Archive for agosto 2009

La lezione dei SushiDem

31 agosto 2009

Bèvabbè, mo’ anche il Giappone. Io l’ho visto, qualche mese fa (qui, se vi interessa) e mica era così scontato, considerato che è uno dei posti più conservatori dove sia mai capitato. Dunque, semplificando brutalmente, le due massime potenze economiche mondiali al momento sono democratiche. La signora che prepara sukiyaki a Kyoto ha votato come il giovane che beve Dr Pepper a Boston. Noi, in tutto ciò, siamo sempre fuori. Per dire. Ti capita di andare a Londra. E trovi il giornalista tedesco che ti dice che da loro, a meno di un mese dalle elezioni, la situazione è confusa, non si sa come orientarsi, ma tanto noi non capiamo, «there’s no democracy in Italy, right now» (e aggiunge «I’m kidding»: sì, come no). E il collega francese che si lamenta di Sarkò (e ci prega di riprenderci Carlà: fosse per me, volentieri), ma è sempre meglio di Berlusconi, dice, stupito dopo aver scoperto che, tra le altre cose, è anche presidente (incazzato) del Milan. Non ho ancora ben capito che aria tiri da noi, con la ripresa. Si parla di patacche e badanti condonate. Berlusconi gambe all’aria (any sense), Fini di sinistra, noi silenziosi, a occuparci dei problemi di casa, come spesso accade. Il buon Prodi sostiene che la vittoria giapponese è segno che ci sarà una svolta democratica anche in Italia. Cominciate a tirare fuori il sakè.

«That’s where I sail»

26 agosto 2009

tedMi è sempre sembrato uno che faceva il suo lavoro, Ted Kennedy, l’ultimo dei bros. (maschi) ad andarsene. Non aveva quella luce dei fratelli, ma è diventato uno dei senatori più amati d’America. Si occupava (bene) di sanità, scuola, lavoro. Non era del tipo «I used to be the next president of the United States», e infatti perse la nomination nella corsa democratica alla Casa Bianca contro Jimmy Carter (“il più grande mostro della Storia”, secondo i Simpson). Non filava con Marilyn, né con Jackie – almeno così pare – ma era un Kennedy, e nell’armadio (mica tanto) aveva lo scheletro di un’amante affogata dopo un incidente (lui guidava) in un posto dal nome improbabile (Chappaquiduick: jokes e parodie si sprecano). Era il prezzo da pagare per vivere a Camelot. Dicevano che era quello che in famiglia scampava ad attentati e tragedie varie. Era l’ultimogenito di casa, ed è diventato il patriarca. Ultimamente lo avevano preso un po’ in giro, perché era grasso (girava il nickname Jabba the Hutt), per i suoi tanga in spiaggia (questo resta inspiegabile), per quelle cose che finiscono su Tmz. Poi, il cancro. Poi, quel gran bel discorso alla convention di Denver. Obama gli voleva bene. A me è sempre sembrato uno che faceva il suo lavoro.

Young American, Young American…

25 agosto 2009

93FebNewYorkerCoverNon penso di togliere la sorpresa a nessuno se copio e incollo alcune righe che arrivano verso la fine di Tutti gli intellettuali giovani e tristi (Einaudi): «Ci feriamo continuamente. Passiamo la vita a metterci vestiti nuovi e a coprire i veri motivi delle nostre azioni. Ci incontriamo a cuor leggero, beviamo vino rosé, e poi ci causiamo dolore a vicenda. E sì che non vorremmo mica! Quello che vorremmo, quello che uno vorrebbe davvero, è stendere le mani – come in una danza, in trance – stendere le mani e basta, e toccare tutte le persone e dirgli: Mi dispiace. Ti voglio bene. Grazie per avermi scritto. Grazie per essermi venuto a trovare. Grazie. Ti voglio bene. Ma non possiamo». Non la faccio troppo lunga. Il romanzo di Keith Gessen (che prima di finire nelle classifiche letterarie aveva creato questo) non ha sollevato tutto questo dibattito, non in Italia quantomeno. È bello. Qualcuno dice che manca di trama, ed è vero. Sono frammenti di giovani vite possibili, nell’America di dieci anni fa così diversa da quella di oggi. Si fa il verso ai romanzi (bellissimi) alla Philip Roth, pieni di ebrei col senso di persecuzione eterna. C’è più di una sorpresa. Ambizioni, frustrazioni, grandi speranze, sogni infranti, l’amore o il sesso (o nessuno dei due), i soldi, Bush e la figlia (immaginaria?) di Al Gore, gli uomini e le donne, la politica, le università della Ivy League, le column sulle riviste di sinistra, le scelte. C’è anche un episodio ambientato in Palestina, e chi come me c’è stato troverà che è esattamente così, molto vero e molto triste. Come le righe citate, tende al pessimismo ma azzarda in positività, a sprazzi. Oggi i giovani sono meno tristi, forse.

Ci si fa d’intorno (al Lele Mora Privé)

24 agosto 2009

billionaire01gVado da anni a Costa Paradiso, Gallura, coordinate nord-ovest. È un posto tranquillo, rocce rosa, bellissimo mare, poca movida, tante troppe seconde case (quelle della famosa “tassa sul lusso” dell’ottimo Soru). Poi, da un paio d’anni, è arrivata la costasmeraldizzazione, o billionairizzazione, o chiamatela come volete. Discreta, ma molto insinuante. Del resto, alla gente piace vedere la faccia di Briatore, cantano gli amici Ministri. Alla fine, anche qui ha aperto una discoteca – ci siamo coraggiosamente capitati a ferragosto – che vanta un «Lele Mora Privé» (chissà se con l’avallo dell’interessato: non so se augurarmelo, in realtà). I camerieri – è successo a un’amica – ti guardano in faccia e chiedono: «Mi sembra di averti già visto: fai spettacolo?». In spiaggia i vicini di asciugamano si palleggiano consigli del tipo: «Devi sposarti uno ricco, ma ricco davvero, se no poi che alimenti ti becchi?». È la connivenza a far paura. La stessa di un sondaggio sull’estate a Villa Certosa promosso da Novella 2000 (che non è l’Economist, ma tant’è) dove gli interpellati rispondono con la massima compiacenza nei confronti del premier: ovvero, si farebbero scegliere i gusti del gelato da Lui, canterebbero volentieri i Suoi stornelli napoletani, si farebbero foto in bagno come le “farfalline” passate a Palazzo Chigi. Per non dire dell’intervista a un Silvio stile Corea del Nord finita sulla copertina di Chi settimana scorsa, tra sviolinate di governo («La dieta è una tortura? Peggio le esternazioni dell’opposizione»), impennate neologistico-mitomaniacali («Quando vado in giro, la gente mi si fa d’intorno») e maschilismi assortiti (la domanda «Dopo quello che è successo, non è deluso dal genere femminile?» è anche peggio della risposta «Ma no, le donne sono superiori: sono più brave a scuola»). Alla fine, nonostante tutto, la Sardegna è sempre bellissima. E io, in questo briatoreggiare generale, posso solo dire che voto Canalis.

Nella mia valigia metto

8 agosto 2009

Era un gioco che facevo da piccolo (e a cui vincevo sempre, che bambino noioso). Seguo a ruota (insieme a Pippo) il bel post della cara amica Silvia. Perché anche only connect va in vacanza. Ecco cosa si porta dietro.

–    poche mozioni, tante emozioni.
–    il moleskine.
–    il braccialetto viola.
–    idee per l’autunno.
–    Una buona scuola, Richard Yates, minimum fax; Tutti gli intellettuali giovani e tristi, Keith Gessen, Einaudi; Buongiorno Los Angeles, James Frey, Tea; Giallo a tempo di swing, Cornell Woolrich, Feltrinelli; Chi c’è in quel film?, Peter Bogdanovich, Fandango.
–    qualche t-shirt, qualche lacoste, una camicia bianca, maglietta del Pd per dormire.
–    una pila di riviste sceme.
–    dirty pretty things.
–    pantaloni thai che non piacciono a nessuno.
–    macchinetta digitale per ricordi analogici.
–    iPod rivisto.
–    cappello di paglia di Volubilis.
–    kit per negroni sbagliato.
–    dadi per giocare a tokyo.
–    belle storie da raccontare e da ascoltare.
–    havaianas nere senza bandierina.
–    stanchezza da non riportare a casa.
–    occhialini graduati, per vedere fino a riva.
–    occhi nuovi, per vedere un po’ più in là.

Buone vacanze. Ci si rilegge a fine agosto.

… e quel che Coraline vi trovò

7 agosto 2009

coraline_3Recuperi estivi di film (scandalosamente) persi negli ultimi tempi. Ieri Coraline e la porta magica, diretto dal “vero” regista di Nightmare Before Christmas, che non è Tim Burton ma Henry Selick. Capolavoro. È la storia di una ragazzina con mamma rompiscatole, papà sempre sulle sue, cene tristi, ordinary life insomma. Poi, un giorno, scova una misteriosa porticina in salotto, e la attraversa, un po’ come fa Alice con specchi e tane di conigli (bisogna poi capire perché questa smania di attraversare porte: io da piccolo non l’avrei mai fatto, ma questo non è importante). In fondo al magico tunnel c’è la realtà che aveva sempre sognato: con un’Altra Mamma e un Altro Papà senza musi lunghi e pieni di attenzioni (unica differenza: due inquietanti bottoni al posto degli occhi); e poi una casa dove si mangia bene, regali e balocchi. Controindicazioni: l’amore che spesso è solo un ricatto, le apparenze ingannevoli che nascondono mondi mostruosi, i mondi sognati che si rivelano incubi. Avvertenza: il film non è per bambini, fa una paura becca anche ai grandi. Si possono trovare tanti simboli, ma anche no. Ho già detto che è un capolavoro, e non credo serva aggiungere altro.

Il braccialetto del pensiero positivo

6 agosto 2009

a-complaint-free-worldAdesso che sono tutti (tanti) in vacanza. Che le città sono deserte, le strade vuote, si trova parcheggio e al supermercato non si è costretti a fare la “cassa veloce”. Adesso che Berlusconi è in beauty farm e del Pd si riparlerà a settembre (deve recuperare il debito scolastico). Adesso è il momento per pensare già a come rimettersi in forma per la ripresa. La cura la suggerisce l’amica Marta. È un braccialetto viola con “inciso” A Complaint Free World, un mondo in cui nessuno si lamenti più. Sarebbe legato a un libro, ma non è importante. Funziona così: una volta che lo si ha al polso, bisogna sforzarsi per tre settimane (dire ventun giorni fa impressione) di non lamentarsi. Mai. Ogni volta che succede, si deve ricominciare daccapo, dal “giorno uno”. È una sfida mentale. E dovrebbero farla in molti: premier che accusano la debolezza della propria carne, democratici (e)mozionati che si fanno i dispetti, ragazze del partito «Perché la Canalis e non me?», quelli che sanno che «l’insoddisfazione è una malattia mentale» (lo diceva Penélope qui) ma ci sono dentro fino al collo, eterni pessimisti. Tutti, insomma. Allora sì che sarà un autunno fantastico.

Piace a troppi (a sinistra)

5 agosto 2009

Una volta arrivava B.B. ad animare l’estate, camicie a quadrettini e feste a Saint-Tropez, coquillages et crustacés. Piaceva a troppi, come diceva un suo famoso film. Anche oggi c’è B.B. ad animare l’estate. Un’altra. Di cognome fa come il premier, per capirci. Già “eroina della sinistra” da parte di madre, figuriamoci cosa diventerà dopo questa intervista. Da pupilla di Cacciari qual era all’università, la nostra filosofeggia, parla di «senso della morale comune», passa per quella che ha scelto per sé la coppia di fatto, che comprende le «identità culturali diverse» tra suo padre e il Pd, che prende le distanze da veline e Noemi. Dibatte su pubblico&privato come un’Antigone, quasi. Sono le parole che non ti aspetti (ma anche sì), alle otto di mattina, con un cappuccino davanti. (Ieri mi ero beccato Colannino padre che, a proposito dell’overbooking di Alitalia, diceva: «Quando si muovono milioni di persone, è normale che qualcuno non parta». Già). Comunque, la questione B.B. resta aperta. È lei che ha troppo senno (e senso del marketing) o il berlusconismo ci ha fregati anche su questo?

Cosa fare a Milano quando sei morto

3 agosto 2009

BN20708_6-FBO quando è morta Milano. Piccola guida di sopravvivenza all’agosto in città.

Bere un negroni sui Navigli. Il Naviglio Grande, dalle parti del Libraccio, Quello che per tutto il resto dell’anno è, semplicemente, inaffrontabile.

Bere un bicchiere di vino seduti su un marciapiedi di Chinatown. Per scoprire che i cinesi hanno più buongusto degli italiani, di questi tempi.

Fare una cena all’Arci Bellezza. Sarà sopravvalutato, ma non d’estate. Sembra di essere nella piscina di Palombella rossa, svuotata. Ed è un valido esempio di integrazione possibile: tra simpatici sudamericani (a gestire il locale), vetero comunisti (a militare), radical-fighetti assortiti (a consumare, anche quel poco di immaginario di sinistra rimasto in città).

Andare a beccare Sofia Coppola, che ha scelto Milano come set del suo nuovo film (quello dove, dicono, ci sarà pure un cammeo di Simona Ventura, mamma mia). A detta dei giornali, starebbe girando ovunque. Manca solo la stazione del metrò di Caiazzo, tipo.

Mangiare un gelato/granita da Massimo, laggiù in Sempione. Grom ci piace ma sta esagerando col franchise. Ce n’è uno a ogni angolo di strada. Pare Rossopomodoro. (O le filiali Barclays: com’è che sono esplose di botto, quest’anno?).

Evitare le mostre, sono tristi, in posti tristi, e fuori prezzo. Io sono del partito di quelli che «a Milano l’offerta culturale è precipitata, mica come a Torino, che ha investito un sacco in fatto di cultura e adesso è un’altra città, eccetera eccetera». (Detto questo, Milano è fantastica).

Cercare un cinema (al chiuso o all’aperto) che dia il film dell’anno.

Chiudersi in casa a leggere Acque morte di Maugham (o qualunque cosa di Maugham). O a ripassare le ultime stagioni di Six Feet Under, finalmente edite pure da noi.


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