Archive for giugno 2009

Jacko, il Pd e il segretario-che-non-c’è

30 giugno 2009

Sui giornali italiani, l’unico argomento che può fare concorrenza al povero Michael Jackson è il Pd. Del resto, tra i due si scoprono elementi incredibilmente comuni. Ogni giorno c’è un “terzo” pronto a dire la sua. E ogni giorno spunta qualcuno che vuole mettere le mani sull’eredità (obbligatoria la lettura figurata), nonostante la posta in gioco sia squassata dai debiti (anche qui vale l’ultima parentesi). In entrambi i casi si parla di testamenti (biologico quello del Pd, che pensa come possibile terzo uomo a Ignazio Marino). Ed entrambi hanno come scenario una specie di Neverland. Perché il Pd, che continua a parlare troppo di se stesso e poco di questo Paese, rischia di restare per molti (troppi? tutti?) il partito-che-non-c’è, e lo stesso vale per il suo segretario. E invece bisogna costruirlo, prima che – come Jacko – diventi il simulacro di se stesso. Comunque, io voglio un segretario che sappia fare la moonwalk.

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Mozione Jacko

29 giugno 2009

A Londra si sente solo Michael Jackson. Le commesse di Agent Provocateur lasciano le clienti in mutande (letteralmente) perché impegnate a cantare Billie Jean, strizzate nelle loro vestagliette rosa. In Shaftesbury Avenue, fuori dal teatro dove proprio in questi giorni va in scena – ironia della sorte – Thriller: The Musical, è stato allestito un piccolo kitschissimo altarino davanti al quale si radunano a decine, tra ceri, e fiori, e foto del “king of pop” dei tempi migliori. È l’unica concessione alla morte nella città più viva che c’è. Black or white, per stare in tema jacksoniano, non fa differenza. Così come giovane o vecchio, posh o mentecatto, tipo da famiglia tradizionale o da associazioni arcobaleno. Noi fratelli d’Italia, visti da quassù, sembriamo davvero vecchissimi. Non tanto per le storie estive del nostro premier troppo arzillo (che arrivano anche qui, le trovi in prima pagina sui peggio giornaletti), ma per l’idea di paese vecchio in cui ci trasciniamo da anni. Esclusi i “Briatores”, qui gli italiani sono ancora protagonisti di una simpatica immigrazione, spesso temporanea, studenti, giovani impiegati, professionisti in odore di carriera che vengono a lavorare oltremanica. E poi ci sono i turisti vocianti che spuntano da ogni angolo, coi loro zaini Invicta (quando un brand distrugge l’immagine di un popolo), immancabili nei musei come nelle vie della moda (in sabot, direbbe Elio). L’immagine che esportiamo è come sempre simpatica, ma decisamente confusa. Fa piacere leggere, sulle pagine di Repubblica (anche se l’unico quotidiano che si becca un posto d’onore tra i tabloid è la Gazzetta, quella rosa), che qualcosa si sta muovendo, forse, anche da noi. Heal the world, si sente nei negozi londinesi. Ecco, forse ai prossimi congressi ci vuole la «mozione Jacko». Quella che ti può insegnare come guarire anche la nostra asfittica Italietta. Perché il mondo, quello vero, ha preso da un pezzo un’altra direzione.

Delayed

26 giugno 2009

Il volo numero quattrounocinquetre per London Luton è previsto per le 22 e 45. Poi scoppia un temporale, tuoni, e lampi, e acqua come non se n’era mai vista. E può succedere. Certo, quando devi partire non può succedere. Comunque. Ritardo di mezz’ora, che poi diventa un’ora, che poi diventa un gate fantasma. I voli, gli altri, cominciano ad essere depennati uno ad uno. Tanti saluti a Francoforte, addio pure a Bruxelles. Il quattrounocinquetre resta, semplicemente, delayed. All’una, senza nessun essere umano vivente al desk dell’imbarco, l’annuncio: si parte alle 8 e 15. Cosa vuol dire in realtà quel delayed lo capisci presto. È un ritardo del sistema. Un lampo, e stavolta non si tratta di meteo. L’Italia è davvero il paese dove nessuno si assume mai la responsabilità di niente, e dunque non può mai dire d’aver sbagliato. Son furbi quelli, ti mettono alla prova. Appena chiedi se faranno qualcosa per i passeggeri costretti a passare sette ore in aeroporto, stile Tom Hanks, ovviamente nessuno sa di che parli. Nessuno sta facendo il suo vero mestiere («guardi, io non dovrei neanche essere qui»), tutti son lì per caso, tutti ti chiedono di «considerare anche la nostra posizione». Ovvero: cosa possono farci se sulla carta dei diritti che loro stessi ti hanno sbattuto in mano c’è scritto che il passeggero sfigato ha diritto a un’assistenza minima. Se chiedi l’albergo più vicino, non hanno il numero di telefono nell’elenco recuperato al banco informazioni (chiuso): «sa, quell’hotel l’hanno aperto da poco». Di connessione internet manco a parlarne. Ti danno però un voucher di 5 euro – dico cinque euro – per il bar: del resto, chi non ha voglia di muffin e spremuta d’arancia alle tre del mattino. Attorno a te, il cast che ti aspetti: la trentenne polemica che farebbe causa anche al barista, il pensionato che attende paziente «l’aeromobile», la sciura inchiodata alla Settimana Enigmistica, e non c’è delay che tenga di fronte al Bersaglio. Finisce che ti trovi a dormire sui nastri trasportatori delle valigie, dopo aver squartato un cartone per trasformarlo in materasso. Alle quattro già in piedi, l’attività dei check in deve ricominciare. Ti hanno detto che la carta d’imbarco della sera prima sarebbe valsa anche la mattina dopo: logico, è lo stesso volo, solo delayed, posticipato. Naturalmente non è così. Forse il tipo che te l’ha detto stava anche lui passando di lì per caso, e tu che ti sei fidato dell’uniforme. Rieccoti in coda al check in per la seconda volta, una sola ora di sonno alle spalle. È tutto delayed. È un paese delayed, un paese rimandato. E pure parecchio assurdo. Come la prima cosa che scopri quando compri il giornale, ore cinque e mezza. È troppo per essere vero, in questa notte di temporale e ritardi e nastri trasportatori. Eppure hai letto bene, sei sicuro. È morto Michael Jackson.

(Il volo quattrounocinquetre per London Luton alla fine è partito alle 13 circa.)

Vorrei tornare

25 giugno 2009

Stasera parto per Londra, e la notizia è d’interesse giustamente molto relativo. Così per dire. Vorrei tornare e vedere che un po’ di cose (vada pure per pochissime) sono cambiate. Vorrei tornare e sentirmi dire che nel Pd è successo qualcosa di nuovo (il riferimento è a questo, e mi rammarica non poter esserci). Vorrei tornare e scoprire che mentre il mondo va veloce, qualcuno davvero – come dice – non abbia intenzione di andare indieeeeetro (masaràvero?). Vorrei tornare e suggerire che forse è meglio smetterla di parlare sempre e solo di noi (ogni riferimento a partiti realmente esistenti – esistiti? – è puramente casuale). Vorrei tornare e far sapere che altrove ci sono paesi e persone vive, e magari è il caso di imitarli. Vorrei tornare con un pacco di cartaccia d’oltremanica e dire che quello è il vero pettegolezzo, e quello che accade qui da noi solo un’anomala tristezza. Vorrei tornare e restare. In un paese un po’ migliore.

PS: A proposito di pettegolezzo. Le solite «fonti molto vicine» dicono che Angelina Jolie sarebbe pronta per diventare Mrs. President. Che apprezza l’operato di Barack e che anche lei in quella posizione «could make a big difference». Angelina è uno dei pochi Miti Viventi, oggigiorno. Io credo però che debba semplicemente mangiare un po’ di più.

D’A…

24 giugno 2009

Se fossi Silvio, il sospetto mi verrebbe eccome. Prima la questione delle scosse. Ora troppi elementi che convergono: la Puglia, persino l’inizio del cognome… Insomma, se fossi Silvio, a questo punto non avrei dubbi nell’affermare – magari sulla cover di Chi – che la D’Addario è stata pagata. Perché stavolta avrei il nome del mandante: D’Alema.

La netta differenza

23 giugno 2009

Quattromilaequalcosa. La netta differenza, si direbbe, tra il più cieco amore (dell’operoso Nord per quella roba chiamata centrodestra) e la più stupida pazienza (quella di noi democratici: e stavolta non si può dire che su Milano non si sia lavorato). È la città del “questo è troppo” (o troppo poco). Troppa amarezza. Troppa difficoltà, nel percepire i movimenti dell’elettorato, le città operaie dell’hinterland dove ora il primo partito è il PdL e il centro che sarà il baluardo della nuova sinistra (ma anche boh). Troppa liquidità, per usare un termine che dovrebbe scomparire dai dizionari (soprattutto dalla politica): gli Arci diventati ritrovi per fighetti e gli Arci che scompariranno col nuovo Podestà; Corso Como battuto dalle gesta cafonal del Fico di Bisceglie (qui si dice di soli, satelliti e uomini che «se ne vanno a terra») e la cultura che arranca, sfinita dagli Expo-cantieri e dagli happy hour. O forse i (troppi) pensieri su Milano erano colpa del negroni servito in un bicchiere da frappuccino. Quello sì che è davvero troppo.

Al seggio non c’è mai fine

22 giugno 2009

Stufo di dover votare in continuazione, l’italiano reagisce ormai in modo molto differenziato e creativo ogni volta che è chiamato alle urne. Sul referendum, poi, ci si può permettere le cose più diverse, o almeno è quello che hanno fatto i pochi che sono andati a votare stavolta. Ci sono quelli (me compreso) che «io voto Sì anche se ovviamente non si raggiungerà il quorum, per puntare almeno a una discussione parlamentare»; ben consapevoli del fatto che oggi “discussione parlamentare” rischi di essere rimasta una pura categoria dello spirito. Quelli che votano No per non far scomparire la sinistra, che nel frattempo è già scomparsa, ma si sa, nel mondo c’è ancora chi va cercando i due liocorni. Quelli (tanti) che il Porcellum se lo sono dimenticato, che non hanno capito la campagna elettorale (colpa soprattutto nostra), che sceglierebbero più facilmente una terza via, tra il Sì e il No. Il Forse.

PS: Nel frattempo, si aspetta l’esito (più interessante) delle amministrative. A Milano si spera nella rielezione di Filippo Penati. Dalla regia mi dicono che tanti che non l’hanno votato il 6 e 7 giugno, l’hanno fatto questa volta. Se ne riparla stasera.

Io e Carla (e gli altri)

19 giugno 2009

carla_bruniWoody Allen vuole Carla Bruni. E per me è una grande notizia. Comunque. In attesa di Io e Carla (o La rosa purpurea dell’Eliseo, o La dea de l’amour, o semplicemente un altro Zelig, ruolo che molto si addice alla Première Dame), pare che l’interesse del cinema verso i personaggi della politica (e dintorni, ad amplissimo raggio) sia in crescita. Ecco chi vedremo e dove.

I CentoProdi. Ermanno Olmi ha offerto all’ex Presidente del Consiglio la storia di un anziano di origini emiliane che lascia la carriera accademica e politica per dedicarsi all’allevamento. Franco Marini e Arturo Parisi saranno due pii fattori. Titolo di lavorazione: Lunga vita alla mortadella.

Il deserto dei tartari. Dopo le ultime dichiarazioni di Gianfranco Fini, Pasquale Squitieri starebbe pensando proprio al Presidente della Camera per una nuova trasposizione del romanzo di Buzzati. Il ministro La Russa potrebbe schierare le truppe dell’esercito per “interpretare” i Tartari, anche se Fini punterebbe a toni più intimistici.

Tim Burton’s Odyssey. Dopo l’imminente Alice nel paese delle meraviglie, un altro progetto visionario per Tim Burton, che stavolta si ispira nientemeno che al poema omerico. Il regista vorrebbe girare nel Mediterraneo, utilizzando anche volti nostrani. La misterica Patrizia D’Addario dovrebbe interpretare Circe (il cachet è basso: appena mille euro), Massimo D’Alema si è già autocandidato per il ruolo di Aiace (la scena dell’affondamento della sua nave sarà spettacolare, dicono gli insider). Per il ruolo di Ulisse il Pd starebbe pensando alle primarie. Confermata una piccola partecipazione di Renato Brunetta.

The Blair Witch Project 3. Al terzo appuntamento con la saga horror, si sfrutta finalmente l’omonimia tra la strega del titolo e l’ex premier britannico. La trama sarà incentrata su un gruppo di laburisti che vanno in cerca di Tony Blair per proporgli di diventare (finalmente) presidente dell’Unione Europea. Scopriranno che vive da eremita in un bosco della Cornovaglia e colleziona i cadaveri di poveri malcapitati. L’ultimo è quello di un tizio di nome Gordon.

I Casini. Le famiglie allargate (leggi: I Cesaroni e Tutti pazzi per amore) si stanno mangiando la fiction. L’ex Presidente della Camera starebbe dunque per riciclarsi come protagonista di uno sceneggiato che racconterà le gioie della famiglia chiusa tradizionale. Magdi Cristiano Allam in pole position per il ruolo del prete che sposa Pierferdinando e Azzurra. La serie verrà girata in bianco e nero, seguendo l’iconografia dei manifesti elettorali.

Non m’importa del passato

18 giugno 2009

nostalgia-del-futuro.miniaturaProprio come cantava Modugno (ora lo fa – bene – Morgan). Peccato che il futuro prometta una vena ancor più mélo-drammatica, per noi democratici. È in libreria il nuovo libro di Pippo: Nostalgia del futuro (Marsilio), appunto. Si parla di Parito Democratico, che «non è partito e finora non è nemmeno stato molto democratico». Si discute di politica, finalmente. Si ragiona di ricambi, e soprattutto di cambi. Si immagina la possibilità di un progetto che sia davvero “rivoluzionario”, per chi ha iniziato a fare politica ai tempi dell’Ulivo (e di Berlusconi). Leggetelo quest’estate: servirà per l’autunno, quando si (ri)ricomincia. Famme pena’, famme ‘mpazzi… ma resta cu’ mme, Piddì. (Capite perché bisogna parlare di futuro? Per scongiurare rime di questo tipo, ad esempio)

La mosca al naso

17 giugno 2009

Quello del ministro Brambilla, da oggi più noto come “Dov’è la (Maria)Vittoria”, non era un saluto romano. Stava solo scacciando una mosca. Del resto, si sa che le giovani pidielline si ispirano a Mr. Obama (cfr. il ministro Carfagna: tempo fa a Daria Bignardi disse più o meno «sono un homo novus come lui»; un homo, già). E comunque Obama fly-killer da Oscar. E alla mosca statuetta (postuma) come migliore attrice non protagonista.


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