Ce stava ‘n nero cor senzo de corpa…

Si è tentati dallo scrivere una “recinzione” alla Johnny Palomba, per Sette anime di Muccino. Perché è uno di quei film strappacuore (anche letteralmente, in questo caso), di quei melodrammoni piangiulenti di colpa e redenzione (e pure un po’ di sfiga) che invitano alla parodia. C’è un uomo (Will Smith) che la combina grossa, e passa la vita ad espiare il suo rimorso. Meglio non svelare di più, anche se per due terzi è lo stesso film a farti capire (troppo) poco. Eppure c’è qualcosa di affascinante in questa storia, che mischia anima e corpo (quello, malato, della bravissima Rosario Dawson), e racconta la fragilità di entrambi. Un film coraggioso e molto laico: dell’uomo non sopravvive nulla, né il corpo né l’anima, ma qualche pezzetto di entrambi lo si può consegnare agli altri (ancora detto alla lettera). Insieme all’amore, che è l’unica cosa che fa girare questo mondo. Se non temete un sabato sera a parlare di donazione di organi e malattie terminali (segue dibattito), andatelo a vedere. Morale (alla Palomba): Una volta pur’io ho fatto ‘na cazzata. Però, a Mucci’, cor cavolo che faccio come Uillsmìt. O forse no?

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