Waltz into Darkness

In realtà Waltz into Darkness è il titolo del racconto del grande Cornell Woolrich che ha ispirato La mia droga si chiama Julie di Truffaut, stupendo film che però non c’entra con quello di cui si parla ora. Questo è un appello ad andare a vedere Valzer con Bashir, in questo momento non casuale. L’ha diretto un israeliano, Ari Folman, ed è davvero un viaggio nelle tenebre. Dentro la memoria dello stesso regista, che era un giovane soldato al tempo di Sabra e Shatila ma non riesce a ricordare dove fosse al momento esatto della strage. E anche dentro la memoria (spesso sistematicamente manipolata) di due popoli vicini e nemici, da sempre. C’è il ricordo sepolto di quei lampi di guerra e il misurarsi con la coscienza personale e collettiva. C’è il dramma delle responsabilità politiche. Ci sono anche straordinari pezzi di cinema, un cinema che pare mai visto, il documentario autobiografico che si intreccia col cartoon. C’è anche il valzer del titolo, quello a cui si abbandona un soldato stretto al suo compagno più fedele: il suo fucile. Stavolta il “per non dimenticare” non vale, purtroppo. La Storia dimentica eccome, anzi rimuove, cancella. E si ripete la stessa danza di morte. Ieri in Libano, oggi a Gaza.

PS: Se questo weekend avete ancora tempo per il cinema, buttatevi su Conversazioni su di me e tutto il resto, il più bel libro-intervista mai dedicato a Woody Allen (lo edita Bompiani). C’è dentro tutto il suo mondo, e anche molto della vita di tutti noi. Da sdrammatizzare, al pari della mitologia del grande schermo. Basta una battuta per comprendere il cinico e umanissimo Woody-pensiero: «Anziché continuare ad abitare nella mente delle persone, preferirei continuare ad abitare nel mio appartamento». Bisogna far andare bene il primo ciak, insomma, e non solo nel senso registico dell’espressione. Poi non sempre è “buona la prima”, come scrive Pippo a Walter. Ma questa è un’altra storia. Quella che si gira, insieme, nel 2009.

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