Archive for dicembre 2008

Lost in Translation – Diario giapponese (8)

31 dicembre 2008

Ritorno a Tokyo. A cinque ore dalla mezzanotte, i treni e i metrò sono impazziti, tutti corrono velocissimi, proprio come in un videogame (ovviamente Nintendo, intendo). Ecco i giapponesi-Pokemon, in attesa dell’ultima notte del 2008. È come essere incapsulati in una realtà artificiale, inseguiti da Pac Man. Tutto pare lontanissimo. Le cose brutte, sempre più brutte. E anche le cose belle. Soprattutto, sembra lontanissimo il nostro 2008 italiano, di elezioni e governi ombra, di feste democratiche (che belle) e proteste scolastiche. E anche di film (il privato che vince sul pubblico in Caos calmo, l’italiano più importante; il mondo popolato di idioti in Burn After Reading dei Coen, il migliore tra gli stranieri), di libri (Io non ricordo di Stefan Merrill Block il più bello e commovente, leggetelo), di canzoni (Viva la vida, che dovrebbe essere un motto anche per l’anno nuovo), di città (la piazza di Marrakech) e di persone, troppe per ricordarle tutte. Di Obama. Anche lui sembra lontano, in questo arcipelago che ha ancora l’imperatore per discendenza divina ma che sembra tirare avanti secondo un regolamentatissimo autogoverno collettivo. Sarà così anche l’ultima notte dell’anno? Ve lo faremo sapere. Io e Pikachu, che ve lo dico a fare… Buon 2009.

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Lost in Translation – Diario giapponese (7)

30 dicembre 2008

Qual è la cosa più giapponese che si possa fare in Giappone? La risposta delle guide e di alcuni amici che qui ci sono stati è unanime: l’onsen. Ovvero il tipico bagno pubblico (alla turca, per intenderci) con vasche a 40 gradi, sauna, idromassaggio… Un’esperienza super-rilassante o traumatizzante, a seconda dei gusti. Al di là della reazione dei singoli (per me ‘ste cose pseudo-rilassanti son sempre un trauma), quel che conta è l’effetto collettivo. L’onsen è forse il luogo più popolare (in senso lato) di tutto il Giappone, frequentato da famiglie di ogni classe sociale, dal giovane professionista come dal pensionato. Ce ne sono di bellissimi, dicono, anche nei più sperduti paesini di montagna. Dentro (o fuori: ci sono anche incantevoli vasche en plein air) sono tutti nudi a lavarsi dalla testa ai piedi, letteralmente. Vecchietti da soli e gruppetti di amici che passano da una vasca all’altra e poi si strofinano corpo, capelli, denti. Sono il popolo più pudico della terra, i giapponesi, non si esterna niente e si tiene tutto per sé, la formalità nelle relazioni umane è impressionante, e non solo con gli stranieri. Eppure il rapporto col corpo è molto più disinvolto che da noi. Nella nostra Italietta bigotta, per dire, un onsen ce lo sogneremmo. Viene in mente il cinema di Nagisa Oshima, quello della pietra miliare L’impero dei sensi (storie di passioni e possessioni nella Tokyo anni ’30) e del più recente Tabù – Gohatto (turbamenti sensuali in una scuola di samurai, protagonista Takeshi Kitano). Storie dove anima e corpo sono sempre legate a doppio filo, e stando qui si capisce che è vero. I corpi elegantemente purificati all’onsen, l’anima che si percepisce come una presenza reale al Nanzen-ji, forse il più bello tra i bellissimi templi di Kyoto. Era quello in cui la Scarlett di Lost in Translation vedeva passare una coppia di giovani sposi, e avvertiva quell’afflato d’amore che non aveva mai respirato col suo scipito fidanzato occidentale. La luce filtra tra i pini e accarezza le monumentali e secolari colonne di legno. C’è davvero un che di spirituale. C’è la vita e la morte, il corpo e l’anima. Forse è davvero l’impero dei sensi…

PS: In giro è pieno di manifesti elettorali, chissà per quale scadenza. Forse cadranno a breve le primarie del Partito Democratico giapponese, con quelli della mozione uno (che mangiano sushi e vestono Armani) contro i locali Red (di origine cinese). I manifesti sono per lo più il faccione del candidato, spesso accompagnate alla sua “idea” di famiglia ideale, fatta di giovani gentitori, bambini sorridenti, nonni pimpanti. Sarà il Paese del futuro, ma la comunicazione politica del Giappone è molto anni ’50.

Lost in Translation – Diario giapponese (6)

29 dicembre 2008

Difficile sentirsi alone in Kyoto, come cantavano gli Air nel bellissimo film che dà il titolo a questi modestissimi appunti di viaggio. La più magica delle città giapponesi è strapiena di cose, e di persone. Da “Firenze del Sol Levante” qual è, si tornano a vedere i turisti occidentali, gli italiani sempre in testa. La cosa più sorprendente – ma questo vale per tutto il Giappone – è la quantità di coppie miste che capita di incrociare: tra i due, la giapponese è quasi sempre lei, e il lui di turno è qui per scoprire il mondo lontano e misterioso della sua bella fidanzata. Storie di integrazioni possibili, tra un mondo e un altro. Kyoto è un superconcentrato di Giappone, il posto dove le tradizioni millenarie si mischiano davvero col caos della modernità. Per dire, tra i vicoli della città vecchia scivolano ancora le geishe (finte, anche se qualcuna di autentica dicono sia rimasta), ma ora parlano al telefonino. Ha un decimo degli abitanti di Tokyo, ma sembra molto più caotica, tentacolare, trafficata. L’anima del luogo la si cattura in poche ore, o così pare. I templi di maestosa bellezza a un passo dalla più avveniristica delle stazioni, qui i piani regolatori mescolano zen e tecnologia con gran disinvoltura. E, tra la pace scintoista e le architetture futuribili, si nascondono le strade dove vive la gente normale, che non si cura troppo degli stranieri, anzi, la maggior parte dei negozi e dei ristoranti e delle sale da tè ha l’insegna solo in giapponese. Di giorno si sussurra la propria preghiera al tempio, la sera tutti a far rumore lungo un canale uguale (ma proprio uguale) ai Navigli. Tra una sala di pachinko e un karaoke bar. In mezzo al caos. E dire che a Kyoto si dovrebbe osservare un certo protocollo

Lost in Translation – Diario giapponese (5)

28 dicembre 2008

Ci si aspetta che salti fuori la piccola Chihiro, tra le casette di legno di Kanazawa, un tempo abitate da geishe e samurai. Sembra un po’ di stare nella città incantata (sì, quella di Miyazaki), anche se qui non ci sono maiali giganti e sinistre nonnine. L’atmosfera è davvero un po’ magica, sospesa, come ovunque da queste parti. E sempre a un passo dal cartone animato (giapponese, che te lo dico a fare), la faccia del cameriere che sembra disegnata con qualche tratto di matita e i granchi giganti nel bellissimo mercato del pesce come quelli che assalivano le città negli horror anni ’50 di Roger Corman. E sono incantati anche i giardini a ridosso del palazzo imperiale, una specie di “Parco Sempione, verde e marrone, dentro la mia città”, come canta Elio, ma in chiave zen (e soprattutto senza bonghi). L’ordine è tale che ci sono le corde a tenere dritti i rami, così a primavera gli alberi non avranno neanche una foglia fuori posto. L’unica nota di disordine è un ciliegio in fiore, svegliatosi troppo presto. Entri in un giardino giapponese e il caos sembra lontanissimo. Spirited away, sparito. Che poi era il titolo inglese della Città incantata. Un clima spirituale e spiritato, due aggettivi che molto si addicono a questo luogo. E quando due ragazzi, presi dagli effluvi dell’alcol della domenica sera nipponica, si mettono a fare rissa fuori da uno Starbucks (qui è una specie di istituzione), c’è subito un solerte poliziotto pronto a risolvere la questione. E a far sì che l’incanto non venga spezzato.

Lost in Translation – Diario giapponese (4)

27 dicembre 2008

Lo Shinkansen, treno superveloce di fama internazionale, mi porta fino all’innevata Takayama, che sembra un po’ la Courmayeur del Sol Levante (la chiameranno Taka?) e un po’ l’Alaska, ma per fortuna senza Sarah Palin col fucile (sic). Ci vengono in villeggiatura gli abitanti di Tokyo, rari i turisti occidentali, ma anche nella capitale erano pochi, e quei pochi tutti concentrati all’Apple Store. C’erano (e ci sono) le botteghe dei falegnami e le distillerie di sakè, a Takayama, come in un villaggio da film di Kurosawa. Oggi la maggior parte delle attività tradizionali s’è convertita in negozietti ultra-chic, dove i tokyesi in vacanza comprano porcellane smaltate e prelibatezze Dop locali. C’è anche la più bella antica casa giapponese (la Yoshijima House), dalle linee minimal che mandano in sollucchero gli architetti in visita, o almeno è quel che dicono le guide. Anche qui si incontra un Giappone molto vissuto dai giapponesi stessi, con pochi fronzoli, strade pulite, massima efficienza. Strano Paese e strano popolo, sempre indaffarato, del tutto autosufficiente (o così pare), un’organizzazione sociale granitica, che sembra immune da qualunque virus, o forse è solo perfettamente anestetizzata ai malanni, anche quelli metaforici. Tanto per dirne una: anche qui, sulle Alpi giapponesi, in tanti vanno in giro con la mascherina anti-germi sulla faccia, e verrebbe da chiedergli perché. Lo straniero non fa paura, al massimo si merita un sorriso storto perché non sa che il sabato pomeriggio le poste sono chiuse. Fuori è tutto in ordine, i problemi sono chiusi dentro casa. E se c’è qualcosa che non va, forse arrivano ancora i sette samurai a sistemare le cose.

Lost in Translation – Diario giapponese (3)

26 dicembre 2008

Da consigliere comunale di una pur ordinatissima cittadina brianzola, posso assicurarvi che il tema che in questo momento sta più a cuore ai miei concittadini è uno solo: le manutenzioni. Delle strade, delle strutture pubbliche, del verde. Credo dunque che a qualunque amministrazione di qualunque comune d’Italia farebbe bene un viaggio a Tokyo (detto alla Yasujiro Ozu: stavolta la scelta è un po’ snob, ma che film). L’impressione, fin dall’inizio, è che qui la macchina sia perfetta, anche nelle questioni più ordinarie. Non c’è una buca nell’asfalto, non una carta per terra, neanche un mozzicone di sigaretta, nemmeno nelle zone più popolari. E neppure in metropolitana, neanche in stazioni da cui passano fino a 3 milioni e mezzo di persone ogni giorno (avete idea?). Sembra banale, ma l’effetto è sbalorditivo. Tokyo, la città sottovuoto. Il format perfetto, e ogni tanto c’è una voce stile Grande Fratello a ricordartelo (conferenze pubbliche trasmesse col megafono per la strada, per dirne una). Una macchina perfetta in tutti i suoi ingranaggi: anche il caos di Shibuya, snodo cruciale per le merci e le persone, è diventato un rito; e nell’ordine si è inserito il clima freak di Harajuku, una specie di Carnaby Street ultra-colorata dove passano aspiranti modelle (vestite da Sailor Moon) e abbondano i coiffeur; e più che ordine c’è pace assoluta al Meiji-jingu, incantevole tempio scintoista nel cuore pulsante della città. Una macchina perfetta dove anche le persone sono costrette (bizzarramente) alla perfezione: corrono freneticamente, lavorano fino a tardissimo, mantengono una calma e una gentilezza quasi mostruose, si concendono un po’ di relax giusto in metropolitana, dove la metà dei passeggeri si appisola davanti a un manga. La perfezione di un film di Ozu, bellissimo e straniante. Tanto che, a volte, si sente nostalgia della nostra chiassosa italianità.

PS: Di solito non uso il blog per fini così privatistici, ma non posso fare a meno di dirlo: stasera ho mangiato il miglior sushi della mia vita. In fondo in un diario giapponese ci può stare…

Lost in Translation – Diario giapponese (2)

25 dicembre 2008

Tra le (tante) cose che stupiscono quando si è lontani dall’Italia, è che i popoli stranieri sono mediamente molto più giovani. Accade anche a Tokyo, dove i 20/30enni sono la maggioranza della gente che vedi per strada. Giovani che lavorano (anche a Natale? sì, anche a Natale), che “fanno girare l’economia”, che stanno attaccati ai telefonini di ultimissima generazione (ma quello succede anche da noi, sic) e vestono come cloni, gli uomini con trench strettissimo e supertrendy, le donne secondo i canoni dell’inconfondibile “stile giapponese” che mischia le gonne di Prada alla giacca-kimono rivisitata. È il miscuglio la cosa che sorprende di più. Parafrasando il titolo di un famoso libro, si potrebbe dire lo zen e l’arte del consumismo occidentale. Il più affascinante tempio della città – il Senso-ji – si trova a ridosso di una delle più popolari zone dello shopping coatto, botteghe da cui non puoi evitare di uscire senza qualcosa in mano, le caramelle a forma di sushi (mitiche!) o l’ombrellino da geisha. E nello stesso tempio si mischiano riti senza tempo e riti un po’ usa-e-getta (lancia la monetina, esprimi un desiderio e in cambio avrai un responso stile Bacio Perugina, ma avvolto da un’aura mistica). Più che in Lost in Translation, a volte sembra di stare in un film di Takeshi Kitano, dove si incrociano yakuza e sentimenti zen, miti occidentali e teatro kabuki. In fondo lo stesso Takeshi è un po’ così, regista intellettuale in Europa e star della tv nazional-popolare in patria. Ogni cosa è mescolata, qui nel Sol Levante.

Lost in Translation – Diario giapponese (1)

24 dicembre 2008

Guardo fuori dalla finestra, e vedo le luci di Tokyo. E mi sento un po’ Bill Murray, e un po’ Scarlett, disiorientati in un mondo che è davvero qualcos’altro. Arrivarci è come accedere al primo livello di un videogame. I viadotti si incastrano tra i grattacieli, un po’ come Blade Runner, un po’ come Genova (giusto per capirci), ma una Genova super-dopata, e con i colori di un manga. E i manga li vedi passeggiare per le strade, le ragazze vestite da collegiali (semplicemente perché lo sono davvero) e quelle coi codini fucsia e i calzettoni giallo evidenziatore. È solo il primo impatto, e già capisci cosa vuol dire quando il capitalismo impazzisce (letteralmente: anche qui oggi si comincia ad avvertire la crisi, per la prima volta) in un Paese che ha conservato il candore di un fumetto. E anche tutte le ritualità di un luogo fuori dal tempo, lo vedi anche solo da come ti servono il tempura, praticamente un balletto che prende vita sotto i tuoi occhi. Il posto più tecnologizzato e futuribile della Terra, ma con una burocrazia borbonica (cinque volte – le ho contate – il timbro della data del giorno sul pass ferroviario, tanto per dirne una). Un posto dove trovi i giardini zen dietro ai grattacieli. Un posto dove «tutti vogliono essere trovati», come si diceva in Lost in Translation. Ma dove si fatica a trovare se stessi. E si capisce che questa sindrome non colpiva solo Bill e Scarlett…

Natale in bianco

19 dicembre 2008

Ieri sera, cena di Natale, tutti mi chiedevano se – in quanto consigliere piddino – sono indagato anch’io, se mi è già arrivato l’avviso di garanzia, eccetera eccetera. C’è davvero poco da ridere, quando vedi gli amici tuoi, ventenni che hanno votato con convinzione il Pd alle ultime elezioni, e che leggono, si informano, cercano di non essere generalisti e qualunquisti, buttarla sul ridere per non pensare che la situazione non è buona per davvero. Ognuno fa a modo suo. Io non sono diventato generalista e qualunquista, ma non leggo e non mi informo da giorni, se non dando un occhio ai quotidiani on line. L’ultimo titolo è per il Walter nazionale (che non è più Zenga da un pezzo): Pd, Veltroni sferza i suoi: innoviamo o saremo travolti. La questione morale si attacca al collo di questo Natale dove l’etica continua a dettarla Babbo Berlusconi, lo vedi quando giri per le strade. White Christmas, Natale in bianco, quest’anno, per noi democratici.

PS: Tutti mi dicono che ieri sera sono finito su Blob. Aspetto la prova di YouTube. E poi l’avviso di garanzia, per davvero.

I politici hanno una loro etica

14 dicembre 2008

Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale. Lo diceva Woody Allen. Oggi però cambiare si può.


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