Archive for settembre 2009

Dell’insostenibilità dei leader

30 settembre 2009

obama_my_little_pony4Perché forse non lo sapete, ma ai congressi locali del weekend era tutto un tripudio di: «L’importante è che vinca il Pd, chiunque diventerà segretario saremo tutti qui per sostenerlo». Poi il buon Penati dice che ha già vinto Bersani (quindi lui), che Franceschini è un segretario – machedico, un uomo – finito, tutti a casa, non c’è niente da guardare. O almeno da votare. Perché «Bersani ha vinto tra gli iscritti». Che, tanto per dirne una, in Brianza sono appena tremila su ottocentomila abitanti. Comunque, è congenita alla sinistra questa smania di dare addosso al leader (ma mai al “leader preventivo”: questa qualcuno me la deve spiegare). Poi si capisce perché Berlusconi dice con la solita sicumera che resterà tra noi Per Sempre, roba che neanche la coppia più innamorata del mondo si azzarderebbe a dire. Nel frattempo, pare che Franceschini abbia chiamato Veltroni per chiedere lumi su questa faccenda, ma – considerato come sono andate le cose al Walter, a proposito di insostenibile leggerezza – non so che consigli possa dargli. Io, per quel che simbolicamente vale, continuo a sostenere Marino, che a Milano vola. Tra i cavalli grossi dopati per il palio, è come il Mio Mini Pony.

PS: Ovviamente chiunque lo trovi è vivamente pregato di portarmi quel Mini Pony (vedi foto) a Sua immagine e somiglianza. Di Obama, s’intende.

Che cosa vuol dire riformista?

28 settembre 2009

baariaSe lo chiede uno dei pupi di Baarìa, ultimo Tornatore. Risposta: «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro», poi ripreso nella variante «È uno che vuole cambiare il mondo col buonsenso». Il protagonista del film è un comunista riformista (migliorista?), ma non si capisce bene dove lo porterà la sua utopia. Tornatore non fa per me, ma il film ha quello che molti chiamerebbero “senso del racconto”. Meglio, del ricamo, della miniatura. È bello quando il giovane protagonista si mette il cappotto per andare a fare la tessera del Pci. È bella la fuitina dentro casa. È bello Ficarra che va dal farmacista a chiedere «qualcosa per morire in fretta». Poi l’Amarcord si sfalda, Morricone non si tiene, e soprattutto non si capisce che fine facciano i protagonisti. Caso curioso: al cinema il comunismo va forte oggigiorno, è perno anche de Il grande sogno e Cosmonauta. Altro caso curioso: Berlusconi sta facendo gran pubblicità a Baarìa. Il film pare costato 30 milioni di euri, molti ce li ha messi Giampaolo Letta (a.d. Medusa e figlio di Gianni), tanti altri Mediaset, qualcuno pure Tarak Ben Ammar, e ora tutti insieme devono rientrare nei costi. Berlusconi che fa pubblicità ai comunisti: quando si tratta di marketing, chi è più riformista di lui.

Vale più di mille parole

25 settembre 2009

(La faccia di Obama, si capisce.)

SILVIO_pop

Grazie, prego, scusi (torneranno?)

24 settembre 2009

Qualcuno dica a Berlusconi che non è educazione commentare il discorso dell’uomo più figo del bigoncio (leggi: Barack Obama) con affermazioni del tipo «Ha detto esattamente quello che volevo dire io». Qualcuno dica a Gheddafi che non è educazione parlare alle Nazioni Unite per un’ora e trentacinque minuti, sostenere che JFK sia morto di suina (più o meno) e dire buone cose solo del governo italiano (fossero tempi, poi). Qualcuno dica alla signora Dorina Bianchi che non è educazione arrivare tardi (anche alle dimissioni). Qualcuno dica a quelli di XFactor che non è educazione ironizzare sulla bellezza sfiorita di una sessantenne per quanto pedante (leggi: Claudia Mori). Voglio che si torni a dire grazie, prego, scusi. Il galateo è importante, accidenti.

Fatto e finito

23 settembre 2009

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(grazie ad Andrea per la foto.)

Respect (just a little bit)

23 settembre 2009

Mi hanno raccontato con toni tra il truce e il meraviglioso di una fiction che si chiama L’onore e il rispetto. Comincia con una famiglia di emigranti che negli anni ’50 arriva dalla Sicilia a Torino (fa molto Rocco e i suoi fratelli, ma non vorrei azzardare troppo). È una storia di passioni e di mafia che insegna cose del tipo: se il boss del quartiere porta tuo padre al suicidio e tua madre al manicomio, l’unica è diventare più mafioso di lui. Oppure: se sei moglie di uno specchiato giudice antimafia, meglio convincerlo a dimettersi, per il bene dei figli ovviamente. C’è anche Paul Sorvino (!) che fa un picciotto e Alessandra Martines (!!) che fa il magistrato (!!!). C’è quella Elena Russo che finì nel giro delle intercettazioni di Berlusconi. È, per capirci, la fiction che ha fatto più ascolti Porta a Porta col solito Berlusconi. Non ne ho visto neanche un fotogramma. L’Italia, quella vera, è tutta lì. E io forse sono davvero da un’altra parte.

La prossima volta…

22 settembre 2009

ap167797782209080550_big… sicuro che Lui perde. L’eterno leader Massimo ne è convinto. Aiutatemi voi a capire. La domanda è anche: ma che voglia c’ha uno, a sessant’anni, di fare il prezzemolino sui giornali e il socialite in giro per la penisola (qualunque allusione a “tarantinismi” vari – non Quentin, quell’altro – è puramente casuale, si capisce). Il resto va avanti col solito ritmo da treno a vapore, di stazione in stazione, e di porta in porta (e di Porta a Porta, mentre laggiù va in onda il «Barack Letterman Show», per dire). I primi risultati dai primi circoli democratici danno naturalmente in testa Bersani, segnalano l’interesse nei confronti della “terza via” di Ignazio Marino (ne sono contento: ho già detto che aspetto un segno, anche se debole, anche se in questo panorama generalmente sconfortante), dimostrano che il veltronismo senza Veltroni (leggi: mozione Franceschini) ha il fiato corto – e lo dice uno che rivoterebbe il Walter domattina. Il momento è fiacco, asfittico, senza prospettiva. Ma stiamo tranquilli. Tutto cambierà. La prossima volta.

A little joy in this cruel and pointless life

21 settembre 2009

picture-142Sono un devoto, quindi nessuno pretenda da me lucidità e senso critico quando si parla di Woody Allen. Sulla scia di quel che scrive l’amica Guia (a sua volta sulla scia del sempre dubbio Tarantino-pensiero: del suo Bastardi senza gloria si riparlerà qui, prossimamente), facciamo anche noi il giochino del “miglior Woody Allen degli ultimi diciassette anni”. Considerato che dentro ci sono, lo ammetto, i due peggiori film che abbia mai girato (La maledizione dello scorpione di giada e Hollywood Ending), il film che ho visto 18 volte (contate: Tutti dicono I love you), uno dei suoi più struggenti (e con Sean Penn, che è sempre un valore: Accordi e disaccordi) e uno dei più divertenti (Harry a pezzi), un trattato di sociologia inarrivabile (Mariti e mogli), la più bella satira dell’ebraismo insieme a Operazione Shylock di Philip Roth (Anything Else) e Scarlett che gioca a ping pong (Match Point). Considerato tutto questo, voto La dea dell’amore, per motivi che resteranno ignoti (anche a me). C’è molto della Linda Ash di quel genio di nome Mira Sorvino anche nella Melodie St. Ann Celestine (urge Oscar per la migliore onomastica) in Basta che funzioni, traduzione bruttina – idem per tutti i dialoghi – del suo ultimo Whatever Works. Grande film di one liner da mandare a memoria («I morti son sempre obesi o fumatori: anche i non fumatori magri muoiono!») e filosofeggiamenti consapevoli, insomma quella che – dice Larry David sullo schermo – si chiama «visione d’insieme». C’è New York, e «piuttosto che mangiare nove porzioni di frutta e verdura al giorno, preferisco non vivere», e l’America sudista di provincia che saluta Reagan al museo delle cere, e Melania (di Via col vento) che era una tipa «sessualmente repressa», e il Destino che bussa alla porta (letteralmente), e Dio Arredatore, e Fred Astaire che balla in tv. Segue dibattito: Woody è il solito pessimista o stavolta ripone maggiore fiducia nel genere umano? Io voglio credere alla seconda. Per la prima volta sono uscito dal cinema senza dire «Cazzo, un Woody in meno» ma «Cazzo, un Woody in più».

Mistakes were made

18 settembre 2009

bs1-01Le cosiddette emozioni a caldo sono roba troppo forte, strillata, scombinata. Si mette insieme tutto, si riconsiderano meriti e colpe disordinatamente. I sei morti di Kabul hanno scatenato, manco a dirlo, quelle confuse emozioni. Ma la riflessione non verrà, neanche stavolta. La domanda da porsi, sempre, è il senso da attribuire alle cose. Il senso di una “missione di pace”, in un paese ancora in guerra. Il senso da dare a ferite che, da noi, non si sono mai davvero aperte o rimarginate, altra storia rispetto agli States. Da noi non si parla di guerra, qui le scelte della politica – e, soprattutto, le vite di quei soldati – valgono il tempo di un battibecco parlamentare, di un virgolettato al Tg1, di uno sfondo di Porta a Porta. Mi sono tornate in mente le parole di Kitty Walker, alias Calista Flockhart, in Brothers & Sisters, mia ultima addiction (mi rimproverano di arrivare sempre tardi). Kitty è uno stupendo personaggio, una repubblicana californiana e dunque con un perenne filo di senso di colpa, ma non pentita. Ha un fratello, Justin, che ha prestato servizio in Afghanistan e viene richiamato in Iraq. Kitty cerca persino di corrompere un senatore (chi conosce la serie sa di chi parlo) pur di non far partire il fratello per il fronte. Perché «mistakes were made», come diceva Reagan (sopravvalutato dalla maggior parte dei repubblicani, e pure da qualche democratico), e come dice lei – che fa la giornalista – in un discorso in tv: «Un tempo ammettere i propri errori era considerato un atto di forza. Io ho fatto un errore. Ho fatto l’errore di continuare a difendere una guerra che aveva un disperato bisogno di essere riesaminata. E ho sbagliato perché non ho pensato che non ci può essere un riesame senza la consapevolezza che la guerra stessa è stata un errore». I serial americani riflettono più e meglio della nostra politica.

Sapessi com’è strano

17 settembre 2009

Questa è una storia milanese. Una di quelle che fanno grande la nostra città. Ieri sera ho fatto un salto alla Paolo Grassi, storica scuola civica d’arte drammatica. Gli allievi stanno protestando da giorni, in stile collettivo, perché a un mese dall’inizio dei corsi il loro direttore Maurizio Schmidt è stato sollevato senza ragioni, se non politiche. Le stesse per cui, qualche anno fa, la “fatina” Maria Giovanna Elmi era diventata direttore del Teatro Stabile di Trieste, tanto per fare un esempio. C’era Lella Costa (sempre nel pacchetto, quando si tratta di proteste di sinistra meneghine), e ci sono i sopravvissuti del mondo della cultura milanese a sostegno dell’accademia e dei suoi ragazzi. Al di là dei meriti didattici della direzione in ballo, questa è una storia che ben testimonia quel che sta accadendo in città. Un’occupazione sistematica di ogni spazio, anche culturale. Ho scoperto ieri che il sindaco Letizia Moratti ha fatto la “voce recitante” (sic) a uno degli eventi di Mito, cosiddetto fiore all’occhiello della cultura cittadina: e allora, ci si chiede, a che serve “allevare” nuove attrici nelle filodrammatiche varie (per non dire di un’altra Letizia, Noemi, che «mi sono fatta le ossa con il teatro»). È da un pezzo che non vado a teatro, perché il più delle volte è anche colpa dell’offerta artistica. E di una generazione che ha fatto grande la cultura milanese dei decenni passati, ma che ha clamorosamente perso, anche per colpe proprie, vedi alla voce “autoreferenzialità”. Ma le storie come quella che vi ho raccontato non ci piacciono. Ci resta una città bellissima ma votata al berlusconismo, che si è insinuato non solo nelle istituzioni (con l’aiuto di CL), ma anche nei luoghi della cultura, e in ogni interstizio “sociale”. E sapessi com’è strano, sentirsi ancora innamorati di Milano.


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