Mistakes were made

bs1-01Le cosiddette emozioni a caldo sono roba troppo forte, strillata, scombinata. Si mette insieme tutto, si riconsiderano meriti e colpe disordinatamente. I sei morti di Kabul hanno scatenato, manco a dirlo, quelle confuse emozioni. Ma la riflessione non verrà, neanche stavolta. La domanda da porsi, sempre, è il senso da attribuire alle cose. Il senso di una “missione di pace”, in un paese ancora in guerra. Il senso da dare a ferite che, da noi, non si sono mai davvero aperte o rimarginate, altra storia rispetto agli States. Da noi non si parla di guerra, qui le scelte della politica – e, soprattutto, le vite di quei soldati – valgono il tempo di un battibecco parlamentare, di un virgolettato al Tg1, di uno sfondo di Porta a Porta. Mi sono tornate in mente le parole di Kitty Walker, alias Calista Flockhart, in Brothers & Sisters, mia ultima addiction (mi rimproverano di arrivare sempre tardi). Kitty è uno stupendo personaggio, una repubblicana californiana e dunque con un perenne filo di senso di colpa, ma non pentita. Ha un fratello, Justin, che ha prestato servizio in Afghanistan e viene richiamato in Iraq. Kitty cerca persino di corrompere un senatore (chi conosce la serie sa di chi parlo) pur di non far partire il fratello per il fronte. Perché «mistakes were made», come diceva Reagan (sopravvalutato dalla maggior parte dei repubblicani, e pure da qualche democratico), e come dice lei – che fa la giornalista – in un discorso in tv: «Un tempo ammettere i propri errori era considerato un atto di forza. Io ho fatto un errore. Ho fatto l’errore di continuare a difendere una guerra che aveva un disperato bisogno di essere riesaminata. E ho sbagliato perché non ho pensato che non ci può essere un riesame senza la consapevolezza che la guerra stessa è stata un errore». I serial americani riflettono più e meglio della nostra politica.

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3 Risposte to “Mistakes were made”

  1. Giovanni Says:

    Gli errori strategici di una guerra, nel nostro paese, si sommano a quelli socioeconomici di avere fondato intere realtà territoriali sull’illusione che l’Esercito Italiano, nelle sue svariate vacancies, potesse garantire ai tanti giovani meridionali ben altre prospettive dal “difendere la Patria”: pagarsi un mutuo, fuggire dalla precarietà (ma non dal clientelismo), rischiare – e molto – la propria pelle per realizzare il proprio progetto di vita. Nessun eroismo, nessun pietismo. Stanca, e tanto, udire gli sfoghi delle persone nelle piazze dei paesini della Campania e non al TG1 di Minzolini. Una guerra può anche terminare, con i suoi battaglioni spostati dall’Afghanistan ad una base italiana, ma difficilmente muterà l’idea di fondo dell’Esercito Italiano da utilizzare come calmiere sociale.

  2. vera slobosky Says:

    Il problema è: la classe politica (parlo di quella italiana) è in grado di riflettere e di farlo razionalmente, freddamente, senza lasciarsi trascinare da retorica ed interessi e pensando solamente a ciò che è più opportuno fare? Riguardo poi agli aspetti socioeconomici, anche negli USA i reclutatori fanno tanti bei discorsi ai ragazzi che vengono dalle zone più difficili, dai quartieri più poveri. Anche nel loro caso, credo che la “difesa della patria” sia solo uno degli obiettivi, il resto è tentare di migliorare le proprie condizioni di vita, comprare una casa alla famiglia, affermarsi. Ma non credo sia colpa dei ragazzi, però.

  3. Rossano Lambertini Says:

    Bravo MAttia. IO avevo fatto un parallelo del tutto simile con West wing qui:
    http://pdsangiuliano.blogspot.com/2009/04/west-wing-e-la-campagna-elettorale.html
    Sinceramente credo ci sia una grande parte della scena culturale italiana che non si sofferma sui temi di interpretazione della societa’, che si sofferma quasi solo sul “proprio ombelico”, che si esprime solo di quell’ “intimismo rinsecchito” di cui un bellissimo editoriale di Eugenio Scalfari. Tranne qualche lodevole eccezione (penso a Il divo) solo la letteratura sta inaugurando un filone storico/sociale, epico (come dicono loro). Autori come Wu MIng, Scurati, De Cataldo, Camilleri (non Montalbano), Pispisa, Genna, Evangelisti, Guarneri, Letizia Muratori e non-mi-ricordo-quanti-altri stanno, secondo me, riuscendo in un’opera di cui ci rendermeno conto solo posteriori.

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