Archive for gennaio 2009

Qui non si fa la rivoluzione

30 gennaio 2009

A proposito di tema sociale (vedi post precedente), esce oggi Revolutionary Road, storia di una tragica deriva di coppia sullo sfondo dell’America piccolo-borghese anni ’50. Si era parlato tempo fa del bellissimo romanzo da cui è tratto. Il film è bello, e soprattutto ci sono Leonardo DiCaprio e Kate Winslet, due mostri. Vittime del sogno infranto, cinquant’anni prima che arrivasse Mr. O…

Il sociale è una partita. A golf

30 gennaio 2009

Occuparsi del sociale, ci intima la nostra minoranza (che per fortuna a Vimercate è il Popolo delle Libertà) al consiglio comunale di ieri sera, tema Bilancio. Già, il sociale. Hai voglia a parlare di servizi che da anni non cambiano (e di questi tempi è tutt’altro che scontato), di edilizia convenzionata, di attenzione alle manutenzioni ordinarie, di mantenimento dello stesso livello di servizi nonostante il problema (molto federalista) dell’esiguo trasferimento di fondi statali al nostro Comune, rispetto a città della stessa grandezza neanche troppo lontane. Hai voglia a dire che puntare su realtà come la cosiddetta “filiera corta” (espressione che gli esperti di comunicazione dovrebbero correggere al più presto) nelle realtà locali serve più delle social card. A livello macro, c’è chi fa del sociale puntando sulle pari opportunità (la legge Lilly) e chi, nello stesso campo, ha perso la bussola: il buon ministro Carfagna – colei che in questa mitica intervista paragonava il suo breve cursus politico a quello (nientemeno) di Obama – ha avuto il suo momento di gloria quando disse che avrebbe tolto le prostitute dalle strade: oggi quelle povere ragazze ci sono ancora, mentre il Ministero arranca. A lasciare le strade è l’esercito, piuttosto. L’emergenza sicurezza (anche quella molto “sociale”)? Parole che andavano bene una volta, per uscire sui giornali. La crisi economica di oggi? Un’emergenza – anche a detta del PdL – quando si parla di bilanci amministrativi locali, che poi a livello nazionale si stia ancora nicchiando riguardo al problema (tranquilli, Tremonti ci assicura che le nostre banche sono solide), questa è un’altra storia. Alla fine ieri sera a sparigliare è arrivato il nostro debordante “dirimpettaio” di Alleanza Nazionale. Rivendicate le sue radici che affondano nella destra sociale, si è messo a parlare di sport: «Bisogna offrire ai cittadini delle proposte nuove: in un comune vicino al nostro, ad esempio, è stato aperto un campo da golf». Uno sport decisamente sociale. Eh già.

God bless you please, Mrs. Robinson

29 gennaio 2009

Si fa presto a dire che dietro ogni grande uomo c’è una grande donna. Di Michelle Obama (nata Robinson) si è intuito da subito il potenziale, e se il neo-Presidente la chiama «la roccia della mia vita», allora c’è da fidarsi. A raccontarci meglio Mrs. O – con quell’iniziale che riecheggia l’allure dell’indimenticata Jackie – arriva ora un’altra grande (giovane) donna, Marilisa Palumbo. Il suo Yes She Can (edito da Castelvecchi) è una biografia piacevole e intelligente, ci fa scoprire la nuova First Lady senza mai perdere di vista il contesto che l’ha generata: la Chicago della middle class afro-americana, l’educazione nelle università delle confraternite bianche, il successo da avvocato, l’incontro «al sapore di cioccolato» con Barack, il ruolo di fashion-icon e mother-in-chief, il segreto di una storia d’amore vera, eccezionale forse proprio perché così normale. It’s a little secret, just the Robinsons’ affair… La history corrente diventa una vera her-story, secondo una prospettiva doppiamente femminile, quella della protagonista e quella dell’autrice. Il successo di Obama abita anche qui, nel percorso di sua moglie. Tra una battuta sui calzini sporchi del marito e un vestito rosso con cui entrare nella Storia. Hey hey hey

Neverending Soru

28 gennaio 2009

Il titolo del post lo suggerisce l’amico Nicola, che è sardo, e su Facebook mi invita a far parte del gruppo «Renato Soru: il quinto moro che sconfiggerà l’ottavo nano». Neverending, chissà perché. A me viene da immaginare la Sardegna come il mitico regno di Fantàsia, una terra così lontana e insieme così magica, nello scenario nazionale governato da una pessima politica. E non è un caso che l’appiglio a questo post venga da un sardo doc. Perché il caso Soru si ammanta con fierezza della sua dimensione locale, fa avvertire cosa vuol dire la politica al servizio dei cittadini, e si vede che quando è così i frutti si raccolgono (e, si spera, si continuerà a farlo). Una politica che parla di “terra”, e non di “roba”. Di terra intesa anche come territorio (geografico, politico, culturale, sociale) da difendere. Di terra intesa come ambiente, quella cosa di cui nessuno da noi parla più (il Ministro deputato è addirittura dato per disperso da mesi). A livello nazionale si osserva tutto da lontano, ora Soru va di moda perché fa tanto “Obama italiano”, e giù coi titoli brillantissimi nelle pagine di politica interna. Anche il nostro caro Pd ha seguito il trend, e su Soru prima c’era, poi non c’era più, ora c’è di nuovo. Nel frattempo, l’ultima dichiarazione del nostro è in linea con quanto detto: «Io non ho paura della presenza del Presidente del Consiglio in questa campagna elettorale, caso mai sono preoccupato per l’Italia che non dispone di un Presidente del Consiglio che risponde alle sue incombenze». Una volta Mr. Smith andava a Washington, oggi oltreoceano le sue orme le segue Obama. Si spera che Mr. Soru vada a Roma, un giorno, a insegnare che cos’è la bella politica. Ma Fantàsia, pardon la Sardegna, prima di tutto.

Americans vs. Italians

26 gennaio 2009

Finalmente l’ho visto anch’io, W. di Oliver Stone. E mi rincresce parecchio confessare che non è il grande film che aspettavo. Troppe macchiette, troppa faciloneria, troppa cronaca spicciola, di certo non quel taglio scespiriano che Stone aveva saputo regalare al grande affresco su Nixon, per fare un esempio. O forse – meriti estetici a parte – il problema è che nell’America di Bush ci siamo stati dentro fino al collo, e questo è un film per chi verrà dopo, da vedere tra dieci o vent’anni. Il racconto c’è, comunque. Insieme a quel coraggio che nel cinema a stelle e strisce è sempre di casa. Del resto, solo negli States un grande autore può permettersi film come questo (o come Milk di Gus Van Sant, di cui già si è detto, o il bellissimo Frost/Nixon di Ron Howard, di cui si dirà). Cose che noi italiani non possiamo neanche immaginare. Anzi, noi siamo quelli che fanno di tutto fuorché mettersi in discussione (Gomorra e Il Divo sono rimasti due splendidi casi isolati, ahimè), e dei nostri vizi nazionali ne facciamo un vanto. Vedi Italians. Non sono uno snob, mi piace il Veronesi di Manuale d’amore e Che ne sarà di noi, ma questo è un filmetto. E quel che è peggio è vedere soluzioni molto paracule per mascherare il racconto di una grande autoassoluzione collettiva. E mentre altri popoli si mettono in gioco, noi restiamo quelli di sempre: puttanieri, cuori d’oro, folkloristici, e sempre un po’ cialtroni. Non solo cinematograficamente parlando.

Un ponte per Ponti

26 gennaio 2009

Come già hanno fatto Pippo, Roberto, Marco e Andrea, copio e incollo la lettera di Gigi Ponti, candidato piddì alla guida della nuova provincia di Monza e Brianza. Bridge over troubled water: per questo bisogna essere in tanti, con Ponti.

Cara amica, caro amico,
è arrivato il momento di dichiarare il mio impegno per guidare i progetti della nostra nuova provincia.
Ho sempre pensato che la passione sia fondamentale per affrontare grandi e difficili imprese. Per questo desidero impegnare tutta la mia esperienza e chiedere l’aiuto più generoso di tanti amici che credono, come me, che valga la pena di lavorare per dare futuro a Monza e alla Brianza.
Per condividere insieme a te le motivazioni e il senso di questa scelta, le idee che guideranno il mio cammino verso le consultazioni di giugno, gli amici e compagni di viaggio che mi affiancheranno e sosterranno, ti invito a partecipare alla presentazione della mia candidatura, che si terrà sabato 31 gennaio, a partire dalle ore 11, presso il cinema Capitol, in Via Alessandro Pennati, 10 a Monza.
Ti aspetto.
Gigi Ponti

Democratici dubitanti

23 gennaio 2009

Dopo la botta di adrenalina obamiana, ci si domanda cosa voglia dire essere democratici qui da noi, oggi. Ci pensavo ieri sera, alla solita riunione su quello che una volta si chiamava piano regolatore (oggi si dice piano di governo del territorio, che è pure peggio). Non penso che essere democratici voglia dire proporsi come strateghi di una nuova linea (per dirla in breve), bensì fare da interpreti dei bisogni comuni e correnti, anche nella proposta amministrativa locale. Per dirne una, un piano serrato coi costruttori per una nuova edilizia convenzionata, se non popolare; ma a patto che rispetti l’idea che i cittadini hanno della loro città.

Non credo che essere democratici oggi sia dire di aver chiuso il caso Villari, né occultare i personalismi dietro brillanti manovre per cambiare l’organigramma di partito (né tantomeno passare il tempo su Facebook a dire quanto è dura stare alla Camera, perché a qualche parlamentare succede: ma questa è un’altra storia). Sta invece – e sempre di più – nell’interpretazione del senso comune, vivendo al passo coi tempi, mettendosi davvero a capo di una comunità. Obama lo fa parlando direttamente alla classe media, forzando sul tema del lavoro, lavorando di fino (anche sul piano ideale) sul tema dell’integrazione, costruendo un nuovo immaginario sulle basi della tradizionale cultura nera, pure con una punta di misticismo.

Ho visto ieri Il dubbio, classico film-pacco in pole position nella corsa agli Oscar per le interpretazioni di Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman. È la storia di una suora ultraconservatrice che si convince che il prete della sua parrocchia abbia abusato di un ragazzino di colore; ma forse le sue accuse adombrano un’avversione per le vedute troppo progressiste del sacerdote. Il film è bruttino, l’interessante diatriba tra oscurantismo e progressismo emerge ben poco (ma in compenso ci sono pedofilia, omosessualità, razzismo: troppa roba). Ma c’è il senso della relatività, i danni del pettegolezzo (anche politico), la necessità di rappresentare l’immaginario di una comunità. E, visto che il film annoia, il dubbio viene, ma su un altro tema. Sul fatto di continuare da democratici, in Italia, oggi, abbiamo solo certezze. Il dubbio sta nel come continuare ad esserlo.

C’era un ragazzo…

22 gennaio 2009

… che come me, amava i Beatles (i Rolling Stones un po’ meno). Si chiama Watanabe, e già sento la sua mancanza. E anche quella di Naoko, e di Midori, e di Reiko. È strano che dei personaggi di carta ti restino così attaccati, e invece succede con quelli di Norwegian Wood, titolo beatlesiano dietro cui si nasconde un grande romanzo di Murakami Haruki. Non l’avevo mai letto, l’ho fatto ora per la prima volta sull’onda dei ricordi giapponesi. È uno di quei romanzi che un po’ ti cambiano la vita, perché dentro la vita c’è tutta. La storia (alla “giovane Holden”, hanno detto) è quella di un giovane universitario nella swinging Tokyo di fine anni ’60, e della sua educazione sentimentale che passa attraverso due ragazze opposte e complementari. C’è molto del Giappone che ho visto e anche di quello che noi occidentali non potremo scoprire mai, quell’intimità così accesa e profonda, e però pubblicamente occultata. Ci sono i ricordi, che a volte sono l’unica cosa a cui aggrapparsi. C’è la relatività del tempo, la semplicità e la complicatezza del sesso, la morte che è elemento della vita, che lo si voglia o no. C’è il diritto (e il dovere) di essere felici. C’è la canzone del titolo, che non ti lascia più. This bird has flown, ed è proprio al volo che bisogna acchiappare tutto.

PS: Anche lo stupidino Yes Man dice più o meno le stesse cose, certo in tutt’altra maniera. Jim Carrey (di nuovo grande) in un’America squallida e schizofrenica che ha paura di dire «» alla speranza. L’America che è finita due giorni fa, s’intende…

Dove scorre il fiume

20 gennaio 2009

The river, canta il Boss. Il fiume oggi era lì, a Washington D.C., dal Campidoglio al Lincoln Memorial. Un fiume di persone, due milioni e più, e basta guardarle, non servono le stime della questura. Un fiume che segna la vera vittoria, e insieme il vero inizio. Il cambiamento, oggi si può dire davvero. Poi è arrivato lui. Il presidente. Un puntino, davanti a quel fiume di gente. E ha parlato come non parla nessun altro, di questi tempi. Ha parlato di responsabilità, e di dialogo, e di tolleranza, e di rispetto. Tra le genti del suo Paese, e di tutto il mondo. Ha parlato di lavoro, quello che è servito per costruire questo mondo e tutto quello che si dovrà fare per risolvere la crisi. Ha parlato di minoranze (a proposito del post precedente), e di etnie, e di religioni. Ha parlato coi simboli della retorica del suo Paese, ha parlato della terra dei pionieri. E della terra da (ri)utilizzare oggi, e del sole, e del vento. Dell’ambiente, una parola così astratta che invece si poteva toccare. Ha parlato alla classe media che oggi vede franare le sue certezze e dei profughi e dei segregati che ora trovano riscatto. Ha parlato mischiando le culture, Roosevelt e gli spiritual. Ha parlato di speranza, non ha parlato di paura. Ha parlato, e noi, nella nostra Italietta che ridimensiona la crisi e celebra Mamma Rosa, sembravamo lontani anni luce. Ha parlato mentre sua moglie lo guardava fiera, e le sue bambine scattavano foto-ricordo, è un giorno speciale e un po’ strano anche per loro. Ha parlato, il presidente. E sembrava di entrare in una nuova era.

Latte macchiato

20 gennaio 2009

Brutto gioco di parole per parlare di Milk, il primo politico omosessuale eletto in America (a San Francisco, trent’anni fa) la cui vita fu macchiata per sempre a colpi di pregiudizio (e di pistola). La sua vicenda è diventata un bel film (esce questo venerdì), diretto dal grande Gus Van Sant, qui un po’ meno geniale del solito, interpretato dal grande Sean Penn, bravissimo, giusto un po’ sopra le righe. È una storia d’epoca ma dice molto di quello che tristemente accade ancora oggi, nella lotta per i diritti, degli omosessuali come di qualsiasi minoranza. E anche dell’uso politico e strumentale della religione, del pregiudizio che lavora come un tarlo, delle battaglie civili che nascono “dal basso”. Van Sant è decisamente meno distaccato del solito, si butta dentro la storia fin troppo, rischia il santino, inciampa in qualche cliché (i gay che ascoltano l’opera lirica: basta!). Ma fa un cinema importante, che affonda nella Storia. Un Forrest Gump senza Frank Capra. Due parole su cui si fondava il messaggio di Milk riecheggiano oggi, in quest’alba di una nuova America: hope e change. Quello che non si poteva allora, si può oggi. O almeno lo si spera.


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