Archive for novembre 2009

Checco Zalone for dummies

30 novembre 2009

Mi arrivano ora i dati dei film più visti nel weekend, e scopro che Checco Zalone ha battuto i vampiri di Twilight. La notizia interessa giusto i cosiddetti insider (sempre che ancora ci siano e contino qualcosa, in quel markettume che gira attorno al nostro cinema). Quel che penso io è che forse ho sbagliato a sottovalutare quel tizio, foss’anche solo per i numeri che genera. E non posso neanche dirlo da snob, ché il Checco ormai frequenta i salotti buoni della tv ed entra a gamba tesa nel dibattito politico come una Tina Fey farebbe su suolo yankee (quando si dice: il comparative advertising è sempre controproducente). Ricordo le due sole volte in cui l’ho intercettato: la prima – via YouTube – quando in uno show del quinto canale trasformava la Canzone di Marinella nella molto cliccata Canzone di Patrizia, nel senso di D’Addario; la seconda un paio di settimane fa a XFactor, dove il nostro ironizzava su terroni e froci, esattamente come nel film ora in testa alla top 10. Confesso di non aver capito se Zalone faccia per finta o sul serio, e dev’essere un problema mio. Dev’essere che se oggi bisogna raccontare l’Italia, allora serve sfoggiare molto paraculismo naïf e fare i marziani di fronte alle puttane, e ai froci, e ai terroni. Dev’essere che ogni tanto qualcuno ci deve ricordare che siamo l’ultima provincia del pianeta. Datemi un manuale del tipo «Checco Zalone per principianti», o non parlatemi di eroi della satira, guitti e saltimbanchi. Qualcuno dovrà pur convincermi che le masse hanno ragione, e che io sono vecchio a pensare che Nessun Altro Mai, prima e dopo il primogenito di casa Guzzanti.

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Summertime (And the living is not easy)

27 novembre 2009

Frase chiave di lei: «You weren’t wrong, Tom. You were just wrong about me.» Tradotto: «È un problema mio», ma detto con la classe che si addice a una vera gattamorta. Frase chiave di lui: «People don’t realize this, but loneliness is underrated.» Tradotto: «Non sto bene, ma non voglio affrontare i problemi, e tanto comunque stasera ho la partita di calcetto.» Lei è Summer, lui Tom. Sono i protagonisti di 500 giorni insieme, ovvero 500 Days of Summer, oggi al cinema. (In realtà ho scoperto che lei in italiano si chiama Sole, e non si capisce perché dal momento che poi non si sfrutta il giochetto del titolo originale; ma il nostro è il paese in cui ancora si traduce senape con mostarda, dunque è inutile fare tanto gli gnègnè.) Comunque. È una specie di film perfetto, del genere manuale d’amore, istruzioni per l’uso, tutto quello che avreste voluto sapere su, eccetera. La storia è riassumibile in: boy-meets-girl, ma poi i tempi di entrambi sono sfasati, ci si ama ma non ci si incontra, si crede di essere soul mates ma poi c’è la Noia Preventiva, si va all’Ikea perché se si vuole anche solo sognare una vita insieme meglio farlo su un letto da 200 euri. Di qua o di là: o si tifa tantissimo per Tom, che si innamora quando lei capisce al volo che lui in cuffia ha gli Smiths, e poi rimane scottato; o si è del Team Summer, che si innamora ma non lo vuole dire (lei: «You believe in love?»; lui: «Yes, it’s not Santa Claus.»), e poi fugge. Potrei indicare one liner a raffica, ma basta un dialogo per capire Tutto: lei: «We’ve been like Sid and Nancy for months now»; lui: «We’ve had some disagreements but I hardly think I’m Sid Vicious.» lei: «No, I’M Sid!». Io faccio il tifo sfegatato per uno dei due, ma non vi dirò mai quale. Il fatto è che vedo i film troppo presto, o forse solo che ultimamente ho seri problemi di memoria. Comunque la prossima volta che parlo di film dell’anno, chiedetemi se non mi sono dimenticato qualcosa.

Quo usque tandem abutere, Dirigentia, patientia nostra?

26 novembre 2009

Siete autorizzati a dirmi che di questi tempi ho giusto un paio di riferimenti culturali (sèvabbè), e sapete quali. Ma quando ieri sera ho visto Morgan trasformare la tipica sindrome “sputare nel piatto in cui si mangia” in una specie di catilinaria contro lo strapaese in cui viviamo (c’aveva provato pure la Mori con le sue giuste fregole di neofemminismo, ma si sono addormentati tutti prima che portasse a termine l’invettiva), non mi sono tenuto. Il Castoldi Marco ha più o meno affermato che i pezzi assegnati dai discografici ai suoi cantanti facevano cagare (vero), che la discografia italiana fa cagare (vero), che i talenti in giro ci sono ma poi i soliti matusa (m’è scappato: ieri c’era anche Elio) propongono da quarant’anni le stesse cose (vero). E poi ha detto quella parola, che mica ti aspetti di sentire, così, in prime time, sul secondo canale: Dirigenza. La Dirigenza di questo Paese fa schifo, sottotesto. Ed era una frase da Senato di Roma (nel senso di Antica), in quell’arena dove si comincia coi Velvet Underground e si finisce nel boccascena dell’Ariston dei primi anni ’90. E poi stamattina ho aperto il solito giornale, e anch’io, vabbè, lo confesso, ho un po’ sputato (nella tazza in cui bevo).

Case di pane, riunioni di rane, vecchie che ballano nelle cadillac

24 novembre 2009

Stamattina alla radio hanno passato quella canzone. Che affonda in un tempo della memoria che pare lontanissimo, quello della sigla di Lady Oscar (non la prima: non sono così vecchio) o dei Neri per caso a Sanremo, tipo. Poi apri il giornale, e leggi i pezzi (una due cartelle massimo) sulla nuova Direzione del Pd. E ti domandi: se il tempo di quella canzone è così lontano, com’è quello dei nomi che leggo in sequenza? Fassino, Bachelet, Fioroni (al Welfare!), Gentiloni, Morando, Marini (nel senso di Franco). Il coordinatore pare sarà Penati, perché si sa che uno non perde mai veramente, deve solo ripassare dal Via. Ci sarà pure «una segreteria composta per lo più da giovani» (sic), nelle grandi aziende ormai è di moda avere il day nursery. Walter e Massimo ci sono come presenzeassenze, e continueranno a litigare a distanza, un po’ come Diabolik e Ginko (a voi l’assegnazione delle parti; non fatevi condizionare dal fatto che il primo alla nascita si chiamava Walter Dorian). Poi dice «cosa sei disposto a perdere». E tu pensi solo all’altro senso dell’espressione. (Soprattutto se leggi i pezzi preventivi sulle Regionali. E questa non è un’altra storia.)

Sar-cosy

23 novembre 2009

Hard Times

23 novembre 2009

Ieri mi si è sputtanato l’hard disk. E, a parte le ore passate a cercare il modo più rapido per morire; a parte che pure l’adsl era lento da non credere; a parte che il mio tecnico di fiducia mi ha assicurato (oggi) che forse lo può resuscitare (sono solidale con Marrazzo: il destino mio e suo, chi l’avrebbe detto, dipende dagli stessi problemi di memoria); a parte che mi si è pure fermato l’orologio e in redazione non c’era connessione (stamattina). A parte tutto ciò, mi sono detto che o sono io che fulmino tutto come in quel film tanto bruttino o siamo davvero schiavi delle macchine, soprattutto chi come me le utilizza tantissimo ma pretende da loro solo risposte sicure e nessun momento di crollo, soprattutto la domenica pomeriggio. E che cose tipo «in the information era we will focus on utility over fads» le può dire giusto chi se lo può permettere, e non noialtri che non chiediamo mica tanto, un macbook e una modestissima memoria esterna. Anche perché, causa internet bloccato, stamattina mi son fatto tutta la rassegna stampa. E, tra La Russa che «io ho spulciato un po’ i provvedimenti» e il dito medio di Vasco (le due cose non sono collegate), mi sono detto che no, non lasciatemi neanche un minuto senza macchine, mai più. E poi, devo aggiornare lo status, insomma.

«All right, I’m ready for my close-up»

20 novembre 2009

Sappiatelo: ho intenzione di chiudere questo post dicendo che questo è il film dell’anno (sì, d’accordo, insieme a questo, e questo). Non credo serva neanche argomentare troppo. L’ho visto a Venezia un anno fa e la sala piena di critici che solitamente non stanno nelle mutande per film curdi su poveri cristi che non riescono a passare il confine e che invece partecipavano, ridevano, empatizzavano con le vicende della più grande primadonna mai vista, roba che al confronto Norma Desmond era un’educanda, be’, già era un miracolo. Oggi Valentino presenta il film a destra e a sinistra, non si tiene, dice «non è la prima volta che recito: ho già fatto me stesso nel Diavolo veste Prada», e tanto basta per levarsi il cappello. In realtà il documentario è bello davvero. Non è un film sulla moda. È una storia over the top raccontata come una vicenda quotidiana, di amore e di lavoro, e di pensione, per quanto dorata. E poi, con un cast così, non c’è neanche bisogno di I.A.L. Diamond ai dialoghi. C’è il compagno devoto ma intelligente con cui il nostro parla in un lezioso e comicissimo francese, ovvero Giancarlo Giammetti, una specie di Scotty di Brothers and Sisters con molti anni e molto tanning in più; e il villain che trama nell’ombra, e cioè il serpentino Matteo Marzotto, che come tutti ha capito che fare il cattivo paga, e ora non buca un red carpet. Ci sono vestiti molto belli e pacchianate da moda romana, carlini a cui spazzolare i denti e star di cui lisciare il narcisismo. C’è Valentino, che è forse l’essere più assurdamente simpatico mai visto. La scena in cui sfancula tutti perché vogliono aggiungere due code di strass a un vestito è roba che Mankiewicz avrebbe messo in Eva contro Eva. È un film sulla crisi di un sistema («You can imagine Marzotto telling me “you have not to do this, you have not to do that”?») ma anti-crisi, nel senso che non lo si può guardare pensando alla recessione corrente. Ah, certo, metto le mani avanti e poi mi dimentico. Valentino è il film dell’anno.

Ti duole ci vuole

19 novembre 2009

Come ci insegna Damiano nel suo delirante singolo (che sarà contenuto nell’album Trentatré trentini entrarono a Trento & altri scioglilingua di lotta), tutto sta nel capire quali sono le cose utili, anche se a volte poco dilettevoli. Qualche esempio.

«Scatta l’applauso» (sic) in Parlamento: l’estradizione di Cesare Battisti ci vuole. Ma la domanda vera è: a Carlà, ancora le duole? (In tutto ciò, Polanski non se lo fila più nessuno. Il che, un po’, ci duole.)

A Berlusconi, tutto ‘sto riposizionamento di Fini non so se gli duole. Ma è sicuro che non ci vuole un’elezione anticipata, né però un’altra maggioranza. Nella confusione, una cosa è certa: a Feltri aver titolato il Giornale «Berlusconi deciso: tutti a casa», quello sì che gli duole.

Visto che a Franceschini la sconfitta ancora gli duole («Ho perso. Sarò parso un marziano»: anche lui con gli scioglilingua va forte), ora ci vuole un nuovo (dis)corso. Anzi 10. Esce in libreria In 10 parole. Sfidare la destra sui valori. Ma alla «destra», questa mossa, davvero le duole?

L’Ambrogino d’oro a Marina Berlusconi ci duole. Ma per la Moratti ci vuole, se no al prossimo giro la Lega che si sta spazzolando via tutto il Nord si prende anche Milano. Ligresti2015 Vs. il Senatùr-Barbarossa: in ogni caso, ci duole.

Secondo Camila Raznovich – intervistata da Zincone – a scuola ci vuole «un’ora di sessualità, fatta bene» al posto di quella di religione. Mi duole pensare che, considerato il nostro sistema scolastico, gli insegnanti potrebbero restare gli stessi.

La democrazia del bidet

18 novembre 2009

A parte che ogni volta che leggo No-B Day mi sembra No-Bidet, e se c’è una cosa che abbiamo di buono in Italia e dobbiamo tenerci stretta è proprio quella. Detto questo. Ci sarà pure una via di mezzo tra il non farsi dare lezioni da Di Pietro (parlo di Bersani) e lo strumentalizzare la piazza per mettere in difficoltà Bersani (parlo di Di Pietro). Ci sarà qualcosa da dire, e qualcuno che possa farlo, a quei «ragazzi, studenti, impiegati, precari, età media trent’anni, navigatori web» (ah, il mondo di Repubblica!) che hanno deciso di scendere in piazza il prossimo 5 dicembre. Ci sarà uno spazio da riempire che non siano solo le “piazze collegate” (sic) come Ottawa o Sacramento (vi avviso: il 6 dicembre voglio i dati della questura di Sacramento). Mi viene in mente quell’amico che l’altra sera diceva: dovrebbe essere la politica a dire basta a Berlusconi, e invece lui alla fine piace, rassicura i suoi perché sa tenere la poltrona nonostante tutti i casini (senza la maiuscola), ed è ancora un ottimo alibi per la sinistra per (non) gestire i suoi problemi interni. Intanto pure Schifani scende in piazza (sort of). Il nostro è davvero il paese del bidet: l’igiene personale (ad personam?) è importante, accidenti.

Dirige il maestro Peppe Vessicchio

17 novembre 2009

È come il regolamento di Sanremo, che cambia tutti gli anni. (Nella fattispecie: ora tutti a parlare delle canzoni in dialetto, quando la novità vera del 2010 è che si dà diritto di voto all’orchestra, cosa che io e il mio gruppo d’ascolto avremmo fatto anni fa.) Comunque. Non è del Festivàl che voglio dire, quantomeno non ora, anche se quest’anno, come la Pasqua, cade presto. Parlo del nuovo regolamento – anzi no: della bozza del nuovo regolamento – dei circoli del Pd. L’ho visto iera sera dopo New Moon, ed è riuscito a stupirmi più della povera Bella che tenta di dimenticare un amante vampiro per smazzarsi un best friend licantropo (nessuno mi dica che sto rompendo l’embargo, né farneticando.) Per quella strana perversione onomastica tutta nostra, le novità cominciano dal lessico. Torna il Segretario Cittadino, ultimamente relegato dietro il titolo di Coordinatore di Circolo; l’Assemblea Cittadina diventa Unione Comunale (nome che non ha portato troppa fortuna al centrosinistrasenzatrattino, ma tant’è), e il suo Portavoce cambia in Presidente, ché un Presidente ci vuole sempre. Glisso su tempi e modi di votazioni e congressi (e “finestre” dove piazzarli: prima di Natale o dopo Pasqua?), perché è più complicato di Risiko. Qualcuno diceva che è il primo passo verso il Partito Organizzato che ha in mente il neosegretario Bersani. Qualcun altro che si perde troppo tempo dentro ai circoli e invece la politica bisognerebbe farla fuori, in piazza (o in mille piazze). Io pensavo al voto degli orchestrali – tu chiamali, se vuoi, elettori. E che per la Direzione (Nazionale), chi meglio di Peppe Vessicchio.


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