Archive for gennaio 2010

L’Italia spiegata da Irene Pivetti (in diretta)

29 gennaio 2010

Tra le tante cose incredibili che ti capita di incrociare quando sei a casa con l’influenza – da Uomini e donne coi vecchi (che un conto è sapere che esiste, un altro è vederlo) a Iva Zanicchi e Rossy De Palma nella stessa scena della stessa fiction – la più incredibile di tutte è Irene Pivetti che racconta a Lamberto Sposini della sua separazione dal marito. Meglio, del fatto che il marito, più noto come “Brambilla”, abbia deciso di separarsi da lei. L’ha fatto, la Pivetti, nel massimo programma d’opinione del pomeriggio di RaiUno (e cioè La vita in diretta) perché «da sempre sono abituata ad essere pubblica.» Il tono era a metà tra una qualunque intervista di Jennifer Aniston degli ultimi cinque anni e la dichiarazione ufficiale di una “moglie di politico americano”, da Hillary Clinton in giù. E ho pensato che, a parte il caso in questione (e comunque si sta parlando di un’ex Presidente, di un’ex virago da piccolo schermo, di un’attuale pia donna con la cofana imbiancata), il problema è sempre lo stesso: scimmiottare qualcos’altro, qualcun altro, senza essere capaci di farlo. L’incapacità mascherata da “extrema ratio”: un blocco auto per combattere lo smog di cui non ci si è mai occupati; un finto inizio di anno giudiziario, brevi o lunghi che saranno i processi; un racconto del costume nazionale affidato a Barbara Palombelli (un’altra delle cose che assumi insieme al paracetamolo), che dice, in un qualunque pomeriggio, su un qualunque canale: «Ho conosciuto mio marito durante un digiuno radicale.» La vita di questo Paese, in diretta.

Leggere attentamente il foglietto illustrativo

28 gennaio 2010

Dover dare ragione a quelli che Muccino.
Dover dare ragione a quelli che il Pd (l’ultima, qui.)
(Disincanti, ripensamenti, effetti della febbre e del paracetamolo.)

M

26 gennaio 2010

Il nuovo capo dei servizi segreti.

Brangelina e la custodia congiunta della Puglia

25 gennaio 2010

Ieri un amico mi scrive: «La fine di Brangelina: un’altra débâcle per il Pd.» Tutto questo avveniva prima della vittoria di Vendola. A cui in serata, nella divisione dei beni democratici, è andata la Puglia. Visto che non ci sono di mezzo 400 milioni di dollari di patrimonio, Boccia potrà almeno sperare in 500 euro mensili. Del resto è ancora, come dicono tutti, l’eterno «giovane economista». (Intanto D’Alema già si lagna: è pronto per la parte di Jennifer Aniston.)

Per carità

24 gennaio 2010

Ieri pomeriggio mi sono messo a vedere un po’ di foto, video, cosiddetti highlight di quell’altra sera, quando tutti i fighi del pianeta si sono incontrati per una specie di telethon per Haiti. L’ho fatto più che altro per riconfermare la superiorità americana in questa materia scolastica, e stavolta non è questione di grandi numeri: qualunque roba di questo tipo lì viene sempre meglio (e magari la organizza Clooney), mentre da noi la farebbero condurre a Fabrizio Frizzi. E insomma, era la solita parata di geni in azione, da quella che assolda il coro gospel per mascherare le stecche a quello che ti fa pensare per un attimo che la “negro culture” possa battere anche Bono Vox, al primo della classe che fa il compitino che ti aspetti in questi casi e si becca comunque 9 e mezzo.
Ieri sera ho visto D’Alema da Fazio, e manco lo sapevo, sono quei casi in cui accendi la tv e lei non ti fa dispetti perché sei stato assente troppo a lungo, tutt’altro. Il Massimo ha cominciato con la Puglia, dove oggi ha piazzato il suo cavallo, e cioè Boccia (a proposito dell’altro in corsa per il posto di governatore, e cioè Vendola: «Quelli che mi contestano mi sono sempre stati simpatici»), ha proseguito col revisionismo storico («Voglio spezzare una lancia a favore delle primarie: sono sempre stato favorevolissimo»), ha fatto un elogio dell’«uomo politico Berlusconi» (il messaggio era: lui sì che sa come ricattare gli alleati, perciò sull’accordo con l’Udc voialtri democratici dovete farvene una ragione), ne ha dette insomma molte delle sue (sono indeciso se votare «questa è un’altra delle ragioni per cui mi contestano» o il preventivo «ora dirò una cosa per cui sicuramente mi criticheranno»).
Ieri ho pensato che quelli – i fighi per Haiti e il Massimo da Fazio – erano due modi diversi, in paesi diversi, con protagonisti diversi, di intendere la stessa parola: charity.

«They put up a sign that said: private property» (e sono solo i titoli di testa)

22 gennaio 2010

Figuratevi il resto. (Esce oggi. Su. Su.)

«Troverei un plotone d’esecuzione»

21 gennaio 2010

(Sui giudici cattivi, altre cose qui.)

Gli stivaletti di coccodrillo (e altri radicalismi)

20 gennaio 2010

«Non è che si fa sempre quel che si vuole, si fa quel che si può.»
«Guarda che i giornalisti sono distratti.»
«I cattolici sono più intelligenti di chi chiede il loro voto.»
[sul Pd] «Ho appreso che esiste un vaso, pieno di malpancismi, e che sono una goccia. Ma lo dicono per farsi intervistare quattro volte al giorno.»
«Il fuoco amico è una malattia italiana.»
«Forse avrò una sede, ma non un loft, sono già transnazionale di mio.»
«Ognuno con i soldi si paga quel che gli piace.»
«La demagogia del nuovismo è vecchia.»
«Tutti sono stati radicali da giovani. Poi scambiano l’urgenza con la fretta.»
[sulla guerra in Iraq] «La democrazia non è un prodotto da import-export. Se lo fosse, la dovremmo far venire in Italia.»
(dall’intervista di Gabriele Romagnoli a Emma Bonino, Vanity Fair, 20 gennaio 2010)

Non sono di quelli che «sono stati radicali da giovani». Penso anzi che, se c’è un esempio da porre sotto la locuzione “sputare nel piatto in cui si mangia”, quello sarebbero i radicali a Montecitorio (almeno insieme a Morgan a XFactor). Molto dipende dalle domande di Romagnoli (sugli ex compagni di partito: «Come mai allevate organismi geneticamente modificabili?»), ma leggendo quest’intervista ho pensato a quel film. Non avrà il loft, Emma, ma ha due ghostwriter di nome Age e Scarpelli. E comunque più lucido di lei c’è solo Tom Ford, qualche pagina prima:

«Democrazia non è che tutti abbiano i miei stivaletti di coccodrillo, democrazia è che abbiano la possibilità di trovare un lavoro, fare carriera, guadagnare soldi e, se è quello che vogliono, potersi comprare i miei stivaletti di coccodrillo.»

La politica da bere (e i punti-fragola)

19 gennaio 2010

Il Corriere di oggi dedica ampio spazio alla débâcle nei sondaggi (e nell’immaginario) di The One, che non è un profumo o una canzone ma Mr. Obama. La battuta la rubo a Jonathan Franzen, quello dello stupendo Le correzioni, che in un’intervista molto snob e molto lagnosa se la prende con New York Times e America varia (le casalinghe che sparlano di Tiger Woods in realtà attaccherebbero il presidente: sarà), e così spiega: «Questi incidenti sono fatti su misura per Twitter, blog e tv. Le big corporation e i repubblicani traggono vantaggio dal tenere il dialogo lontano dai contenuti veri. Gli attacchi anti-Obama non si basano sui fatti ma sulla fantasia.»
Il problema è quando il dialogo è lontano dai contenuti veri, e in cambio non c’è neanche qualche status succulento da intercettare sui network. Penso all’estenuante Craxeide. Bravo, cattivo, statista, tangentista, da commemorazione, da rimozione. Tutto si tiene. Da noi non sarà colpa dei tweet ma dei soliti giornali, che – ora parlo di Repubblica – titolano un intervento di Penati «Rivalutare il socialismo della Milano da bere». Ma la notizia c’è. E poi capisci perché ti dicono: «Non voglio rinnovare la tessera del Pd.» Io la tengo, ma solo se in cambio ci danno i punti-fragola. Soprattutto ora che bisogna comprare i drink. (Che poi, anche qui, la contemporaneità: almeno, «nella fantasia», Obama è scivolato mangiando sushi.)

È il cinema che è diventato piccolo (checché ne dica James Cameron)

18 gennaio 2010

E poi James Cameron si è alzato a ritirare il Globe, e ci ha spiegato, a noi che avremmo fatto qualunque cosa pur di stare seduti nel tavolo dei più fighi, che presentavano il film più figo, a noi che ancora credevamo in un cinema fatto di Attori e Sceneggiature, in poche parole ci ha detto che ci sbagliavamo, noialtri, e che lui meritava il premio come miglior regista del miglior film, e cioè l’incompreso (almeno da me) Avatar. E, alle cinque del mattino, vedendo lì davanti a me James e i suoi miliardi, ho pensato che quella semplice verità è ancora inconfutabile. Nella vita non vince chi se lo merita: la spunta sempre chi ha la paghetta più alta.


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