lui se n’è sempre francamente infischiato, e ha continuato a fare film dimenticabili. È finita che si è trasformato in una specie di icona “tech” non per meriti suoi, ma per demeriti della contemporaneità. Cioè, lui ha solo fatto quel che un ragazzo della sua età (trent’anni?) solitamente fa, ovverossia saper usare un computer, capire le parole “internet” e “social network”, farsi seguire (pessima traduzione-calco) su Twitter, finire in delegazione diplomatica. Era solo per dire questo. Per dire che mi sembra giusto così, soprattutto se visto da un paese, il nostro, che ha ancora quella che io chiamo “sindrome della prof. che non saprà mai accendere un videoregistratore”. Siamo attaccati a milioni di telefonini che usiamo solo per moltiplicare le chiacchiere. E sfido chiunque a trovare un Grande Attore del nostro Grande Cinema che non dica «Io non so mandare neanche una mail», che rifugga l’idea di una pagina su un socialnèttuork qualsiasi, che non si bei snobisticamente della sua ignoranza telematica. Convinto di non fare anche lui, in nome di una presunta Arte non corrotta dalla Modernità, dei film che tanto poi non si ricorderà comunque nessuno.

Com’è amaro sentirti parlare

19 febbraio 2010

Non ti sai contenere… Non parlo di Bertolaso. Ma in quest’Italia di protezioni incivili, alla fine è giusto che vinca lei:

Rania di Giordania, o anche: come ti rivendo il concetto di «made in Italy»

18 febbraio 2010

Alla fine, saltabeccando tra mariti gelosi e prove del cuoco (laddove la regale ospite di fronte a lei non aveva evidentemente mai avuto alcun tipo di rapporto col tema “carboidrato”), Antonella Clerici ha messo al muro Rania di Giordania con una frase del tipo: ora le dirò una parola che in tutto il mondo fa pensare all’Italia. La parola doveva chiaramente essere “Berlusconi”, ma si sa che a livello internazionale (pur giocando tra micro-potenze) non è esattamente quello che si dice un laissez-passer. Dunque l’Antonellona ha optato per un più cauto “O sole mio” (che non è una parola, mavabbè), ha chiamato tre tenorini che parevano scappati da Ladri di biciclette (solo che in epoca di neorealismo si era quantomeno più magri), e Rania era spaesata, deglutiva nervosa, si guardava attorno, era lì per sponsorizzare chissà quale sua nobile charity e non per parlare di mandolini e pomodori pachino. Ma questo è il Paese che vediamo e che vendiamo, foss’anche solo all’ultima provincia del pianeta (la Giordania, dove, nel mondo fatato di Antonella, si parla per l’appunto «in giordano»). È l’immagine di una casa delle bambole con una zuccherosa bambina di cinquant’anni da sola al comando, dove si parla di (tanto) cibo, di bel canto (si fa per dire), di ragazzone paciose e ordinarie, dove i cattivi ragazzi (o presunti tali: vedi Morgan) restano fuori dalla porta, la politica non interessa (se non per un «sarko-no, sarko-sì»), un Paese di sorbetti al limone liofilizzati, in nome del popolo sovrano, anzi no: della giuria demoscopica. Io non sono moralista, Sanremo makes me happy, sha-la-la. Stasera però andrò a vedere Clint.

Nemico, amico, amante

17 febbraio 2010

Dover tristemente ammettere che un qualunque Povia ha più sensibilità di un titolista-tipo di testata-tipo italiana.

PS: Quando ho scritto questo post, il Corriere titolava «Uccise l’amante malato». Ora è stato corretto in «Uccise il compagno malato».


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