Time for a Change(ling)

La giornata del change non poteva che chiudersi con Changeling, ennesimo grande film firmato Clint Eastwood, ennesima ricognizione sul cattivo stato dell’America di ieri. Nel senso che il film (esce il 14 novembre) è ambientato negli anni ’20 del secolo scorso. Ma anche nel senso di pre-Obama, cioè pre-oggi, molto semplificando. La storia (vera) è quella di una madre sola (un’Angelina Jolie grandissima, e stavolta non dite che sono di parte) a cui improvvisamente sparisce il figlio. Quando lo polizia lo ritrova, la donna scopre che il bambino non è il suo. Ma il dipartimento di Los Angeles non può sporcarsi la già compromessa immagine, e dunque a passare dalla parte del torto è lei, tra manicomi e tribunali. L’America ritratta (da maestro) come un paese impaurito, governato dalla legge del bastone. «Alla polizia non piace il dissenso, né tantomeno essere messa in imbarazzo» si sente dire. Non piace alla polizia, ma neanche al governo (e a me ricorda qualcosa che in questo momento ci riguarda molto da vicino). Un paese dove a rimetterci è sempre il più debole, che sia un povero psicotico (c’entra con le amare sorti del bambino, quello vero) o, triste dirlo, una donna sola con figlio al seguito. E alla fine ci si ritrova a farsi la guerra tra deboli, pur di sopravvivere a un mondo spietato, all’inseguimento di una verità sempre manipolabile, sempre artificiale. Il finale però è in apertura. Da ieri a oggi. Dalla paura alla speranza. Anche questo mi ricorda qualcosa…

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