Lost in Translation – Diario giapponese (3)

Da consigliere comunale di una pur ordinatissima cittadina brianzola, posso assicurarvi che il tema che in questo momento sta più a cuore ai miei concittadini è uno solo: le manutenzioni. Delle strade, delle strutture pubbliche, del verde. Credo dunque che a qualunque amministrazione di qualunque comune d’Italia farebbe bene un viaggio a Tokyo (detto alla Yasujiro Ozu: stavolta la scelta è un po’ snob, ma che film). L’impressione, fin dall’inizio, è che qui la macchina sia perfetta, anche nelle questioni più ordinarie. Non c’è una buca nell’asfalto, non una carta per terra, neanche un mozzicone di sigaretta, nemmeno nelle zone più popolari. E neppure in metropolitana, neanche in stazioni da cui passano fino a 3 milioni e mezzo di persone ogni giorno (avete idea?). Sembra banale, ma l’effetto è sbalorditivo. Tokyo, la città sottovuoto. Il format perfetto, e ogni tanto c’è una voce stile Grande Fratello a ricordartelo (conferenze pubbliche trasmesse col megafono per la strada, per dirne una). Una macchina perfetta in tutti i suoi ingranaggi: anche il caos di Shibuya, snodo cruciale per le merci e le persone, è diventato un rito; e nell’ordine si è inserito il clima freak di Harajuku, una specie di Carnaby Street ultra-colorata dove passano aspiranti modelle (vestite da Sailor Moon) e abbondano i coiffeur; e più che ordine c’è pace assoluta al Meiji-jingu, incantevole tempio scintoista nel cuore pulsante della città. Una macchina perfetta dove anche le persone sono costrette (bizzarramente) alla perfezione: corrono freneticamente, lavorano fino a tardissimo, mantengono una calma e una gentilezza quasi mostruose, si concendono un po’ di relax giusto in metropolitana, dove la metà dei passeggeri si appisola davanti a un manga. La perfezione di un film di Ozu, bellissimo e straniante. Tanto che, a volte, si sente nostalgia della nostra chiassosa italianità.

PS: Di solito non uso il blog per fini così privatistici, ma non posso fare a meno di dirlo: stasera ho mangiato il miglior sushi della mia vita. In fondo in un diario giapponese ci può stare…

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Una Risposta to “Lost in Translation – Diario giapponese (3)”

  1. Alice Zampa Says:

    Ciao Mat!
    sempre allerta… anche da turista eh! a me fanno un po’ paura questi giapponesi così ordinati ed efficienti… un’umanità che ineffetti pare distante dalla nostra, no?

    allora nella prossima pausa pranzo sapremo dove andare a mangiare il sushi… eh eh! ti abbraccio forte

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