Archive for novembre 2008

Obamako, dia(b)logo africano (parte quinta)

29 novembre 2008

Ultima notte a Mopti, suggestivo porto di pescatori sulle rive del Niger. Ci arriviamo, io e Pippo, da Timbuctù, dopo aver attraversato un altro pezzo di Niger che sembra il Delta del Po, con la differenza che qui la gente vive direttamente sull’acqua, in case di fango che saranno travolte dalle prime piogge. Da un cartello piantato tra una capanna e un recinto di capre, si scopre che in questi posti tra il deserto e la savana la Matt Damon Foundation (sic) ha portato risorse per “porre fine alla povertà”. I risultati non si vedono. Né si vedono altre forme di sostegno, da parte dell’Occidente, in questi luoghi di fame e miseria. Una targa dell’Unicef, per le strade di Bamako; una freccia che indica la sede dei Peace Corps, in un Paese che ha l’unica fortuna di non avere la guerra in casa, non ora, non ancora. L’Occidente che arriva qui sono frotte di turisti di mezza età, che sembrano ancora più vecchi al confronto con una popolazione giovanissima, a passeggio per villaggi che sembrano popolati solo da bambini. L’Occidente cammina per queste strade inviando i suoi gloriosi highlander, che hanno visto nei decenni passati i risultati del colonialismo e della globalizzazione e adesso si godono il loro viale del tramonto credendosi impavidi esploratori, col turbante dei tuareg in testa e la maglietta «I’ve been to Timbuctu, and come back». Perché oggi tanto da questi posti tornano tutti, e avranno la loro storia esotica da raccontare. Non è colpa loro, né nostra, ma è un po’ colpa di tutti. Troppo facile, sicuro. Ma dopo dieci giorni in Africa ci si ritrova a pensare che le cose facili sono (a volte) quelle vere. E poi tanto c’è tutto il tempo per riordinarle, le cose facili e difficili, quando saremo a casa, e fuori ci sarà la neve.

Al momento dell’Italia so

28 novembre 2008

Che a Milano nevica. Che Luxuria ha vinto l’Isola dei Famosi. Che Fassino firmerà per il Pd nel Partito Socialista Europeo e farà il segretario dei Ds per due giorni, come Albertone Sordi sindaco di Roma per uno (poi è morto: perdonate il cinismo ma è l’effetto che fanno in Africa le nostre beghe nazionali). Che l’elezione della giovanile democratica è stata il plebiscito che ci si attendeva. Questo è quel che so dagli ultimi sms. Datemi qualche notizia migliore nelle prossime ore, se no non so con che faccia tornare dal Continente Nero. Paraponzi ponzi po.

Obamako, dia(b)logo africano (parte quarta)

28 novembre 2008

Siamo a Timbuctù (con Pippo) da meno di 24 ore, e sembra di essere qui da settimane, avvolti da quel clima molle e un po’ letterario che si incontrava nelle cronache della Legione Straniera. Il piccolo Abdu ci ha accompagnato stamattina per le strade polverose della città, tra la biblioteca che conserva antichi manoscritti arabi e le case degli esploratori (quelli che poi hanno fatto ritorno in patria), fino al Grand Marché, dove ancora oggi arrivano le carovane cariche di sale. Fuori dal mondo, eppure sembra di essere nell’ombelico del mondo (si sa che io e i jovanottismi…). E del resto la donna che ha fondato questo luogo ai confini delle terre conosciute si chiamava Bouctou, che nella lingua della sua tribù molto matriarcale voleva dire “grande ombelico”. Si avvertono le tracce del passato, ma siamo ai tempi della globalizzazione: i fieri tuareg, che hanno l’autorizzazione a montare le loro tende nei cortili delle case di fango, si ritrovano a fare i venditori di chincaglieria con i pochi turisti di passaggio; i bellah, che vengono dall’Africa nera, sono diventati i paria del luogo, e vivono accampati per terra nel cuore della città. Il vento del deserto si mischia alle miserie del Continente più disperato del pianeta, e sembra che da qui sia già passato tutto, e pero’ non sia rimasto niente. Poi ti risvegli all’improvviso: il terrorismo a Mumbai, visto nel piccolo televisore della hall di un albergo di frontiera; un ragazzo del luogo che ti chiede di spedire una lettera a suo padre, che sta a Novara. Fuori e dentro il mondo, e un po’ si vorrebbe stare qui per sempre, e un po’ torna la voglia di casa…

Obamako, dia(b)logo africano (parte terza)

27 novembre 2008

Arrivati a Timbuctù, che una volta si diceva essere la fine del mondo, e forse un po’ lo è davvero. Sembra un posto uscito dalla fantasia di uno scrittore esotico, come del resto quest’intero pezzo di Mali, e di Africa. A cominciare dai villaggi Dogon scoperti ieri, casette di fango costruite a ridosso di una falesia profonda come un canyon, dove oggi si vive come mille anni fa. Sembrano dei presepi, se non fosse che di notte non c’è neanche un lumucino, solo le stelle che arrivano fino a terra, e si vedono tutte, una ad una. Lasciate le rocce rosse della falesia, arriva la savana piena di ciuchini (e ogni tanto qualche elefante, dicono), e poi solo il deserto. E se il Mali è un concentrato di Africa, Timbuctù lo è anche di più (perdonate la rima). Il Continente Nero si mischia coi tuareg, e lo si vede anche da com’è fatta questa città, un po’ suq arabo e un po’ simile (troppo simile) ai poverissimi posti visti finora. Il tratto comune è una miseria senza fine. Non tornero’ dall’Africa da supereroe, da quello che “solo io ho visto e solo io posso capire”. Ma l’equazione è meno facile di quanto sembri, e la tentazione di dire a tanta gente sempre più razzista su da noi “vedere per credere” è forte. Intanto, per quel che puo’ bastare, è già importante stare collegati, anche da qui (e sempre ft. Pippo, of course). Ci han detto – sarà vero – che dall’albergo dove ci siamo fermati qui è passato Jovanotti. Incroci possibili. Da Marrakech a Timbuctù, l’Africa è un po’ anche questo…

Obamako, dia(b)logo africano (parte seconda)

24 novembre 2008

Nella savana è tutto nero, quando scende la notte. Che poi succede alle sei di sera. Anche la miseria è nera, quaggiù in Mali. Basterebbe davvero solo un po’ di luce, letteralmente. Ieri siamo andati a vedere due villaggi vicino a Bamako coinvolti nei progetti Pannelli senza frontiere. Quattro pannelli solari per portare luce a una maternità, in posti dove vivono 2000 persone e nascono in media 15 bambini al mese, con punte di tre/quattro al giorno. E partorire sotto una lampada elettrica cambia le cose, e parecchio. Questo a Siby (realizzato anche grazie al contributo del Comune di Vimercate). A Samanaya il progetto è ancora più completo, ai pannelli per la luce si aggiungono quelli per l’acqua: pozzi a norme igieniche e con il rubinetto, cosi’ che i bambini non debbano più tirare su secchi pesantissimi. Non si cambiano cosi’ le cose, il Mali resterà ancora per un pezzo uno dei paesi più poveri del mondo. Ma si possono riattivare delle piccole comunità. Viaggiando per la savana, ti accorgi che quando cala il sole tutto finisce. Una lampada a cherosene (quando va bene) deve bastarti per metà della giornata. Le stelle toccano la linea dell’orizzonte, da quanto è nero. La gente, che di giorno riempie le strade, si rifugia nel buio. Il viaggio continua, domani, alle origini della civiltà Dogon, città di fango costruite sul dorso di rocce millenarie. E’ ancora presto, in questo nero maliano, ma sembra già notte fonda. Resto collegato (aspettando la risposta di Pippo…).

Obamako, dia(b)logo africano (parte prima)

22 novembre 2008

Ogni cosa è bella quando è condivisa, diceva qualcuno. Le suggestioni africane le condivido con Pippo, che scrive alle mie spalle in questo cyber café nel cuore di Bamako. Il calembour su Obama è facile, ma non troppo, in questo pezzo di Africa che ne raccoglie molti altri, un mondo solo che ne mischia insieme tanti: il Sahara e il Maghreb che premono da Nord, il Continente Nero sconvolto dalla politica e dagli eserciti e dalla cattiva economia occidentale a Est (il Niger, e purtroppo basta la parola), le coste del commercio e dell’oro a Sud. E alla fine gli Obama (romanzando un po’, ma i diari di viaggio son sempre cosi’) li incontri davvero. Il giovane Bassirou, vent’anni, che ci dà una mano a districarci nel dedalo di strade del centro di Bamako. Lui si’ che è un concentrato di Africa: nato in Burundi, cresciuto in Tanzania, fuggito dal Rwanda della guerra civile, arrivato con la famiglia in Mali, dove ora studia Lettere. O Daniel, figlio di madre toscana (oggi console italiano qui a Bamako) e padre africano, ora in Mali a costruire pannelli solari (e non solo). Domani ci porterà a vedere Siby, dove – anche grazie al Comune di Vimercate – è stata portata l’elettricità a una maternità; e poi a Samanaya, dove sono arrivate la luce, e l’acqua, col contributo diretto degli abitanti del luogo. Storie di terre e di uomini su cui torneremo. Adesso torniamo là fuori, tra le bancarelle del Gran Marché dove tutti girano portando qualcosa, chissà cosa, chissà dove. Ogni tanto si incrocia il volto di Obama, o del Che. La speranza è che il change arrivi davvero. Il dia(b)logo continua…

A Bamako

21 novembre 2008

Trovi l’Africa, il nero profondissimo negli occhi della gente, il rosso della terra nelle strade, l’azzurro del cielo. Trovi l’Africa, in un superconcentrato (come il brodo Maggi, scomparso dai nostri supermercati e qui rilanciatissimo, dipinto sui muri delle case). Trovi l’Africa, basta frasi portare in giro senza preoccuparsi del fatto che per arrivare in qualunque posto devi fare tre chilometri di strada (almeno). Trovi l’Africa, e vai un po’ in tilt, se pensi a come si dovrebbe pensare ai suoi mille problemi, alle sue mille urgenze. Libera nos a Mali, vedi scritto sui volti delle persone. C’è ancora tanto da capire, è solo un bellissimo inizio…

A Mali estremi…

20 novembre 2008

Domani, a quest’ora, sarò in Mali, a Bamako, sulle rive del Niger. Dieci giorni sulle tracce dei Pannelli senza frontiere (tra i sostenitori anche il Comune di Vimercate), e alla scoperta dell’Africa nera, che inizia qui. Tra città di fango e musica e mercati, fino alla leggendaria Timbuctù, che evoca esotismi immaginifici e oggi è invece uno dei posti più poveri del Continente Nero. Sulle rotte degli immigrati, forse. Pensando un po’ anche a Obama, perché no. only connect cercherà di stare connesso, per quanto potrà. Con un po’ di nostalgia. Anche se questa breve fuga dalla nostra Italietta può essere solo rigenerante. A Mali estremi…

PS: Non c’entra nulla, ma ho appena visto Nessuna verità di Ridley Scott, starring Leo DiCaprio (bravissimo) e Russell Crowe (gigantesco, in tutti i sensi). Se amate i thrilleroni un po’ rozzi, furbetti, pieni di incastri, tra complottismo e fantapolitica mediorientale, andatelo a vedere (esce venerdì). Ci son dentro tante cose un po’ scontate, ma dette bene: le democrazie che fabbricano il terrore, e il terrore che fa rima con economia. E c’è anche la battuta cult: «Voi americani siete incapaci di mantenere segreti per colpa della vostra democrazia». A presto.

Lui gli uomini li capisce

19 novembre 2008

A proposito di cucù (vedi post precedente), (ri)guardatevi l’irruzione di Berlusconi ieri sera a Ballarò. Berlusconi e la sua «capacità di capire gli uomini». Berlusconi e Di Pietro, che «ha messo in prigione innocenti in numero elevato». Berlusconi che «se non mi denuncia lui, lo farò io». Berlusconi che incontra Cisl e Uil a casa sua ma «io stesso a quell’incontro non sono stato invitato» (è un genio). Berlusconi e «i molteplici incontri non ufficiali della vita politica». Berlusconi e il «dittatore» Epifani. Berlusconi che alla calma richiesta di Bersani di dialogare sulla crisi replica che con questa opposizione capace solo di «menzogne e insulti» non si può discutere. Berlusconi gli uomini li capisce. Ma non capisce i “tempi” (in tutti i sensi), e la cosa stupisce, da parte di un comedian come lui. Immagino in che stato verseranno le famiglie italiane nei prossimi mesi, e quanto si sarà aggravata la crisi di lavoro, sindacati, banche. Ma lui dirà che a quella crisi non era stato invitato. E poi tornerà a fare capolino, da qualche parte, pronto a riprendere la commedia.

Cucù

18 novembre 2008

«Nei giochi per ragazzi: fare capolino». «In dialetto milanese: stupido, credulone, buontempone». Berlusconi gioca a nascondino con la Merkel. Berlusconi, che si è fregato le mani per il fallimento della trattativa Alitalia-Air France, ora rilancia su Lufthansa (ma chi ci crede?). Mi sa che Berlusconi è un cucù. Any sense.


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