Lost in Translation – Diario giapponese (7)

Qual è la cosa più giapponese che si possa fare in Giappone? La risposta delle guide e di alcuni amici che qui ci sono stati è unanime: l’onsen. Ovvero il tipico bagno pubblico (alla turca, per intenderci) con vasche a 40 gradi, sauna, idromassaggio… Un’esperienza super-rilassante o traumatizzante, a seconda dei gusti. Al di là della reazione dei singoli (per me ‘ste cose pseudo-rilassanti son sempre un trauma), quel che conta è l’effetto collettivo. L’onsen è forse il luogo più popolare (in senso lato) di tutto il Giappone, frequentato da famiglie di ogni classe sociale, dal giovane professionista come dal pensionato. Ce ne sono di bellissimi, dicono, anche nei più sperduti paesini di montagna. Dentro (o fuori: ci sono anche incantevoli vasche en plein air) sono tutti nudi a lavarsi dalla testa ai piedi, letteralmente. Vecchietti da soli e gruppetti di amici che passano da una vasca all’altra e poi si strofinano corpo, capelli, denti. Sono il popolo più pudico della terra, i giapponesi, non si esterna niente e si tiene tutto per sé, la formalità nelle relazioni umane è impressionante, e non solo con gli stranieri. Eppure il rapporto col corpo è molto più disinvolto che da noi. Nella nostra Italietta bigotta, per dire, un onsen ce lo sogneremmo. Viene in mente il cinema di Nagisa Oshima, quello della pietra miliare L’impero dei sensi (storie di passioni e possessioni nella Tokyo anni ’30) e del più recente Tabù – Gohatto (turbamenti sensuali in una scuola di samurai, protagonista Takeshi Kitano). Storie dove anima e corpo sono sempre legate a doppio filo, e stando qui si capisce che è vero. I corpi elegantemente purificati all’onsen, l’anima che si percepisce come una presenza reale al Nanzen-ji, forse il più bello tra i bellissimi templi di Kyoto. Era quello in cui la Scarlett di Lost in Translation vedeva passare una coppia di giovani sposi, e avvertiva quell’afflato d’amore che non aveva mai respirato col suo scipito fidanzato occidentale. La luce filtra tra i pini e accarezza le monumentali e secolari colonne di legno. C’è davvero un che di spirituale. C’è la vita e la morte, il corpo e l’anima. Forse è davvero l’impero dei sensi…

PS: In giro è pieno di manifesti elettorali, chissà per quale scadenza. Forse cadranno a breve le primarie del Partito Democratico giapponese, con quelli della mozione uno (che mangiano sushi e vestono Armani) contro i locali Red (di origine cinese). I manifesti sono per lo più il faccione del candidato, spesso accompagnate alla sua “idea” di famiglia ideale, fatta di giovani gentitori, bambini sorridenti, nonni pimpanti. Sarà il Paese del futuro, ma la comunicazione politica del Giappone è molto anni ’50.

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Una Risposta to “Lost in Translation – Diario giapponese (7)”

  1. Anna Says:

    … e mi definisci scipito Giovanni Ribisi? 🙂
    non ci conosciamo ma sulla scia dell’amore del Giappone ho trovato il tuo diario, bellissimo! perdona il commento così tardivo rispetto al post, ma grazie per questo tuffo nei miei ricordi del Giappone!

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